19 ottobre 2018

Diario di un racconto

Autrice Trixieliko






Si fa presto a dire: “scrivo un racconto”. Ogni volta è un’avventura diversa.










Giorno 1  Mi serve uno spunto per il racconto. È piacevole lavorare a tema, mi fa l’effetto del granello di sabbia da trasformare in una perla. Peccato che per ora non ci siano granelli di sabbia in vista. Devo programmare una gita al mare? Pazienza, l’idea arriverà. È sempre arrivata.

Giorno 2  Lavagna bianca.

Giorno 3  Lavagna bianca.

Giorno 4  Lavagna bianca, ma l’idea sta arrivando, lo sento.

Giorno 5  Ce l’ho! Mi piace, è nelle mie corde. Forse anche troppo? Vediamo cosa riesco a tirarci fuori.

Giorno 6  Butto giù qualcosa. Oh sì, mi piace! Vai, che è un buon momento…

Giorno 7  Aspetta: di cosa voglio parlare? Perché avevo questa idea in mente, ma ho scritto una facciata e mezzo su tutt’altro. Qui serve un centro. Un racconto non può permettersi di divagare, ha uno spazio troppo limitato. Quindi?

Giorno 8  Ah, ecco il fulcro della storia. Bene bene.

Giorno 9  E questa che roba è? Va bene, ce l'avevo dentro e doveva uscire, ma non c’entra niente. Adesso che è uscito, ha già svolto la sua funzione, quindi posso tagliarlo. Il fulcro, il fulcro…

Giorno 10  Finito! Mi piace molto. Un po’ lunghetto, però… qualche sforbiciata non può fargli che bene. Domani lo aggiusto.

Giorno 11  Eeeh? Cos’è ‘sto tono aulico? Non sono mica il Sommo Vate! Sì, c’è una certa poesia, è intenso, le metafore non sono male, però non è assolutamente questo il tono che volevo dare al racconto. Uffa. Meglio dormirci su.

Giorno 12  Altro che aulico, fa schifo. Poesia, come no; scritta da Matusalemme… Cosa c’entra l’età, il punto è che nel racconto non voglio babbionaggini. Però non voglio nemmeno fingere un tono “giovanile” a forza. Ma allora, a cosa devo essere fedele? A me stessa? Allo slancio iniziale? Al progetto che avevo in mente? Allo stile che mi viene spontaneo in questi giorni? Ai personaggi? Alla storia? Alla comunicazione con il lettore? Ci sono troppi ospiti a questa festa.

Giorno 13  Calma. La prima stesura è finita. Adesso asciugo tutto, paragrafo dopo paragrafo. Voglio un racconto sobrio. Sobrio e… mio.

Giorno 14  Troppo sobrio. Troppo… stonato. Boh. Io non scrivo così.

Giorno 15  Più o meno ci siamo, mi pare. Stampo e faccio leggere a mio marito. Intanto lo rileggo anch’io su carta. Aaargh! Giù le mani, non è ancora pronto.

Giorno 16  Credo di avere finalmente capito cosa mi piace e cosa no. Ora procedo con mano più sicura. Taglia di qua, taglia di là… mi costa poca fatica rientrare nelle battute.

Giorno 17  Ultimi ritocchi. Rileggo per l’ennesima volta ad alta voce. Sì! Adesso è davvero come deve essere. Lo ristampo. Ora puoi leggerlo, sì. Non fare caso a tutte le note a matita… lo so, ho detto che è finito, ma cosa devo fare, notare le imperfezioni e lasciarle lì? È comunque pronto. Mi sento leggera, una meraviglia.

La preparazione del mio ultimo racconto è andata proprio così. Mi rendo conto più che mai di come ogni pezzo che si scrive sia la ricerca di qualcosa che ancora non si conosce veramente, e si svela poco a poco. Il mio impegno non è stato concentrato. Ogni giorno riservavo al racconto un tempo tra il quarto d’ora e l’ora, a parte i primi giorni, quando stavo soltanto cercando l’idea, perciò mi limitavo a fantasticare sul tema svolgendo le mie incombenze quotidiane: quella notte, nel bosco…

Riconoscete il tema? Il mio racconto parteciperà al concorso curato da Serena Bianca De Matteis & Co., da cui nascerà una nuova antologia della serie Buck e il terremoto. I proventi, come nelle edizioni precedenti, saranno devoluti alla Croce Rossa Italiana, a favore dei progetti di sostegno alla ricostruzione post sisma 2016. Qui il link al bando. Affrettatevi, se volete partecipare, perché il termine ultimo è alle ore 23:59 di domenica 21 ottobre 2018.


