15 marzo 2019

Gli elementi naturali nella scrittura: l’acqua


Dimitris Vetsikas

Bisogna essere come l'acqua.
Niente ostacoli – essa scorre.
Trova una diga, allora si ferma.
La diga si spezza, scorre di nuovo.
In un recipiente quadrato, è quadrata.
In uno tondo, è rotonda.
Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa.
Niente esiste al mondo più adattabile dell'acqua.
E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo,
niente può essere più forte di lei.

(dal Tao Te Ching di Lao Tzu)



Vi ho mai detto che amo la natura? Oops, soltanto una ventina di volte… Questo non mi rende particolarmente originale, lo so, ma per me è un argomento sempre fresco. Il tempo che passa non fa che rendermi più attenta ai dettagli e desiderosa di approfondire le mie conoscenze. Più che un quieto rapporto d’amore tra vecchi coniugi, potrei definirlo un caso di re-innamoramento quotidiano!

Niente di strano, quindi, che io oggi vi parli dell’acqua, che non solo svolge un ruolo fondamentale nella nostra vita quotidiana, ma influenza anche in modo determinante il nostro benessere e le nostre energie.

L'acqua e la vita


Con un corpo che è composto d’acqua per il 60-65%, siamo sicuramente influenzati dalle fasi lunari, proprio come le maree e l’orto di casa; ma ci sono anche gli studi di Masaru Emoto sulla memoria dell’acqua ‒ non riconosciuti dalla scienza ufficiale, ma non per questo meno interessanti ‒ a indicare che l’acqua ha poteri ancora più incredibili.

Come accennavo in questo post sul potere delle parole, secondo Emoto l’acqua può registrare informazioni dall’ambiente esterno e modificare la propria struttura sulla base della loro qualità. Il metodo da lui ideato per verificarlo consiste nel fotografare cristalli di ghiaccio a -4 gradi centigradi,  dopo che l’acqua è stata esposta per un certo tempo a musiche o a parole scritte, pronunciate o persino pensate.

Per farla breve ‒ ma io vi consiglio caldamente di scegliere la via lunga e approfondire l’argomento con uno dei suoi libri ‒ parole dalle connotazioni positive, di amore e gratitudine, per esempio, danno vita a cristalli dalla forma armoniosa, mentre parole che comunicano avversione, critica o indifferenza originano cristalli disarmonici e sgradevoli alla vista. Molto conosciuto, e tentato a casa propria dai più curiosi, è l’esperimento di Emoto con il riso, di semplice esecuzione. Se ne parla qui, ma anche in numerosi video su YouTube.

L'acqua e le storie


Credo che in ogni storia raccontata l’acqua sia presente, in una forma o nell’altra; ma non è detto che tutti la usiamo allo stesso modo. A seconda del nostro modo di percepirla e dell’atmosfera della storia, l’acqua si manifesta nei modi più disparati, non sempre gradevoli; perché se esiste una faccia gentile dell’acqua ‒ quella che ci disseta e dà vita alla terra, quella in cui volentieri ci immergiamo ‒ ne esiste anche una violenta e devastante nei suoi effetti. Non per niente Lao Tzu vede l’acqua come simbolo della forza.

Pensandoci da autrice, mi rendo conto di ricorrere spesso all’acqua per trasmettere emozioni. Non è una scelta ragionata: mi limito a presentare la scena nel modo che emoziona me. Emozionerà anche il lettore? Forse sì, perché gli elementi naturali sono intessuti nella nostra quotidianità e nella nostra psiche dalla notte dei tempi, e il modo di percepire la loro simbologia è abbastanza condiviso all’interno di una medesima cultura ‒ abbastanza, ma non del tutto. Quello che vi racconto, quindi, è solo il mio modo personale di inserire l'acqua nelle storie che scrivo.

Una pioggia leggera accompagna bene le riflessioni che lasciano i problemi irrisolti, mentre un acquazzone improvviso accentua l’effetto drammatico di una rivelazione. La pioggia che scorre sui vetri sottolinea la malinconia, a volte il peso di un’attesa. Quando sono bagnati dalla pioggia, i personaggi sono sexy, con una deliziosa sfumatura di vulnerabilità.

