16 febbraio 2019

La sincerità e lo scrittore


Lo scrittore... umile




La strada di chi scrive è irta di ostacoli, perciò ogni incoraggiamento è il benvenuto… oppure no?









Mi è spesso capitato di domandarmi se siano più gli incoraggiamenti o le critiche a farci crescere come scrittori. Che siano entrambi preziosi, credo non ci siano dubbi; ma forse la percezione che ne abbiamo non corrisponde alla realtà.


Scrivere è facile?

Mica tanto. Anche quando si ha la scrittura nelle proprie corde, il passaggio all’atto pratico non è privo di difficoltà. Quando poi ci creiamo delle aspettative su ciò che scriviamo, si fa tutto più complicato. Mettici in mezzo anche l’ispirazione ballerina, la costanza auspicata e raramente realizzata, lo scarso tempo a disposizione e l’indifferenza dell’editoria, ed ecco dipinto un quadro dove luci e ombre sono spesso in conflitto.


Gli incoraggiamenti, quindi, sono preziosi.

L’amico che si complimenta perché il nostro romanzo lo ha tenuto sveglio fino a tardi, il buon piazzamento a un concorso, sono un carburante – non l’unico, si spera – che ci aiuta a continuare a scrivere quando siamo demoralizzati per gli scarsi risultati, oppure siamo tentati di dedicarci ad altro. Perché possiamo essere creativi anche cucinando o ballando la polka, tanto per dire.

Gli incoraggiamenti fanno sempre bene?

Ogni forma di incoraggiamento ci aiuta a credere che “yes, we can”. Ci dà quindi la spinta necessaria a superare i limiti che ci siamo inconsapevolmente autoimposti, per inoltrarci nel regno del possibile. Questa è la chiave che permette la fioritura di ogni risultato umano importante, quindi viva gli incoraggiamenti!

Però.

La maggior parte degli incoraggiamenti ci arriva dal mondo esterno, di cui fanno parte sconosciuti, conoscenti, amici e parenti, forse anche nemici. Tra questi, saranno spesso le persone con cui intratteniamo rapporti positivi a incoraggiarci. Saranno contente di farlo. A volte ci ammirano sinceramente per la nostra capacità di inventare storie (“da dove le tiri fuori?”), altre volte sono compagni di passione, perciò comprendono le nostre aspirazioni e le nostre difficoltà. Sono ben disposti nei nostri confronti. Sono gentili. Sono anche disposti a parlare bene delle nostre opere.

Sono sinceri nel farlo?

Spesso lo sono. Non sempre, e non del tutto. Essere sinceri al cento per cento è difficile; mette a disagio, e non si tratta di un disagio sciocco: la consapevolezza che con le proprie parole si può contribuire a demoralizzare una persona, o peggio ancora crearle un danno, è un peso che si preferisce non portare, in particolare se c’è un rapporto di stima con la persona in questione. Ma non dovremmo essere ancora più sinceri, proprio in nome di quel rapporto?

Il problema esiste solo se ce lo poniamo. Non dico che sia necessario farlo; io però lo percepisco come tale, perché non esistono procedure standard che mi facciano sentire a mio agio nel dire cose che non penso.

Per molto tempo ho cercato di evitare il problema non leggendo gli scritti delle persone che conoscevo, ma poi ho capitolato. Anche se leggersi a vicenda non è un dovere, potrà ben essere un piacere! Che si spera sfoci in una buona recensione, cui spesso si affianca la richiesta da parte dell’autore di un parere spassionato…

Ecco che il problema, respinto alla porta d’ingresso, si ripresenta sorridente alla porta di servizio. Ogni libro che leggiamo ha pregi e difetti. Succede con i best seller, figurarsi se non succede con i romanzi di chi scrive da poco e/o non gode dell’ausilio di un buon editor; per non citare il banale fatto che tutti i gusti sono gusti, perciò quello che un lettore trova piacevole e ben scritto, lascia un altro lettore indifferente, persino deluso.

E allora, direte voi?