Scrivete anche voi racconti? Quali sono le vostre fasi?




BOLLETTINO DELLO SCRITTORE: Ora che il racconto è finito, non mi resta che togliermi gli ultimi dubbi sul prossimo impegno: voglio davvero tentare di partecipare al concorso DeA, di cui ormai tutti hanno parlato ampiamente? La storia per ora è soltanto sugli appunti, quindi sarebbe una bella impresa prepararla entro febbraio 2019. D’altra parte qualunque spunto può essere buono, se spinge nella direzione giusta.

BOLLETTINO DEL LETTORE: Dopo avere terminato di leggere Il mio nome è rosso di Orhan Pamuk, e Gli insegnamenti di Don Juan di Carlos Castaneda, ho iniziato Il giocatore di Dostoevskij. Il romanzo di Pamuk mi è piaciuto molto, sia per l’ambientazione nella Istanbul del ‘500, sia per l’immersione nell’ambiente dei miniaturisti, sia per lo stile, ma non posso negare di averlo trovato un po’ pesante sul finale, nonostante sia un giallo. Lo consiglierei comunque, senza esitazioni. Quanto al libro di Castaneda, ho apprezzato l'argomento (lo sciamanismo centro-americano), ma non mi sono trovata molto in sintonia con l'autore. 






26 settembre 2018

Scrivere: l’ultima revisione

L'ultima revisione
Le mani nel motore della storia






Prima di arrivare alla pubblicazione, ogni testo subisce non una, ma numerose revisioni. L’ultima, però, ha un sapore diverso…









Ha un suono solenne, vero? Dopo L’ultimo imperatore e L’ultimo samurai, ecco a voi L’ultima revisione! Invece sto per raccontarvi qualcosa di molto più normale, vale a dire la mia recente esperienza di revisione con Veronica c’è, il romanzo per adolescenti che ho in progetto di autopubblicare nel mese di ottobre con Amazon KDP.

Definire questa revisione recente è poco, visto che l’ho terminata ieri. Potrebbe essere una revisione come un'altra, se non fosse per la tempistica: il romanzo era già pronto due anni fa per l’invio agli editori – tramite agente, perché in quel periodo ero rappresentata – quindi non sarebbero state necessarie modifiche, almeno in teoria.

La teoria, però, mi aveva già tradita nel caso di Cercando Goran. Dopo tre anni dalla sua pubblicazione con il vecchio titolo di Due vite possono bastare, la mia decisione di farlo tradurre e autopubblicarlo aveva dato il via a una quantità di modifiche sostanziali, oltre che stilistiche, che avevano preso in contropiede me e complicato la vita alla traduttrice. Stavolta ho fatto tesoro dell'esperienza: appena deciso di pubblicare il romanzo, mi sono rimboccata le maniche (vedi foto!), ed eccomi qui a raccontarvi le mie impressioni.

Questi due anni di pausa sono stati molto utili. Il processo di revisione potrebbe durare in eterno, quindi è necessario dargli uno stop al momento giusto, ma questa lunga decantazione mi ha permesso di vedere il lavoro con una chiarezza particolare. Certo il romanzo avrebbe potuto uscire così com’era, ma… che differenza! Non so per i lettori; sicuramente per me.

Lavorando con calma sul testo, ho notato le tante piccole operazioni che compongono una revisione finale di questo tipo, come se le avessi sotto la lente d’ingrandimento. È un lavoro da editor, simile a quello della revisione iniziale, ma più fino. 

Modifico la struttura delle frasi che non mi convincono del tutto. Non cerco più giustificazioni razionali per le mie sensazioni: quello che mi fa dire "però" va cambiato. Credo che ognuno di noi abbia strutture che gli sono tipiche più di altre. Nel mio caso, posso trovare troppe frasi lineari soggetto-verbo-complementi, oppure troppe avversative (…, ma…). Nella revisione finale ribalto tutto, giro, combino, splitto, trito e sminuzzo, peggio di un minipimer.