Sotto un cielo tempestoso, il lago è opprimente, quando non inquietante. Sotto il sole può diventare un simbolo di pace e serenità, ma anche di stasi.

Il ruscello, pacificante e stimolante insieme, può svegliare e fare uscire dalla stagnazione.

Il torrente, soprattutto se in piena, può portare via le emozioni negative e aiutare a prendere decisioni dolorose ma necessarie, ma può anche avere un effetto destabilizzante.

Un ampio fiume, se placido, simboleggia inerzia più che serenità; se in piena, suscita paura.

Lo stagno richiama un’atmosfera torpida e un mistero che può essere svelato, con le dovute cautele.

La cascata crea un momento di vuoto mentale dovuto al suono e all’impressione spesso soverchiante. L’acqua alla sua base, invece, mi sembra una breve pausa di quiete all’interno di un periodo travagliato.

Il mare è tutto questo e di più, a seconda delle condizioni atmosferiche, del moto ondoso, delle maree.

Volevo andare a capo qui, e lo faccio, non senza notare che del mare non ho detto niente di personale. Come tutti ho visto, nei film e nella realtà, le camminate sul bagnasciuga degli innamorati e delle persone pensierose o disperate, i giochi dei ragazzi, i cani scatenati sulla spiaggia d’inverno… ma è come se dentro di me il mare non avesse un posto preciso, infatti raramente lo trovate nelle mie storie. E sì che ho trascorso due mesi al mare ogni estate dei miei primi dodici-tredici anni di vita ‒ un tempo più che sufficiente a raccogliere impressioni, mi pare. Forse sono... una persona d’acqua dolce? Oppure da mare nordico, scuro, che si infrange contro le rocce. Quello sì, è un mare anche mio.

Ma esiste anche l’acqua “domata”, uscita da un rubinetto, dalla bottiglia oppure attinta da un pozzo. Berla ha un effetto calmante, se è a piccoli sorsi. Lavarsi dà un senso di purificazione e rinnovamento anche interiore. Rovesciarla è un segno di agitazione incontrollata. Sprecarla dimostra scarsa consapevolezza del valore, anche nelle piccole quantità. Annaffiare i fiori è un gesto rasserenante. È piacevole guardare l’acqua nei recipienti che la contengono, e salvare gli insetti che spesso ci finiscono dentro.

L'acqua e la mia casa


Esaurire le mie impressioni sull’acqua, mi rendo conto, è impossibile; però vi ho dato un’idea di come entra nelle mie pagine quando scrivo. Intanto convivo da anni con il concetto della mancanza d’acqua, non perché l'acqua mi manchi realmente, ma per la presenza in casa mia di una serie di acqueforti che hanno proprio questo tema. Sono paesaggi naturali, più o meno umanizzati, dove l’acqua è sostituita da uno spazio bianco: una casa che sorge sulle rive di un ruscello, senza ruscello; un laghetto tra le montagne, senza laghetto; e così via. I quadri sono pregevoli in sé, ma mi sono accorta che evito di guardarli, e non per il disinteresse nato dall’abitudine. La mancanza dell’acqua è disturbante, e forse decreterà la loro sparizione.


E voi, come vivete l’acqua? È importante o accessoria in ciò che scrivete?




BOLLETTINO DEL LETTORE
Con ancora in corso la lettura del Dhammapada,  ho iniziato Spirits of the Earth di Bobby Lake-Thom (la cultura dei nativi d’America!) e Pilgrim at Tinker Creek di Annie Dillard, un’autrice che mi ha conquistata in poche righe.

BOLLETTINO DELLO SCRITTORE
Veronica, Veronica e ancora Veronica! Esiste un’ultima revisione che sia davvero leggera? Non a distanza di un paio d’anni, questo è certo. Ci sono dentro fino al collo, ma ce la farò.



1 marzo 2019

Dal cantastorie allo scrivistorie, il passo è breve?