Sto pensando alle finte recensioni, per esempio. Se ne parla spesso, esprimendo sincera indignazione verso questa pratica immorale. Che dire, invece, delle recensioni edulcorate? Sono tacitamente accettate perché “gentili”; suscitano simpatia e rimangono nascoste tra le pieghe di rapporti che non si vogliono rovinare. Ma non si sta semplicemente scegliendo la strada più facile, quella che non sottopone a scossoni nessuna delle persone coinvolte? Quando valutiamo il lavoro di un conoscente, applichiamo gli stessi criteri di giudizio che usiamo nei confronti di altri scrittori?

La sincerità è un valore.

Non parlo della qualità di chi si vanta di dire sempre quello che pensa nel modo più crudo, a prescindere dalla situazione. Quella la definisco piuttosto arroganza, oppure mancanza di sensibilità verso gli altri. Nei confini dettati dal rispetto, cosa produce un parere sincero e non del tutto positivo, o persino negativo, espresso in via privata, se non come recensione? Una ferita all’amor proprio dell’autore, probabilmente; ma non tutto il male viene per nuocere.

I pareri sinceri, quando non provengono da uno hater qualunque, fanno crescere. Ci danno la misura di dove siamo e dove stiamo andando, non secondo il nostro personale giudizio, ma in base alle impressioni di chi ci legge ‒ qualcosa che diventa particolarmente utile, ora che l’autopubblicazione permette di evitare ogni tipo di filtro.

Non siamo umili come crediamo!

Possiamo anche non avere un Ego gonfio e tronfio, ma desideriamo tutti il famigerato posto al sole; scriviamo per essere letti e apprezzati. Se così non fosse, spenderemmo forse mesi o anni di attenzione maniacale a curare le storie che scriviamo? Ci faremmo bastare la prima stesura, che già svolgerebbe la sua benefica funzione di espressione della nostra creatività, persino di guarigione.

Quindi cerchiamo un pubblico, e ogni parere positivo ci convince di ciò che vogliamo credere: siamo speciali, se teniamo duro ce la faremo ad attirare un buon editore, o almeno a crearci un nostro pubblico. Ci sono tanti libri mediocri in vendita! Figurarsi se non sappiamo scrivere di meglio…

Io ho iniziato a scrivere proprio così, l'ho raccontato spesso. Ma sono una persona umile, giuro.

Intanto il mercato è invaso da opere che rispettano a malapena le regole grammaticali, per non dire quelle ‒ più opinabili, ma fino a un certo punto ‒ della buona narrativa. È un bene che vedano la luce? Non so dirlo. Sono però convinta che questa situazione di "dilettanti all’arrembaggio", come qualcuno li ha definiti, non si verifichi nelle altre arti. Se proviamo a immaginare una situazione simile nella musica o nella pittura, probabilmente ci verrà da ridere.

Se l’autopubblicazione è una grande risorsa, il suo lato oscuro (“l’ho scritto, perciò deve essere letto”) è dannoso. Non solo abbassa il livello qualitativo dei libri in circolazione, ma ci dà un'idea falsata di noi stessi e può farci disperdere una quantità di energie. Continueremmo a scrivere, se le persone ci dicessero con franchezza che le nostre storie sono noiose, oppure sceglieremmo di praticare altre attività? Forse leggeremmo di più, praticheremmo sport? Trascorreremmo più tempo a contatto con la natura o con i nostri familiari?

Io posso essere presa a esempio di ciò che critico: esordio entusiasta-arrogante, proposte agli editori e relativi rifiuti, ricorso in seconda battuta all’autopubblicazione, recensioni positive da parte delle persone che conosco (le altre non recensiscono, purtroppo). Posso riscattarmi solo tramite la qualità di ciò che scrivo.

La sincerità è un segno di rispetto nei confronti dell’autore. Non è con l’incoraggiamento insincero che riusciremo ad aiutare un amico a sfondare, né ci serve, come autori, credere di avere raggiunto un livello che non abbiamo raggiunto affatto. È dentro di noi, e non nelle opinioni “gentili”, che dobbiamo trovare le motivazioni per scrivere, oppure per smettere di farlo. Con la massima onestà possibile.

