9 aprile 2019

L’ultimo giro di revisione e… Veronica c’è!








Cosa si incontra nell’ultimissima fase della revisione?
Vi racconto la mia esperienza, e vi annuncio anche che
Veronica c’è… c’è! È nata!












Dopo ben due falsi allarmi, eccomi qui. Riuscite a immaginare come posso essermi sentita quando Luana, commentando questo stesso post ‒ nella sua prima apparizione ‒ mi ha fatto notare che, nel titolo del romanzo, la parola “c’è” era scritta con l’accento acuto? Acuto!

È stato un bel momento, davvero. Il tripudio dell’ansia, e una fretta di correggere che mi ha indotta a farlo a step successivi, in base alle tempistiche di Amazon. Eppure “catastrofi” di questo tipo possono capitare, soprattutto se, come me, si ha la tendenza a creare degli automatismi per mandare il cervello (e lo spirito d’osservazione, purtroppo) in vacanza. Già, perché ho scoperto l’arcano: poco tempo fa ho cambiato PC e tastiera, e su quest’ultima ho riprogrammato i tasti di scelta rapida… sbagliando il carattere “È”. Risultato: ho sparso l’errore qua e là, senza accorgermene, per settimane. Bel colpo, e ottimi occhi! In pratica stavo mandando Veronica al ballo delle debuttanti con i bigodini ancora in testa... 

Fine delle mie giustificazioni, non molto interessanti, con umile inchino all’imperfezione umana e un “grazie” speciale a Luana.

L’ultimo giro di revisione… sembra che io stia parlando di un valzer, vero? E la revisione di Veronica c’è lo è stato, anche se in alcuni momenti è più sembrato una maratona di ballo del tipo Non si uccidono così anche i cavalli. Se non conoscete questo film, meglio non raccontarvi la trama, per niente allegra.

Finalmente parlo della revisione al passato. È fatta! Ho finito! Veronica c’è ha compiuto il suo primo passo nel grande mondo. Una fase del lavoro si è conclusa, le prossime arriveranno con calma, come si deve dopo la maratona di cui sopra. Intanto sono qui a raccontarvi le mie impressioni su quest’ultima, sostanziosa tornata di revisione che ho definito “si può fare di meglio”.

Il nome che ho dato a questa fase della revisione si spiega da solo: questa è non l’ultima revisione, ma la ulteriore revisione a revisione finita. Sono diventata ancora più pignola del mio solito? Può essere, ma il motivo pratico è un altro: lo sfasamento temporale che mi ha fatto rispolverare Due vite possono bastare per trasformarlo in Cercando Goran ha prodotto a cascata lo stesso sfasamento sugli altri due romanzi che avevo già pronti. Risultato: come la storia di Goran ha subito una nuova revisione a distanza di due anni dall’ultima, così è successo a Veronica c’è, e così promette di essere per i prossimi romanzi.

Con una pausa di qualche settimana-mese tra la fine della prima stesura e l’inizio della revisione, non si ha un distacco sufficiente dalla storia.

Lo so, non suona bene. Chi ha la pazienza di aspettare anni prima di aggiustare una storia che non vede l’ora di dare in pasto agli editori, oppure ai lettori? Nessuno, naturalmente. Io stessa mi ci sono trovata per le cause che vi spiegavo, non per mia scelta. In precedenza la mia pausa tipo si era sempre aggirata sui tre mesi, durante i quali lavoravo sul romanzo successivo. Adesso che ho constatato la differenza, però, credo che adotterò stabilmente questa nuova tempistica: non meno di un anno di stacco, possibilmente due.

“Si può fare di meglio”... su molti fronti. 