Ascolto il ritmo delle frasi, spesso leggendole ad alta voce. Controllo che i periodi abbiano lunghezze miste e adeguate all’atmosfera della scena, in modo che il testo non diventi noioso come contare le pecore, per me e per il lettore.

Sostituisco qualche termine banale (per esempio verbi come "fare" e "dire", che spuntano da ogni parte) con sinonimi meno triti, purché non suonino troppo ricercati. Secondo me le parole non devono spiccare singolarmente, ma fare il loro dovere di soldatini nel brano.

Do la caccia ai termini obsoleti. Me ne sfugge sempre qualcuno. Perché li avevo inseriti, dite? Ma perché io stessa sto avanzando verso l’obsolescenza! Non avendo vent’anni, diciamo, ogni tanto mi escono termini e metafore che sul momento considero normali; ripensandoci, però, mi viene il sospetto di non sentirli usare da un pezzo. È un problema da considerare, soprattutto per un romanzo che si rivolge ai giovani. Nei casi dubbi mio figlio mi fa da consulente. “Qualcuno dice ancora xxx?” “Che roba è?” Meglio cambiare… 

Controllo di nuovo – a mente non fredda, ma gelida – il turpiloquio. Nel mio quotidiano uso un buon numero di parolacce, ma per un testo pubblicato preferisco pormi qualche domanda. Il termine è utile a esprimere un aspetto del personaggio, un suo stato d’animo? È adatto al contesto, o persino necessario? Esiste un’alternativa meno vistosa che non suoni parrocchiale? Un romanzo per ragazzi sembrerebbe il paese di Bengodi [obsoleto!] in questo senso, invece non è proprio così. Genitori e insegnanti di solito non vedono con favore il turpiloquio, e spesso sono proprio loro a decidere l'acquisto del libro; inoltre qualunque ragazzo che viva nel mondo normale vede già coperto il suo fabbisogno di parolacce senza ricorrere alla letteratura...                   

Verifico che non sia rimasto qualche mio “tormentone” personale a disturbare il testo. Per esempio elimino le ripetizioni in eccesso. Non quelle involontarie, che in questa fase sono già sparite, ma quelle che servono ad aggiungere enfasi: anafora, anadiplosi, epanalessi, epifora… viva la retorica! Proprio perché il loro effetto mi piace, devo stare attenta a non esagerare. Lo stesso vale per certi termini che sembrano fare la ronda nel mio cervello ventiquattr'ore su ventiquattro. A questo scopo, molto più che in passato…

Uso il Thesaurus delle revisioni di Word. Mi fido molto del mio serbatoio personale di sinonimi e contrari, ma non sono un dizionario. Adoro scovare il termine perfetto.

Taglio dove sto ribadendo qualcosa di già detto/mostrato nelle vicinanze. Nelle sue forme più ovvie, questo è già sparito in precedenza (es: definire il personaggio “arrabbiato” per poi fargli compiere un gesto che mostra la sua irritazione), ma a volte il problema è più sottile.

Curo le transizioni, in particolare quelle che chiariscono i processi interiori dei personaggi. A volte mi capita di essere sommaria nel mostrare le loro motivazioni, semplicemente perché io le conosco; la cosa può sopravvivere anche alla prima revisione, perché il mio cervello non riesce a fingere di non sapere quello che sa. Dopo questa lunga pausa, ogni stacco troppo repentino da un paragrafo all’altro mi ha attirato l'occhio. In un paio di casi la correzione mi ha fatto sentire di conoscere meglio il personaggio.

Controllo i picchi drammatici per non cadere nel melodramma. Mi capita di esagerare, in particolare nei dialoghi, nonostante i miei gusti vadano sempre più nella direzione opposta.

Mentre lavoravo a questa ultima revisione, mi sono stupita di quanto mi stessi divertendo a fare da editor a me stessa! Non sarebbe stato così senza quei due anni di pausa. La revisione iniziale a più fasi diventa sempre pesante al quinto, sesto passaggio al setaccio degli elementi della storia. Stavolta invece è stato un piacere prolungare il mio viaggio con Veronica c’è.


E voi, come gestite la revisione? A fine stesura riuscite a pazientare, oppure scalpitate per iniziare a sistemare il testo?


BOLLETTINO DEL LETTORE: Ho iniziato a leggere Il mio nome è rosso, di Orhan Pamuk.