Vi domanderete ‒ giustamente ‒ come agisca io in queste situazioni. Per ora ho deciso di non fare annunci pubblici quando sto per leggere un libro scritto da persone che conosco, e postare una recensione solo quando è abbastanza positiva. Tacere non è mentire, dopotutto!   


BOLLETTINO DEL LETTORE
Ho terminato di leggere The Shepherd's Life di James Rebanks (l'ho adorato!), The Fiery Cross, quinto volume della saga di Outlander (ottimo) e il terzo capitolo della saga fantasy Mistborn di Brandon Sanderson (divorato). In particolare mi ha colpito l'accostamento temporale tra la Gabaldon e Sanderson, così diversi in tutto, eppure entrambi così bravi. Ora sto leggendo H is for Hawk (in italiano Io e Mabel, ovvero l'arte della falconeria), un saggio autobiografico di grande intensità, vincitore di diversi premi nel Regno Unito. Una serie particolarmente fortunata di letture, questa.

BOLLETTINO DELLO SCRITTORE
La Nuova Storia è momentaneamente sospesa per le operazioni finali di messa a punto di Veronica c'è, tra copertina e formattazione del testo per Amazon. Sto anche meditando attivamente su una nuova copertina per la versione in lingua inglese di Cercando Goran. Tentare di farsi leggere all'estero è come andare a sbattere contro un muro!






37 commenti:

  1. La tua riflessione è condivisibile in tutto. Ho passato varie fasi nel mio percorso di maturazione: sono stata una scrittrice impulsiva, poco pratica di regole e tecniche, per poi capire che la scrittura è studio, costanza, criterio; sono stata una fan entusiasta del selfpublishing, per poi riconvertire la mia felice opinione in un'avversione totale verso un sistema che non premia bravura e talento, ma agevola la diffusione di opere poco curate, che sono un divertimento, un capriccio, raramente una cosa seria per chi le scrive; ho subito critiche, qualche volta utili e sensate, spesso solo fini a se stesse, perciò trascurate e ho criticato, anche duramente, ma mai con arroganza, facendomi odiare e amare non si sa bene in che proporzioni.
    Scrivere non è facile, se lo si vuole fare a certi livelli bisogna accettare di entrare in un tunnel in cui stancarsi nel tentativo di fare sempre i passi giusti è una regola fissa. E sappiamo bene cosa significhi!

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    1. Credo che sia proprio così. Tante cose possono accompagnarci e anche aiutarci nel nostro viaggio, ma è necessario che abbiamo dentro di noi una visione chiara, non edulcorata della realtà. Si può costruire soltanto su quelle basi.

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  2. Gli incoraggiamenti ci vogliono sempre purchè siano di persone "fidate". Vanno uniti però alle critiche costruttive.
    Dove c'è qualcosa che non funziona va fatto notare secondo me.
    Tuj sai che io non scrivo libri ma sono convinta che sia difficile farlo se lo si vuole fare bene. Non penso che il tuo libro sia nato così, tic tac. Pensieri, scritture, riscritture, dubbi...
    E' a questo che servono gli incoraggiamenti. A non arrendersi di fronte ai dubbi. Ma è anche a questo che servono le critiche. A valutare e sciogliere i dubbi

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    1. Giusto, servono a non arrenderci di fronte ai dubbi; ma non a nutrire le nostre illusioni, secondo me. Dobbiamo essere abbastanza adulti da rinunciarci, se vogliamo scrivere in modo professionale, nelle intenzioni se non nei risultati.

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  3. Sante parole! Gli incoraggiamenti fanno sempre bene e probabilmente è per questo che qualche lettore si complimenta con me in maniera eccessiva, quasi da farmene risentire a volte, tanto che mi sento costretta a smorzare i toni perché sembra proprio un commento falso. Lasciamo poi da parte quelli che si sperticano in giudizi positivi per poi avanzare richieste in privato...
    Le recensioni più vere, quelle a cui si dovrebbe puntare, sono quelle degli estranei, fuori dal circolo degli amici, ma anche fuori dalla cerchia di blogger e autori. Se uno sconosciuto si prende la briga di scriverti "mi è piaciuto, grazie", senza perdersi in tante analisi, significa che davvero l'abbiamo colpito al cuore. E questo è almeno il mio scopo.
    Sulle tue letture: hai superato lo scoglio de La croce di fuoco? Le lettrici "deboli" lo criticano come il più noioso della serie! Non l'ho ancora aperto, ma non temo gli spoiler :)