Nel momento in cui stampo di nuovo il testo che considero pronto, e mi accingo a rileggerlo ad alta voce, prendendo appunti a margine sulle modifiche da fare, sono convinta che mi aspetti una verifica sul campo delle scelte stilistiche ‒ un’operazione simile all’accordatura di uno strumento musicale. Questo è in effetti gran parte del lavoro: leggendo ad alta voce, anche le stonature più microscopiche spiccano come errori grossolani, mentre la bocca propone da sola le soluzioni. È strano come sembri tutto evidente, quando fino a un momento prima non lo era affatto. Ma non è tutto qui. Fino all’ultimo continuano a emergere errori più prosaici, in particolare ripetizioni e refusi.

I refusi!

Sono infestanti, quelli. Qualcuno di voi è appassionato di videogiochi? Il punto di respawn è il luogo dove riappaiono i nemici dopo la morte, di solito a ciclo continuo. Ecco, anche i refusi devono avere un proprio punto di respawn nel testo. Tu li fai secchi come se non ci fosse un domani, ma puoi stare sicuro che qualcuno riuscirà a farsi strada nel testo per farti dannare ancora un po’. Io ho trovato un numero di capitolo sbagliato e un “sielnzio”, per esempio. Spero che sarete così gentili da segnalarmi gli altri, se ne incontrate.

Quanto tempo richiede la preparazione tecnica del testo per l’autopubblicazione!

Tra formattazione per cartaceo e digitale, copertina, sommario, blurb, descrizione e problemi di sillabazione, anche stavolta sono riuscita a superare le previsioni. Colpa mia, più che per altro. Dopo un anno e mezzo non ricordo bene tutti i passaggi e tutte le insidie già superate; inoltre Amazon opera continui cambiamenti per agevolare l’autore, e ogni tanto inventa ostacoli dove non ce sono…

Definire il pubblico? Difficile!

Ho sempre pensato a Veronica c’è come un romanzo per Young Adults, sulla base della protagonista quindicenne, ma poi sono iniziati i dubbi. Nella storia sono presenti anche personaggi più adulti; forse il romanzo è per New Adults? Ma no, viste le tematiche è una storia per tutti… 
Per ora rinuncio a una definizione. Amazon fa scegliere due categorie, perciò ne ho dedicata una alla narrativa per ragazzi, come penso sia corretto, e l'altra alla narrativa generale. I dubbi, però, restano.

La fase finale della revisione è sempre una doccia scozzese.

È una storia bellissima! (Lacrimuccia.)
Non sarà una schifezza?
Chissà se la leggeranno le persone che hanno letto Cercando Goran...
Forse avrò lettori nuovi.
Perché ne avrò, vero?

Eh sì, è facile fare valutazioni mentre si è ancora chiusi nel proprio guscio, ma da quel guscio il romanzo deve uscire, e niente garantisce che incontri il favore dei lettori. Ogni romanzo ha una vita a sé, che sia il primo, il secondo o il sedicesimo.

I primi effetti della pubblicazione sono agrodolci.

C’è un innegabile sollievo, dopo un lavoro intensivo e approfondito. Fingere che sia ogni volta una storia mai sentita diventa difficile, dopo sei o sette tornate di revisione! Ma c’è anche un senso di malinconia e di smarrimento. Per settimane ho lavorato a testa bassa, anche otto ore al giorno, se la situazione lo permetteva. Rompere un’abitudine così amata è un po’ destabilizzante, almeno nei primi giorni. E poi, sollievo... ma adesso inizia una fase impegnativa del lavoro: fare conoscere la storia. Già, perché di “naturale” c’è soltanto l’oblio, in particolare per chi si autopubblica.

C’è anche un’altra causa per questa malinconia, ed è la necessità di riadattarmi alla vita normale. Quando scrivo in modo intensivo, partecipo alla vita familiare quanto è necessario, ma in realtà una parte di me resta nella storia fino alla fine. Lì possono esserci problemi da risolvere e fonti di frustrazione, ma è comunque una nicchia protetta, dove niente arriva a ferirmi davvero. Questo diventa evidente alla mia uscita dalla nicchia, quando quel piccolo distacco dalla realtà, che è concentrazione ma anche difesa, viene meno e mi lascia vulnerabile come una lumaca senza casa. Non sempre la realtà è friendly! Voglio ricordarlo sempre: al di là del successo e delle recensioni, al di là delle difficoltà nel gestire il tempo e la storia in corso, il momento in cui scrivo è un piccolo tempio protetto, un’isola felice.