BOLLETTINO DELLO SCRITTORE: Un paio di giorni di ferie me li merito, vero?


P.S.: Non c’entra nulla, ma forse potete aiutarmi: cosa si fa quando un sito consente – o afferma di consentire – il download gratuito del proprio romanzo? Nel mio caso, essendo iscritta a Google Alerts, ricevo notifiche ogni volta che qualcuno inserisce in rete i titoli dei testi che ho pubblicato. Se vado sui siti in questione, però, mi trovo a dover inserire i miei dati per creare un account, e preferisco non farlo. A voi è capitato qualcosa di simile?






15 settembre 2018

Imparo a scrivere-vivere con... DEEPAK CHOPRA




Deepak Chopra



Formulare un’intenzione precisa, lasciarsi andare al cambiamento e rimanere distaccati dall’esito finale: ecco il meccanismo che porta alla realizzazione dei desideri, orchestrando il sincrodestino.








Deepak Chopra è uno scrittore e medico indiano, nato nel 1947 a Nuova Delhi. È conosciuto per i suoi numerosi saggi sulla spiritualità e sul rapporto corpo-mente, oltre che per essere stato un leader del movimento della meditazione trascendentale, da lui abbandonata nel 1993 in favore della sua nuova tecnica, la meditazione del suono primordiale. 

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Saggezza, scienza alternativa, fuffa New Age? Ognuno è libero di pensarla come preferisce. Conosco poco Deepak Chopra, che nelle mie letture ho appena sfiorato, ma questa sua frase, ricevuta via posta grazie alla mia iscrizione al sito PomodoroZen, ha attirato la mia attenzione. Da tempo sono convinta che il modo in cui indirizziamo le nostre energie (atti, pensieri, sentimenti) crei in qualche modo la realtà, ma come questo accada rimane nebuloso. Non mi era mai capitato di vedere questo processo descritto in modo tanto chiaro e sintetico.


Formulare un’intenzione precisa



Le mie intenzioni le conosco bene (credo)… ma quante sono, e quanto chiare? Qui incontro già l’intoppo che molti pensatori e saggi individuano come uno degli ostacoli principali nella ricerca del “successo” in qualunque sua forma, illuminazione inclusa: la mancanza di focalizzazione.

Credo che tutti noi siamo abituati a tenere in circolo un certo numero di palle – per usare dei termini da biliardo – che cerchiamo di fare arrivare a destinazione. Ci sembra ovvio che sia così; tanto ovvio che forse non ci balza all’occhio come in questo modo le nostre energie vengano polverizzate, e così rese meno efficaci; quando non succede di peggio, cioè che le palle in questione si inzucchino malamente, ostacolandosi a vicenda, invece di aiutarsi.

Prendiamo la scrittura: la mia intenzione è scrivere E vendere ciò che scrivo. Queste però non sono due carreggiate della medesima strada, sono strade diverse. Chi non si è accorto che l’autopromozione ruba tempo alla scrittura, alzi la mano. Mi interessa cercare un compromesso tra lo scrivere di più e il vendere più copie? Benissimo, ma non devo meravigliarmi se anche il risultato è un compromesso. Vincent Van Gogh ci teneva ad essere apprezzato e vendere le sue tele, ma passava le sue giornate a dipingere, dipingere come un pazzo assatanato, sempre in cerca delle sfumature, delle luci, delle forme che aveva in mente. Non mi risulta che andasse a tutti i mercatini della sua zona nella speranza di vendere un quadro o due. Per questo mi dico: come minimo è necessario individuare delle priorità precise, ed essere coerenti nel rispettarle.


Lasciarsi andare al cambiamento



Se arrivi a esprimere la tua intenzione in modo focalizzato, cosa succederà? Fantastica quanto vuoi, non puoi saperlo. Quindi non ti resta altro che impegnarti al massimo per creare occasioni, e maneggiare gli eventi che ti si presentano in modo da indirizzarli verso quello che è il tuo fine… o no?

Appunto, no; o almeno non proprio. Nel percorso verso il nostro obiettivo, ci sono aspetti che si sviluppano naturalmente e altri che cerchiamo di concretizzare con i nostri sforzi, che facilmente si trasformano in forzature. Rientra nella nostra formazione, in fondo: siamo educati a pensare che le doti dei vincenti siano la tenacia, la volontà, persino l’ostinazione. Essere arrendevoli viene considerato un segno di debolezza. Se la porta è chiusa, insomma, chi è forte prima bussa, poi cerca un grimaldello per entrare, e alla fine butta giù la porta con un ariete.