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    1. "La croce di fuoco" è un po' più pesante degli altri, è vero. Zia Diana si dilunga nei dettagli, in particolare quelli olfattivi... manco un cane da tartufi! Ma io ho amato questo libro non meno degli altri. Il fatto è che si è creato un effetto particolare vedendo prima qualche puntata "visiva" e poi leggendo soltanto i libri: mi sembra che i personaggi siano reali. Mi ci sono mostruosamente affezionata.

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  4. Come te spesso tacito le mie letture per non sentirmi costretta a fingere. E come te sono infastidita dalle recensioni non sincere o dai complimenti vuoti. Meglio una critica seria e motivata, anche perché al momento della resa dei conti prepara al vero giudizio.
    Scrivere non è assolutamente facile e non nasce dall'umiltà ma dalla voglia di farsi notare e di realizzarsi, almeno per me. Il piacere di incontrare il gusto del lettore è l'obbiettivo ma la strada per farcela è lastricata di talmente tanti inciampi che...hai voglia perdere la pazienza con le infinite revisioni, con i cambi di registri. Ogni tanto infatti anche io mi fermo, rifletto, respiro e riparto.

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    1. In realtà non posso dirmi davvero infastidita dalle recensioni non sincere e dai complimenti vuoti, perché sono sempre offerti con tale gentilezza! Ma credo che l'imparzialità sia importante, sennò finisce che sono bravissimi tutti gli amici, e poi ecco tornare il senso critico nel valutare gli altri. No, non va.

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  5. La tua riflessione è interessante. Per quel che mi riguarda, la critica negativa a un conoscente andrebbe fatta in forma privata e solo se richiesta. Sincerità, sì, ma solo se accettata e non sbattuta in piazza. Recensione positiva sì, ma solo se sentita davvero. E sicuramente non leggerò mai per dovere o per scambio di recensioni. Il tempo di leggere è prezioso, quindi leggo ciò che mi sento di leggere e, se il caso, recensisco.

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    1. La penso come te, solo che per me c'è stato un percorso per arrivarci, forse per mia superficialità. Però ho sempre scelto la via privata e su richiesta, questo sì.

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  6. Gli incoraggiamenti sono necessari, a volte perfino indispensabili. Però bisogna selezionare quelli sinceri, come scrivi tu. Affidarsi a chi può realmente capirci qualcosa.
    Mi è capitato di leggere diversi libri di blogger. Se mi piacciono, recensisco. Se c'è qualcosa che non mi torna, li lascio e mi riprometto di tornarci in seguito. Insomma, anzitutto conta il rispetto di chi scrive, ma bisogna anche aiutare a far capire quando si sta facendo bene o male.

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    1. Intendo proprio questo: è importante capire cosa si fa bene e cosa no. La gentilezza è una grande dote, ma bisogna essere saggi nell'amministrarla, o si sortisce l'effetto contrario a quello cercato, pur con tutte le migliori intenzioni del mondo.

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  7. Concordo sul fatto che "è dentro di noi che dobbiamo trovare la motivazione per scrivere e non nelle opinioni positive", ma gli incoraggiamenti fanno bene allo spirito se vengono da persone sincere e obiettive. Anche una critica ben argomentata può essere utilissima. Scrivere comunque comporta una continua evoluzione, ho letto per esempio l'ultimo libro di una scrittrice che pubblica con Mondadori da alcuni anni e l'ho trovato ottimo, poi ho letto subito dopo un libro della stessa autrice pubblicato con Feltrinelli, il livello era nettamente inferiore. Si cresce anche nella scrittura.

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    1. Eccome! Non si è mai fermi, se si continua a scrivere. Non so se esiste uno scrittore al mondo che non abbia mai scritto qualcosa di cui non va orgoglioso.

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    2. (Anche se orgogliosi si può già esserlo per avere portato a termine il lavoro nel modo migliore possibile. Non è una cosa da poco! A valutare i risultati penseranno editori e lettori.)