Concludo! Oggi sono troppo chiacchierona…

Vi segnalo una nuova, bella recensione a Cercando Goran sul sito della gentilissima Emanuela Navone. La trovate qui.

E poi… Veronica c’è! Cosa dirvi del romanzo? Veronica è una ragazza testarda e sensibile, che da sempre paga il prezzo dei problemi di dipendenza di sua madre Mabel. Quando scopre che dovrà seguirla in una comunità di recupero per tossicodipendenti ed essere sradicata per l’ennesima volta dal suo mondo, ne ha abbastanza e scappa per cercare il padre che non ha mai conosciuto. Inseguire un sogno, però, può essere pericoloso, e non solo per le delusioni sempre in agguato. I problemi di Mabel la accompagneranno nella sua ricerca e la metteranno in serio pericolo, ma Veronica farà anche degli incontri importanti, che la aiuteranno a vedere chiaro in se stessa… e la faranno innamorare.

Trovate il romanzo su Amazon.it in versione cartacea e digitale (per ora disgiunte, causa tempi tecnici di abbinamento). Spero che vorrete seguirmi anche in questo viaggio!




8 aprile 2019

Blogger ha la digestione difficile?





Ero convinta di no, eppure ha appena inviato via mail a tutti gli iscritti - me inclusa - un post datato 11 febbraio 2018, “In viaggio verso il Nord: siete tutti invitati!”. Questo senza che io lo abbia azionato in alcun modo. Forse gli era rimasto qualcosa da dire, un po’ come il mio cellulare, che su Whatsapp ogni tanto aggiunge parole o faccine di sua iniziativa. Scusate per l'involontario revival! Spero che non si verifichi più.

15 marzo 2019

Gli elementi naturali nella scrittura: l’acqua


Dimitris Vetsikas

Bisogna essere come l'acqua.
Niente ostacoli – essa scorre.
Trova una diga, allora si ferma.
La diga si spezza, scorre di nuovo.
In un recipiente quadrato, è quadrata.
In uno tondo, è rotonda.
Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa.
Niente esiste al mondo più adattabile dell'acqua.
E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo,
niente può essere più forte di lei.

(dal Tao Te Ching di Lao Tzu)



Vi ho mai detto che amo la natura? Oops, soltanto una ventina di volte… Questo non mi rende particolarmente originale, lo so, ma per me è un argomento sempre fresco. Il tempo che passa non fa che rendermi più attenta ai dettagli e desiderosa di approfondire le mie conoscenze. Più che un quieto rapporto d’amore tra vecchi coniugi, potrei definirlo un caso di re-innamoramento quotidiano!

Niente di strano, quindi, che io oggi vi parli dell’acqua, che non solo svolge un ruolo fondamentale nella nostra vita quotidiana, ma influenza anche in modo determinante il nostro benessere e le nostre energie.

L'acqua e la vita


Con un corpo che è composto d’acqua per il 60-65%, siamo sicuramente influenzati dalle fasi lunari, proprio come le maree e l’orto di casa; ma ci sono anche gli studi di Masaru Emoto sulla memoria dell’acqua ‒ non riconosciuti dalla scienza ufficiale, ma non per questo meno interessanti ‒ a indicare che l’acqua ha poteri ancora più incredibili.

Come accennavo in questo post sul potere delle parole, secondo Emoto l’acqua può registrare informazioni dall’ambiente esterno e modificare la propria struttura sulla base della loro qualità. Il metodo da lui ideato per verificarlo consiste nel fotografare cristalli di ghiaccio a -4 gradi centigradi,  dopo che l’acqua è stata esposta per un certo tempo a musiche o a parole scritte, pronunciate o persino pensate.