Non è una forma mentis un po’ rischiosa, in un mondo dove sono in azione tante forze, in gran parte al di fuori della nostra portata? È sicuramente importante imparare a mobilitare le proprie risorse senza farsi spaventare dalle difficoltà, ma spingere questo concetto al limite estremo del “se vuoi, puoi” mi sembra un eccesso.

Chopra, poi, dice non solo di lasciarsi andare, ma di lasciarsi andare al cambiamento.

Cambiare è faticoso. Ci obbliga a uscire dal nostro binario più o meno comodo, ma sempre rassicurante, perché lo conosciamo. È un binario nato dalle esperienze, nostre e delle persone che hanno influenzato la nostra formazione. A volte ci ha offerto la soluzione giusta – sempre nel passato, però, che si tratti di ieri o di un secolo fa. La situazione presente è sempre diversa; anche noi non siamo più gli stessi. Rimanere sul binario ci dà l'illusione di muoverci, quando in realtà restiamo ancorati al passato e non facciamo alcun passo avanti. Come diceva Einstein (se era proprio lui): “se fai sempre le stesse cose, otterrai sempre gli stessi risultati”. Nessun problema, purché i risultati ci soddisfino…

Il cambiamento, oltre a costare fatica, ci inquieta perché non riusciamo a prevedere le sue conseguenze o, più precisamente, ci rende chiaro come sia sempre impossibile prevedere gli esiti ultimi delle nostre azioni. Anche prima era un’illusione, aye? Ma ci sembrava di poterlo fare, anche se a volte una nostra scelta ineccepibile ha dato pessimi risultati, mentre altre volte un ostacolo sul percorso si è rivelato il nostro migliore alleato. Non è sempre facile distinguere, a monte.

Nella scrittura, “lasciarsi andare al cambiamento” mi fa venire in mente tante mie ostinazioni. Voglio avere sempre una storia per le mani, perché la costanza è importante. Mi impongo di scrivere anche oggi, quando è palesemente impossibile, tra un impegno e l’altro. Quel blogger che non ha risposto alla mia richiesta di valutare Cercando Goran per una recensione, magari posso contattarlo via Facebook. E così via.

Se non mi soffermo un attimo a riflettere, mi basta un niente per passare dall’intenzione alla forzatura. Eppure la realtà manda messaggi molto chiari in merito, quando si diventa attenti: alcuno obiettivi sono sensibili al nostro impegno, mentre altri si ostinano a non realizzarsi, qualunque via alternativa possiamo cercare. In passato questo non significava niente per me; adesso ci faccio caso, e spesso mi trattengo dal fare il passo di troppo che mi separerebbe dal corso naturale delle cose. Non è una rinuncia a ragionare, solo il tentativo di accogliere la realtà e scoprire cosa mi propone, invece di volerla adattare con la forza alle mie aspettative.


Rimanere distaccati dall’esito finale



Su questo punto potrei tacere. Se frequentate il mio blog, devo avervi servito l’argomento fino alla nausea, vostra e mia! Ma quanto è importante – e quanto difficile – arrivare a distaccarci dagli esiti dei nostri sforzi? 

Nella scrittura, significa agire senza domandarci come sarà il romanzo/racconto finito, se riusciremo a pubblicarlo o vincere il concorso, quante copie venderemo, come saranno le reazioni dei lettori. Significa dedicare tutta la nostra attenzione, tutte le nostre energie esclusivamente a quello che stiamo facendo. Se stiamo dando spazio a una passione autentica, incontreremo spesso l’esperienza del cosiddetto “flusso”.

Cosa si definisce flusso in psicologia? In caso non ne abbiate sentito parlare, vi riassumo le sue caratteristiche, basate sugli studi di Csikszentmihalyi, fonte Wikipedia: obiettivi chiari, concentrazione totale sul compito presente, perdita dell'autoconsapevolezza, distorsione del senso del tempo, senso di controllo, piacere intrinseco… Non vi ho citato tutte le caratteristiche, ma il risultato finale è che "la persona è talmente assorta nell'azione da farla apparire naturale". Vi ricorda qualcosa?