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  8. Sono d'accordo Grazia. Un incoraggiamento fa bene al cuore, ma le lodi insincere sono dannose, mettono l'autore sulla strada sbagliata, quella di credere ciò che in fondo non è, e di alimentare un sogno che forse è solo un'utopia. Per quanto mi riguarda, cerco sempre di essere obiettiva e se scrivo una buona recensione, è perché il libro lo merita. Di solito non scrivo lodi sperticate neanche su libri che mi sono piaciuti, punto su caratteristiche specifiche dell'autore e su aspetti del testo che mi hanno colpito.

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    1. Infatti qualunque commento non è mai indirizzato alla persona, ma a uno specifico aspetto del suo lavoro. Se non si cerca di essere specifici, allora sì che l'autore si sente giudicato nel suo complesso e basta. Figurarsi se esiste qualcuno che può dire "tu sei" o "tu non sei"! C'è un'evoluzione.

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  9. Siamo umili? Dunque, be'... Insomma. Se fossimo davvero umili ci limiteremmo a scrivere ;)
    Gli incoraggiamenti sono utili, anzi necessari. Ma dopo un po', spesso, non bastano più. Ne vogliamo ancora e ancora e questo potrebbe essere dannoso perché scrivere o raccontare storie vuol dire anche scrivere storie necessarie, ma che non interessano al pubblico. Se si bada solo alle recensioni, davvero riusciremo a scrivere quello che vogliamo? :)

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    1. Forse sì, forse no. Non mi è mai capitato di scrivere qualcosa che non mi piaceva pur di ricevere consensi, ma di sicuro i consensi possono dare assuefazione... meglio cercare di non "gasarsi" troppo, come si dice a Bologna. ;)

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  10. L'incoraggiamento dobbiamo trovarlo dentro di noi... Dobbiamo fregarcene di quello che dicono gli altri, specialmente se non ci sono dietro valutazioni professionali e di carattere economico, le sole che probabilmente sono sincere (ma anche in questo caso sono molto soggettive e dipendenti da altri fattori).

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    1. Credo sia proprio necessario essere il punto di riferimento di se stessi. Se non lo si fa nelle arti, in cos'altro?

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  11. Gli incoraggiamenti sono vitali, altrimenti è fin troppo facile demoralizzarsi. Il che non significa che debbano essere falsi, ma è anche vero che un buon equilibrio tra incoraggiamento e critica è difficile da trovare, ma sarebbe auspicabile. Personalmente però ho smesso di far notare i difetti nei libri che leggo già da un po' di tempo, quindi rivelo se qualcosa non va solo se mi viene chiesto in modo specifico o se faccio da beta. Altrimenti preferisco tacere, ovvero dire ciò che mi è piaciuto, se c'è. Altrimenti silenzio e basta. Il che ti può sembrare sbagliato, ma considera che il 90% degli autori non è interessato a sapere se qualcosa non va, anzi dopo aver sperimentato più e più volte che è sufficiente una piccolissima critica in mezzo a svariati complimenti a inacidire le persone, ho deciso che è meglio così. La sincerità va meritata, semplicemente. Proprio come la fiducia.

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    1. Questo è un concetto interessante. Forse hai ragione. Sicuramente hai ragione sull'utilità del silenzio, quando non ci sono obblighi o richieste precisi.

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  12. Io accetto incoraggiamenti solo da esperti di letteratura oppure da chi non legge mai niente!

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    1. Ah ah, bella politica! Sarei quasi d'accordo con te, se non fosse che il concetto di "esperti di letteratura" mi fa un po' arricciare il naso... di certo esistono persone dalla formazione e sensibilità giusta, ma anche il loro giudizio è umano, e per di più non è facile individuarli. Di certo bisogna... valutare le valutazioni, da qualunque pulpito provengano.

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  13. Si potrebbe fare un discorso analogo per i blogger. Mi è capitato su certi blog di porgere una garbata critica a quanto scritto nel post e avviare da lì una discussione costruttiva; viceversa in altri ricevere risposte piccate e/o gente che ti teneva il broncio per mesi per poi fartela pagare alla prima occasione. La gestione delle critiche credo vada considerata una vera e propria competenza più che come una caratteristica. L'incoraggiamento credo possa essere equiparato a una leva motivazionale, di cui però è necessario non abusare o si rischia di ritrovarsi scoperto alla prima difficoltà.

