Racconti


Qui di seguito potete leggere alcuni miei racconti:

La scelta di Oyun
La partita
Un intruso a Casalbano
La sorpresa
L'ultimo viaggio








LA SCELTA DI OYUN



La steppa era azzurra di brina sotto i raggi del pallido sole che stava varcando l’orizzonte. Oyun rabbrividì nel cappotto di montone, osservando i fratelli che scaldavano i loro cavalli per l’allenamento.

Mancavano solo pochi giorni al naadam e ancora non aveva scelto a quali gare partecipare. Eppure partecipare doveva, su questo non c’erano dubbi. A quindici anni si era quasi pronti per il matrimonio, lo aveva schernito suo padre; voleva forse crearsi una famiglia senza nemmeno avere dimostrato di che pasta era fatto? Perciò doveva scegliere tra lotta, equitazione e tiro con l’arco. Il pensiero che anche Medgui e Chuluun avrebbero partecipato gli faceva contrarre lo stomaco per la tensione. Una volta vinto qualche premio, la vittoria si sarebbe trasformata in orgoglio e l’orgoglio in voglia di tormentare chi ai premi nemmeno si era avvicinato.

«Sbrigati, Oyun!» Il grido di Chuluun attraversò come una freccia l’aria frizzante. «Non abbiamo tutta la mattina.»

Di malavoglia Oyun montò su Stella del Gelo e si avviò al trotto per raggiungere i fratelli. Chuluun aveva ragione, massimo un’ora e avrebbero dovuto far uscire il bestiame; ma intanto c’era il tempo di lanciare i cavalli al galoppo e correre, correre come ossessi per raggiungere e aggirare nel minor tempo possibile i pali piantati per l’allenamento, una, due, tre volte. Oppure aggrapparsi alla criniera di Stella del Gelo cercando di non farsi gettare a terra, nel suo caso. Vedere i fratelli cavalcare come se fossero tutt’uno con i loro animali lo faceva fremere ogni volta di invidia.

Dopo due giri era già stanco e aveva i crampi alle dita. Si fermò e scese da cavallo, fingendo di controllargli uno zoccolo. A che serviva quella fatica? Sapeva di non essere abile in nessuna delle specialità del naadam. Poteva avere un udito finissimo, conoscere le erbe, saper cantare alle pecore e alle femmine di yak più restie per convincerle ad accettare i loro cuccioli, ma le gare virili erano un’altra cosa.

«Che c’è, il tuo stallone si è inceppato?» Medgui gli sfrecciò accanto e con uno scappellotto gli fece scendere il janjin sulla fronte. «Ricordati che devi decidere entro oggi o papà ti metterà con le donne a fare il feltro.»
«Vado a casa ad allenarmi con l’arco» borbottò Oyun senza alzare gli occhi. Un tiratore che mancava il bersaglio suscitava meno ilarità di un cavaliere che cadeva da cavallo.
Medgui sogghignò. I denti bianchi gli davano un’espressione ferina.
«Arco? Buona idea, almeno il bersaglio sta fermo.»

Ridendo si allontanò al galoppo.

Tornato alla ger, Oyun si affacciò con cautela e sospirò di sollievo nel vedere che c’era solo sua madre, impegnata ad ammorbidire in acqua e latte delle strisce di carne secca. Almeno poteva scaldarsi qualche minuto senza subire i rimproveri e le canzonature di suo padre.

Tseren gli rivolse un sorriso fugace.

«Già tornati, così presto?»
«Medgui e Chuluun si stanno ancora allenando.»

Oyun si servì una tazza di tè salato e sedette accanto alla stufa, slacciandosi il cappotto sul collo.

«Lo sai che il naadam è vicino» disse Tseren. «Dovresti anche tu…»
«Gareggerò con l’arco.»
La madre interruppe il lavoro per guardarlo.
«Con l’arco?» domandò in tono cauto. «Sei sicuro che sia la scelta giusta?»
Oyun scattò in piedi.
«Scelta? Non mi risulta che mi sia mai stata offerta una scelta. Devo partecipare al maledetto naadam, e l’unica possibilità che ho di non farlo è essere morto! Quindi che differenza fa se scelgo l’arco o la lotta?»
«Non attirare le ire degli dei con questi discorsi.» Tseren fece un giro intorno alla stufa per allontanare la malasorte. «Sai che tuo padre ci tiene. Sarebbe tutto così semplice se tu fossi…»
«…come i miei fratelli, lo so, lo so! Sono nato nella famiglia sbagliata.»