Il flusso è la gioia di perderci in ciò che amiamo fare, nel presente. Non ci costa fatica, se stiamo seguendo “una strada con un cuore”, come Castaneda fa dire a Don Juan. Gli esiti finali, per il flusso, non esistono. Se permettiamo loro di entrare, da quella porta si infiltreranno anche dubbi, timori e frustrazioni. Forse il cumulo degli intrusi ostruirà la porta, alla fine.

Essere consapevoli di questo e metterlo in pratica sono due cose diverse. La consapevolezza, però, è già un passo attivo nella direzione giusta, non soltanto un presupposto. Purtroppo la nostra educazione raramente ci è di aiuto. Bisogna lavorare duro per ottenere dei risultati, ci viene insegnato; se i risultati non ci sono, tanto vale dedicarsi ad altro. Questa, per quanto ragionevole, è solo metà della realtà; per avere una visione più chiara, varrebbe forse la pena di riflettere meglio sul significato di obiettivi e risultati.

Ed eccoci infine arrivati... al sincrodestino! Non so come sia, a questo punto sento di avervi detto tutto. Sarà per l’antipatia che mi ispira il termine, così tradotto?


Cosa ne pensate di questa analisi formulata da Deepak Chopra? Mi farà piacere sentire le vostre opinioni.


BOLLETTINO DEL LETTORE: Sono parca di letture in questi giorni: solo Drums of Autumn della Gabaldon, quarto volume della serie Outlander. La sera gioco alla PS4 The Witcher 3, un gioco di ruolo davvero speciale per i paesaggi, il fascino del protagonista e la colonna sonora memorabile. Ne hanno fatta di strada i videogiochi dai tempi di Pac-Man!

BOLLETTINO DELLO SCRITTORE: Ho deciso di dedicarmi completamente alla revisione finale di Veronica c'è, lo Young Adults che vorrei pubblicare prima di Natale. In teoria il testo era già pronto, ma l'esperienza con Cercando Goran mi ha insegnato che dopo qualche anno una nuova revisione è d'obbligo.





12 agosto 2018

Back from Scotland, with a dream


Scotland
Dunstanburgh Castle






Lo so, avevo detto che il blog sarebbe rimasto silenzioso fino a settembre, ma mi è venuta voglia di raccontarvi le mie vacanze…











…per farvi diventare verdi d’invidia, naturalmente! Ah, la Scozia… e l’Inghilterra, e prima ancora la Germania e la Francia, che abbiamo attraversato per raggiungere l’Eurotunnel! Una vacanza da sogno, indimenticabile… 

Beh, no. L’atmosfera del mio post non è questa. Sono stati 19 giorni molto intensi, come potete immaginare. Migliaia di chilometri da macinare, ogni pernottamento in un luogo diverso, visite su visite… difficile definirla una vacanza rilassante. Tuttavia l’elemento principale che ha messo ognuno di noi sotto pressione (me, mio marito, mio figlio e Maya, la nostra cagnolona) è stato il trovarci insieme, in spazi spesso ristretti come un’auto o una stanza d’albergo, 24 ore su 24. È un ottimo modo per rinsaldare i rapporti, dite? Dipende, dipende; ma non vorrei scendere nel privato. Vi dico solo che se prima di partire avevo molto temuto di non riuscire a realizzare il viaggio come lo avevo in mente, in certi momenti ho pensato che non c’è niente di più pericoloso di un desiderio esaudito! 

Anche in assenza delle condizioni psicofisiche ideali, il viaggio resta per me uno dei modi più efficaci per rimescolare le carte del quotidiano, impolverate e impoverite dai rituali che è quasi inevitabile creare per rendere la vita più digeribile. Sotto questo aspetto – sotto molti aspetti, in verità – sento che questo viaggio mi ha lasciato un ricco bagaglio di impressioni, da cui ne scelgo alcune, spero interessanti anche per voi. 

Il modo umano di vivere le esperienze è sempre inquinato da aspettative e interpretazioni che le snaturano. Lo sapevo già, ora lo so… meglio. Il mio primo viaggio in Scozia, da cicloturista, mi fece dire: bellissima, mi piacerebbe tornarci. Il secondo viaggio, in camper, confermò e rafforzò l'attrazione: quei luoghi erano meravigliosi, mi piacevano in un modo speciale; dovevo assolutamente tornarci.