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    1. Non mi è mai capitato personalmente, ma ho notato che queste cose succedono anche sui blog. A volte, come utente del blog, fai fatica a capire cosa abbia dato fastidio al blogger in questione; ma si sa, ognuno ha i suoi tasti sensibili. La leva motivazionale può operare cambiamenti che hanno del prodigioso, perciò la sua importanza è enorme. E' però importante non creare una gigantesca illusione, che prima o poi presenterà il conto.

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  14. Ciò che si scrive è materiale da trattare con infinita cura, come se si maneggiasse della nitroglicerina. Chi scrive e fa leggere si mette a nudo, inevitabilmente, non fosse anche che rispetto al proprio compagno o compagna di vita, ovvero in una cerchia molto ristretta. Chi legge dovrebbe avere presente che, pavone o meno chi l'ha scritto, quello che ha in mano è sempre un pezzo di anima di un'altra persona. Detto questo, mi regolo come Maria Teresa: recensisco soltanto se l'opera mi è piaciuta, altrimenti mi taccio. Se la persona è un'amica, e insiste per avere un parere, glielo do in privato. A me è capitato alcuni anni fa con il lavoro di una persona che stimo moltissimo e di cui avevo amato molto il primo romanzo. Sul secondo lavoro c'era un coro di lodi, io non dicevo niente perché non mi era piaciuto per una serie di motivi. Questa persona mi ha chiesto esplicitamente un parere, io l'ho scritto e l'ho argomentato. Siccome è una persona molto intelligente, ha capito ogni punto e mi ha ringraziato a non finire. Però è sempre penoso dare un parere negativo a una persona che stimi. quello è indubbio. Mi è capitato di stroncare, invece, un romanzo storico di un autore che aveva insistito per avere un parere: lì mi sono premunita di incontrarlo di persona in un bar e farmi accompagnare da un bodyguard, cioè il marito, per paura di ricevere una bottigliata in testa. ;)

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    1. La delicatezza del materiale è fuor di dubbio; non si può pensare di recensire il lavoro di qualcuno come se si recensisse un elettrodomestico. Sposo in pieno la scelta tua e di Maria Teresa, che non è poi così difficile da applicare (necessità di bodyguard a parte). Sono io che certe volte mi perdo in questioni di... adattamento alla socialità. ;)

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  15. Un post davvero interessante.
    Credo che gli incoraggiamenti servano a tutti e in tutti i campi, ma bisogna fidarsi solamente delle persone che ci vogliono davvero bene. Gli altri certamente possono essere sinceri, non lo metto in dubbio, però posso esserci quelle persona che lo fanno tanto per dire e che non sono capaci di essere sinceri.
    Comunque questo è solo il mio parere personale ;)

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    1. Sono convinta che la maggior parte delle persone sia animata da buone intenzioni, o al massimo da una certa superficialità; non da malevolenza, comunque. Però le parole che diciamo sono come sassi gettati nello stagno: creano cerchi che arrivano molto più lontano di quanto facciano le nostre intenzioni. Mi sembra giusto selezionare le persone cui prestare ascolto, per quanto possibile. :)

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  16. Tanta roba... hai raccontato veramente molto in queste poche righe e, per rimanere nel discorso di critiche e complimenti, io pagherei oro per scrivere come te, ma di certo non mi spetta, perché non mi sono sporcato le mani quanto te :)

    Non sono tanto d'accordo in merito al fatto che nella scrittura ci sia più dilettantismo che (magari) nella musica o nella pittura. Specialmente in quest'ultima, conosco molte più persone che "quadreggiano" piuttosto che darsi alla scrittura. Solo che nel primo caso tanti la usano come svago,terapia ecc. e quindi non hanno nemmeno quel bisogno di mostrare. Al contrario, nella scrittura la parte centrale dell'atto è essere letti da qualcuno.