La magia del libro
Immagine di Comfreak su Pixabay



Siamo abituati a pensare alla storia che leggiamo o scriviamo come l’equivalente scritto di una storia narrata a voce, ma non è proprio così.








A suscitare le mie riflessioni è stato il mio insegnante di Raja Yoga, qualche giorno fa. Stava parlando dei Sutra di Patanjali, una raccolta di 196 aforismi che ci restano del padre dello yoga ‒ Patanjali, appunto ‒ vissuto probabilmente nel II secolo a.C. Spiegava come lo yoga, prima di lui, si fosse sviluppato per secoli senza alcun testo scritto, cosa che ha prodotto numerose ramificazioni nella pratica, molte delle quali esistenti ancora oggi. Il suo punto era questo: non immobilizzare la teoria tramite la scrittura ha sì permesso la distorsione del messaggio originale, ma in questo modo lo ha anche reso “vivo”.

Chi ha parlato di parola scritta? Non c’è niente di meglio per stuzzicare il mio interesse e mettermi in cerca di nessi con la scrittura delle nostre beneamate, e a volte detestate, storie.

Le storie esistono da quando esiste l’uomo. Il bisogno di fissare i fatti nella memoria collettiva e raccontare le proprie esperienze agli altri membri del gruppo, l’urgenza di ingraziarsi le divinità in un mondo dove la sopravvivenza era sempre a rischio, forse anche il semplice traboccare della fantasia, hanno da sempre spinto l’uomo a comunicare attraverso la narrazione di storie. Immagino che inizialmente gli scopi fossero pratici e l’invenzione limitata, prima che il tempo ci facesse diventare produttori e fruitori di storie di ogni genere.

Fino all’invenzione della scrittura, le storie sono state trasmesse esclusivamente a voce, ma la forma orale è rimasta a lungo la più diffusa. La diffusione dell’alfabetismo è recente, anche nella parte più ricca del mondo. I primi libri, scritti e copiati dagli amanuensi, furono utilizzati da un numero assai ristretto di persone, e anche quando l’avvento della stampa permise la diffusione di grandi numeri di copie identiche – può sembrare strano, ma spesso i copisti “aggiustavano” i testi – solo una piccola parte della popolazione poteva accedere ai nuovi libri, per povertà, analfabetismo e difficoltà di reperimento.

In definitiva le storie trasmesse a voce ci hanno accompagnati fino a ieri, e non è detto che non ci accompagnino anche domani, almeno sotto forma di audiolibri. Ma le storie raccontate, quanto differiscono dalle storie scritte?

La storia raccontata dai bardi celtici e dai rapsodi dell’antica Grecia è fisica: passa dalla voce del narratore all’udito del ricevente tramite le onde sonore. Si basa, oltre che sulle doti vocali e recitative del narratore, sulla sua memoria e sulla capacità di utilizzare formule e schemi rodati per inserire parti nuove in storie vecchie. É un’esperienza comunitaria e in divenire: coinvolge almeno due persone, e ogni narrazione è diversa dall’altra, proprio come ogni ascolto.

In una parola, quella orale è una storia viva, in cui i termini usati acquisiscono sfumature diverse a seconda di come e dove vengono pronunciati e compresi. L’ambiente stesso, con i suoi stimoli sensoriali, partecipa in qualche modo alla storia; il racconto a una festa di corte o a una fiera di paese lasciavano certo impressioni molto diverse.

E la storia scritta?

Nella storia scritta si trova impegnata principalmente la vista, insieme alla manualità dello scrittore. È un’esperienza solitaria, prima tra lo scrittore e la pagina, poi tra il lettore e il libro. Il contatto tra scrittore e lettore è quasi sempre assente, come anche il contatto tra i lettori. Il testo non è soggetto a interpretazione: è lì stampato, nero su bianco. Gli stimoli sensoriali influiscono poco sull’esperienza della scrittura/lettura. Per esempio in questo momento sto bevendo un ottimo, speziato tè chai, ma questo non influisce sul testo, né arriva a voi in qualsiasi forma. Peccato!