Per farla breve ‒ ma io vi consiglio caldamente di scegliere la via lunga e approfondire l’argomento con uno dei suoi libri ‒ parole dalle connotazioni positive, di amore e gratitudine, per esempio, danno vita a cristalli dalla forma armoniosa, mentre parole che comunicano avversione, critica o indifferenza originano cristalli disarmonici e sgradevoli alla vista. Molto conosciuto, e tentato a casa propria dai più curiosi, è l’esperimento di Emoto con il riso, di semplice esecuzione. Se ne parla qui, ma anche in numerosi video su YouTube.

L'acqua e le storie


Credo che in ogni storia raccontata l’acqua sia presente, in una forma o nell’altra; ma non è detto che tutti la usiamo allo stesso modo. A seconda del nostro modo di percepirla e dell’atmosfera della storia, l’acqua si manifesta nei modi più disparati, non sempre gradevoli; perché se esiste una faccia gentile dell’acqua ‒ quella che ci disseta e dà vita alla terra, quella in cui volentieri ci immergiamo ‒ ne esiste anche una violenta e devastante nei suoi effetti. Non per niente Lao Tzu vede l’acqua come simbolo della forza.

Pensandoci da autrice, mi rendo conto di ricorrere spesso all’acqua per trasmettere emozioni. Non è una scelta ragionata: mi limito a presentare la scena nel modo che emoziona me. Emozionerà anche il lettore? Forse sì, perché gli elementi naturali sono intessuti nella nostra quotidianità e nella nostra psiche dalla notte dei tempi, e il modo di percepire la loro simbologia è abbastanza condiviso all’interno di una medesima cultura ‒ abbastanza, ma non del tutto. Quello che vi racconto, quindi, è solo il mio modo personale di inserire l'acqua nelle storie che scrivo.

Una pioggia leggera accompagna bene le riflessioni che lasciano i problemi irrisolti, mentre un acquazzone improvviso accentua l’effetto drammatico di una rivelazione. La pioggia che scorre sui vetri sottolinea la malinconia, a volte il peso di un’attesa. Quando sono bagnati dalla pioggia, i personaggi sono sexy, con una deliziosa sfumatura di vulnerabilità.

Sotto un cielo tempestoso, il lago è opprimente, quando non inquietante. Sotto il sole può diventare un simbolo di pace e serenità, ma anche di stasi.

Il ruscello, pacificante e stimolante insieme, può svegliare e fare uscire dalla stagnazione.

Il torrente, soprattutto se in piena, può portare via le emozioni negative e aiutare a prendere decisioni dolorose ma necessarie, ma può anche avere un effetto destabilizzante.

Un ampio fiume, se placido, simboleggia inerzia più che serenità; se in piena, suscita paura.

Lo stagno richiama un’atmosfera torpida e un mistero che può essere svelato, con le dovute cautele.

La cascata crea un momento di vuoto mentale dovuto al suono e all’impressione spesso soverchiante. L’acqua alla sua base, invece, mi sembra una breve pausa di quiete all’interno di un periodo travagliato.

Il mare è tutto questo e di più, a seconda delle condizioni atmosferiche, del moto ondoso, delle maree.

Volevo andare a capo qui, e lo faccio, non senza notare che del mare non ho detto niente di personale. Come tutti ho visto, nei film e nella realtà, le camminate sul bagnasciuga degli innamorati e delle persone pensierose o disperate, i giochi dei ragazzi, i cani scatenati sulla spiaggia d’inverno… ma è come se dentro di me il mare non avesse un posto preciso, infatti raramente lo trovate nelle mie storie. E sì che ho trascorso due mesi al mare ogni estate dei miei primi dodici-tredici anni di vita ‒ un tempo più che sufficiente a raccogliere impressioni, mi pare. Forse sono... una persona d’acqua dolce? Oppure da mare nordico, scuro, che si infrange contro le rocce. Quello sì, è un mare anche mio.