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    1. Eh sì, è proprio una parte centrale. Sulla musica e sulla pittura mi fido delle tue impressioni, sicuramente molto più fondate delle mie. Certo sarebbe una grande libertà scrivere senza desiderare niente in cambio, ma siamo esseri umani e va bene così, anche se l'equilibrio non è sempre facile. (Grazie! :))

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  17. Il 4 marzo del 2012 a Napoli, con un gruppo di scrittori e poeti, abbiamo fondato l'associazione on line "Manifesto di Napoli". L'atto fondativo, che è stato poi arricchito nei mesi seguenti con ulteriori contributi, metteva in evidenza, tra le altre cose, lo stato semi-comatoso del poesia (nel senso della scrittura creativa) e l'indifferenza dell'editoria nei confronti della buona scrittura al fine di favorire e privilegiare le vendite. Come risultato di questo atteggiamento mercantile e bottegaio degli editori troviamo oggi tra i best-seller l'ultimo libro di Fabrizio Corona (credo una sua biografia, o qualcosa del genere), mentre ieri assistevamo alle vendite stratosferiche di un Francesco Totti (credo si tratti di un ottimo calciatore) e delle varie attricette, veline, meteorine, presentatori, guru televisivi e altri uomini e donne di spettacolo resi celebri da un circo mediatico il cui livello culturale lo possiamo misurare accendendo il televisore e facendo un po' di zapping a tutte le ore del giorno e della notte. Le case editrici hanno ceduto per ragioni di bilancio, privilegiando le vendite a discapito della buona scrittura. Ma chi può censurare un bottegaio che mette in vetrina la merce che la gente chiede, lasciando nel retrobottega la merce buona che nessuno sa apprezzare?
    Il problema centrale è proprio questo: la macchina della formazione culturale ha visto, per decenni, il suo baricentro incentrato sulla televisione, appannaggio esclusivo di uno Stato distratto e superficiale (uso due eufemismi) e di privati poco attenti alla crescita culturale delle masse e molto più attenti al profitto e al proprio tornaconto (talvolta anche politico). Mentre la scuola veniva depauperata e relegata in secondo piano, come agenzia formativa subordinata; per non parlare del ruolo rinunciatario di famiglie spesso distratte, a volte perfino inesistenti. Adesso, per fortuna, c'è la rete, che va gradatamente soppiantando lo strapotere formativo (e informativo) delle televisioni. Ma qui occorre aprire un altro dibattito.
    Spero che qualcuno trovi questi temi degni di approfondimento. Io e gli amici del Manifesto di Napoli abbiamo lanciato un sasso nello stagno. L'assemblea fondativa dell'associazione si terrà a Cagliari nel 2021. L'associazione è aperta a tutti gli scrittori di buona volontà.
    Per saperne di più vai sul link: https://wordpress.com/post/albixandpoetry.wordpress.com/3540

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    1. Ti do il benvenuto e ti ringrazio per il tuo contributo, che ha in qualche modo spostato il discorso sulla situazione dell'editoria. Il discorso è vasto e complesso, e potremmo ampliarlo ulteriormente cercando parte delle motivazioni dell'editoria nella scarsa passione per la lettura che affligge gli italiani, a quanto ci dicono i freddi numeri; ma si tratta probabilmente del cane che si morde la coda. Buon lavoro a te e ai colleghi del Manifesto di Napoli.

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  18. Incoraggiamenti e critiche danno ovviamente sensazioni diverse. Io ho imparato dalle critiche, quando partecipavo a gare letterarie in un paio di forum. C'era un clima tranquillo e quindi le critiche erano ben viste.
    Anche gli incoraggiamenti servono, ma devono essere sinceri.
    Concordo che una critica negativa a un conoscente vada fatta in privata. Questo perché, credo, le critiche negative diventano sempre "accese", così come, di contro, quelle positive sono sempre piene di entusiasmo.

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    1. E' inevitabile che sia così. Proprio per la delicatezza dell'argomento, vale la pena di usare tutto il tatto possibile da una parte, e la massima sincerità dall'altra. Sui forum si trovava (adesso non so) un po' di tutto, dalle sviolinate d'ufficio al lancio di pomodori. ;)

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