Tornando all’argomento, le differenze tra le storie orali e quelle scritte sono sostanziali, ma non sempre giocano a favore del contastorie, che può anche essere mediocre o un vero cane, mentre il testo scritto è lì, immutabile e rassicurante nella sua prevedibilità, sebbene un po’ più freddo per l’avere perso qualche caratteristica per strada.

Bisogna dire che, da lettori, non ce la caviamo male a sopperire a ciò che manca. Parliamo volentieri di ciò che abbiamo letto; sono diffusissimi blog, video e gruppi che hanno come intento proprio la condivisione delle impressioni nate dalle letture. Per tutto il resto lavora la fantasia. Quando siamo immersi in una lettura che ci prende, “vediamo” la scena, percepiamo suoni e odori, proprio come se fossimo lì; e il bello è che il nostro corpo reagisce di conseguenza.

Non si tratta di emozioni superficiali: gli studi dimostrano che la respirazione e il sistema cardiocircolatorio del lettore reagiscono alla paura, al dolore, all’istinto di fuga presenti nella storia come se fossero sperimentati in prima persona, anche se in chiave minore. Non credo che rischiamo proprio l’infarto, insomma, anche se ci piacciono i thriller, ma le reazioni fisiche ci sono, e la dicono lunga sulla nostra capacità di lasciarci coinvolgere dalle storie che leggiamo.

Poi c’è lo scrittore. Anzi, prima c’è lo scrittore. Che può riuscire a trascinarci nella storia anima e corpo, oppure lasciarci indifferenti davanti a uno stuolo di simboletti neri su fondo bianco. Il suo non è un lavoro facile, visto che deve riuscire a creare la magia della storia viva con strumenti… beh, morti. Nessuna meraviglia che la ciambella non sempre riesca col buco, come recita il vecchio detto. Per fortuna lo scrittore sensibile usa, d’istinto e/o per apprendimento, gli strumenti che ha a disposizione non solo per recuperare la vitalità della storia narrata, ma creare l’illusione della realtà. Si può sperare in un bel sorpasso a sorpresa.

Gli strumenti che producono questa magia sono tanti. Ci sono i dettagli sensoriali, per esempio, odori, sapori, consistenze, suoni e immagini che creano e arricchiscono la scena. Raccontare una storia senza usarli rischia di lasciare i personaggi a galleggiare nel nulla. Da esseri umani, percepiamo la vita attraverso i nostri cinque sensi, prima che attraverso il cuore e il cervello.

C’è chi consiglia di inserire almeno un dettaglio sensoriale (non visivo, quelli non mancano mai) in ogni pagina. Non credo sia possibile quantificare in questo modo, ma so per certo che, quando una scena mi sembra sbiadita, spesso basta un odore o un gusto a renderla più vivace. Senza arrivare, possibilmente, agli eccessi in cui incorre anche Diana Gabaldon, autrice della solita, da me iper-nominata saga di Outlander: che Claire riesca a distinguere in ogni singolo odore ‒ e ce ne sono in abbondanza, ve lo garantisco! ‒ la lista completa dei componenti, dall’elicriso al letame, dal sudore maschile alle rape fermentate, me la fa immaginare con un muso da cane che non le dona affatto.

Abbiamo a disposizione la struttura e la lunghezza delle frasi, la suddivisione in paragrafi, la punteggiatura, che nelle loro tante combinazioni sostituiscono egregiamente il ritmo della narrazione a voce. Mai sottovalutarle! Nonostante la loro apparenza minimalista e un po' freddina, producono effetti prodigiosi, purtroppo non solo quando sono scelti bene…

La scelta dei termini ‒ il baule delle meraviglie. Se i sinonimi esistono, sono fatti per le istruzioni di montaggio, non per la narrazione. Ogni parola ha una sua musica e si sposa con le altre in un modo preciso, creando sfumature, evocando situazioni che se ne stanno lì, nascoste tra i simboletti neri, così illusoriamente innocenti.