Ma esiste anche l’acqua “domata”, uscita da un rubinetto, dalla bottiglia oppure attinta da un pozzo. Berla ha un effetto calmante, se è a piccoli sorsi. Lavarsi dà un senso di purificazione e rinnovamento anche interiore. Rovesciarla è un segno di agitazione incontrollata. Sprecarla dimostra scarsa consapevolezza del valore, anche nelle piccole quantità. Annaffiare i fiori è un gesto rasserenante. È piacevole guardare l’acqua nei recipienti che la contengono, e salvare gli insetti che spesso ci finiscono dentro.

L'acqua e la mia casa


Esaurire le mie impressioni sull’acqua, mi rendo conto, è impossibile; però vi ho dato un’idea di come entra nelle mie pagine quando scrivo. Intanto convivo da anni con il concetto della mancanza d’acqua, non perché l'acqua mi manchi realmente, ma per la presenza in casa mia di una serie di acqueforti che hanno proprio questo tema. Sono paesaggi naturali, più o meno umanizzati, dove l’acqua è sostituita da uno spazio bianco: una casa che sorge sulle rive di un ruscello, senza ruscello; un laghetto tra le montagne, senza laghetto; e così via. I quadri sono pregevoli in sé, ma mi sono accorta che evito di guardarli, e non per il disinteresse nato dall’abitudine. La mancanza dell’acqua è disturbante, e forse decreterà la loro sparizione.


E voi, come vivete l’acqua? È importante o accessoria in ciò che scrivete?




BOLLETTINO DEL LETTORE
Con ancora in corso la lettura del Dhammapada,  ho iniziato Spirits of the Earth di Bobby Lake-Thom (la cultura dei nativi d’America!) e Pilgrim at Tinker Creek di Annie Dillard, un’autrice che mi ha conquistata in poche righe.

BOLLETTINO DELLO SCRITTORE
Veronica, Veronica e ancora Veronica! Esiste un’ultima revisione che sia davvero leggera? Non a distanza di un paio d’anni, questo è certo. Ci sono dentro fino al collo, ma ce la farò.



1 marzo 2019

Dal cantastorie allo scrivistorie, il passo è breve?


La magia del libro
Immagine di Comfreak su Pixabay



Siamo abituati a pensare alla storia che leggiamo o scriviamo come l’equivalente scritto di una storia narrata a voce, ma non è proprio così.








A suscitare le mie riflessioni è stato il mio insegnante di Raja Yoga, qualche giorno fa. Stava parlando dei Sutra di Patanjali, una raccolta di 196 aforismi che ci restano del padre dello yoga ‒ Patanjali, appunto ‒ vissuto probabilmente nel II secolo a.C. Spiegava come lo yoga, prima di lui, si fosse sviluppato per secoli senza alcun testo scritto, cosa che ha prodotto numerose ramificazioni nella pratica, molte delle quali esistenti ancora oggi. Il suo punto era questo: non immobilizzare la teoria tramite la scrittura ha sì permesso la distorsione del messaggio originale, ma in questo modo lo ha anche reso “vivo”.

16 febbraio 2019

La sincerità e lo scrittore


Lo scrittore... umile




La strada di chi scrive è irta di ostacoli, perciò ogni incoraggiamento è il benvenuto… oppure no?









Mi è spesso capitato di domandarmi se siano più gli incoraggiamenti o le critiche a farci crescere come scrittori. Che siano entrambi preziosi, credo non ci siano dubbi; ma forse la percezione che ne abbiamo non corrisponde alla realtà.


Scrivere è facile?

Mica tanto. Anche quando si ha la scrittura nelle proprie corde, il passaggio all’atto pratico non è privo di difficoltà. Quando poi ci creiamo delle aspettative su ciò che scriviamo, si fa tutto più complicato. Mettici in mezzo anche l’ispirazione ballerina, la costanza auspicata e raramente realizzata, lo scarso tempo a disposizione e l’indifferenza dell’editoria, ed ecco dipinto un quadro dove luci e ombre sono spesso in conflitto.