Tanta precisione resta confinata nell’anima dello scrittore, naturalmente, perché su persone diverse le parole hanno effetti diversi, come ben sa chi ha più di un figlio da educare. Noi autori possiamo al massimo sperare che il nostro modo di percepire le parole somigli a quello dei nostri lettori, anche se parte del fascino della storia risiede proprio nella sua assoluta libertà appena rilasciata nel mondo. Nostra e non più nostra, quando altri occhi l’hanno assorbita, altri cuori l’hanno adottata.

Anche l’uso delle metafore ha un grande impatto su come viene percepita la storia (ne parlavo in questo post). Lo stesso vale per le altre figure retoriche.

In sostanza non si può dire che ci manchino gli strumenti a disposizione per far vivere intensamente al lettore la storia. Pensandoci, però, mi rendevo conto di quale portata abbia la rinuncia a curare uno o l’altro di questi aspetti della scrittura.

A volte si ha l’impressione che la revisione sia sufficiente, che un difettuccio sia accettabile, che la storia scorra bene ugualmente. Forse è così, però c’è sempre un prezzo da pagare, piccolo o grande. Quindi non dico che dobbiamo continuare a “leccare” la storia che abbiamo scritto fino a consumarla nel vano tentativo di renderla perfetta, ma piuttosto che ci sono sempre nuovi elementi cui prestare attenzione, a mano a mano che quelli più semplici ci diventano spontanei. Sono nuove frontiere, che ci aiutano a non fossilizzarci e rendono il nostro scrivere una grandiosa avventura. Se non valgono per il lavoro in corso, varranno per il prossimo!


BOLLETTINO DEL LETTORE
Il Tao Tê Ching, come previsto, mi ha lasciata con un bel punto interrogativo stampato sulla fronte. Non avevo capito quanto fosse sintetico e criptico, e soprattutto quanto dipendesse dal complesso lavoro di interpretazione da parte dei traduttori ‒ al punto, in effetti, da far dubitare della traduzione stessa.
Ora sto leggendo Fidanzati dell’inverno, fantasy dell’autrice francese Christelle Dabos. Per il momento i toni favolistici mi stanno facendo arricciare il naso, ma vedremo. Il fatto è che a me piace il fantasy reale, quello serio.
Altre letture in corso: il Dhammapada (testo del Canone buddhista che contiene, secondo la tradizione, le parole realmente pronunciate da Gautama Buddha in diverse occasioni) e Un tuffo nella vita, lunga intervista di Edoardo Angelino a Paolo Berta, testimonianza delle grandi risorse che permettono all’uomo di sopravvivere a eventi drammatici devastanti senza mollare la presa sulla vita.

BOLLETTINO DELLO SCRITTORE
Mi dedico ai preparativi per l’uscita di Veronica c’è. Ve ne parlerò presto, perché ci tengo e perché così dicono si debba fare: preparare il pubblico, quello reale e quello sperato, con un certo anticipo. Nel tempo non impegnato con Veronica, continuo la Nuova Storia e faccio esperimenti di promozione per Searching for Goran sul mercato di lingua inglese. Risultati, per ora, zero tondo.
 





16 febbraio 2019

La sincerità e lo scrittore


Lo scrittore... umile




La strada di chi scrive è irta di ostacoli, perciò ogni incoraggiamento è il benvenuto… oppure no?









Mi è spesso capitato di domandarmi se siano più gli incoraggiamenti o le critiche a farci crescere come scrittori. Che siano entrambi preziosi, credo non ci siano dubbi; ma forse la percezione che ne abbiamo non corrisponde alla realtà.


Scrivere è facile?

Mica tanto. Anche quando si ha la scrittura nelle proprie corde, il passaggio all’atto pratico non è privo di difficoltà. Quando poi ci creiamo delle aspettative su ciò che scriviamo, si fa tutto più complicato. Mettici in mezzo anche l’ispirazione ballerina, la costanza auspicata e raramente realizzata, lo scarso tempo a disposizione e l’indifferenza dell’editoria, ed ecco dipinto un quadro dove luci e ombre sono spesso in conflitto.