Si pentì di ciò che aveva detto ancora prima di sentire le cinque dita di Tseren bruciargli sulla guancia, ma la rabbia che aveva dentro bruciava più dello schiaffo.

«Perdonami, madre» mormorò. «Non ce l’ho con te. Prima o poi me ne andrò e anche per te sarà tutto più facile.»

Era consapevole degli sforzi di sua madre per sedare i contrasti in famiglia. Se non fosse stato per lei, la situazione sarebbe già diventata intollerabile; ma anche così non era facile.

«Dove vorresti andare?» domandò Tseren con sguardo addolorato. «Non sei pronto al matrimonio, e durante l’ultima visita dei Nergui non hai nemmeno guardato le loro figlie.»

In realtà Oyun Badma l’aveva guardata eccome, ma con discrezione. Ci mancava solo che suo padre si facesse venire l’idea di appioppargli una moglie per poi spedirlo nel suo clan. Per tradizione accadeva il contrario, ma Avgan era un uomo ostinato e sapeva essere convincente. Non si diceva che bastassero uno stallone e dieci yak a comprare un mongolo?

«Potrei cercare lavoro presso un altro clan. Con gli animali me la cavo bene.»

Tseren chinò la testa senza ribattere. Sapevano entrambi che farsi accettare senza un matrimonio di mezzo era poco più che una fantasia. I clan si reggevano sui legami familiari, e il fatto che qualcuno decidesse di lasciare il proprio per cercare fortuna altrove gettava su di lui i peggiori sospetti. Quello che sua madre non conosceva – e che Oyun doveva mordersi la lingua per non dirle, perché lei sì, avrebbe meritato di saperlo – era il suo sogno, nato sei mesi prima, che da allora invece di sbiadire aveva messo radici nella sua anima fino a diventare reale quanto la ger e le pecore da mungere.

Era stato il cinese venuto con il mercante Ulzii a far scoccare la scintilla. Di solito Ulzii viaggiava solo, ma era stato ben pagato per consentire a quell’uomo panciuto e raffinato – Xi Xiang era il suo nome – di accompagnarlo per toccare con mano usi e costumi dei nomadi mongoli.

Il messaggio implicito nel naso spesso arricciato del cinese, vale a dire che i mongoli fossero di poco diversi dal loro bestiame, aveva ferito Tseren, fatto ribollire il sangue ad Avgan e ai figli più grandi, ma aveva lasciato Oyun del tutto indifferente, così come i racconti – mediati dalla poco paziente traduzione di Ulzii – della vita nella grande, ricca, progredita Pechino.

Poi il cinese aveva parlato della medicina.

Niente a che fare con l’arte praticata dallo sciamano. A Pechino c’erano persone che passavano anni a studiare sui libri – pergamene incollate una all’altra, capaci di contenere lunghi scritti – per imparare a curare le malattie. Tagliavano persino a pezzi i morti per capire come funzionava il corpo umano, e nessun dio li puniva per questo. Grazie ai loro sforzi molti malati guarivano oppure sopravvivevano più a lungo di quanto non si fosse creduto possibile fino a pochi decenni prima.

Vincere le malattie. Non cantando qualche canzone e gettando a terra gli astragali di montone nella speranza che gli spiriti decidessero di lasciar vivere l’uomo o l’animale di turno, ma con erbe, minerali, massaggi, aghi. Quasi troppo bello per essere vero. Il cinese si stava forse prendendo gioco di lui perché era solo un pecoraio? Eppure a vederlo sembrava serio.

Oyun ricordava bene la sensazione di impotenza che aveva provato alla morte di sua sorella Udun. Cosa c’è di più stupido del morso di una marmotta?, ricordava di avere pensato mentre guardava sua madre rinfrescare con una striscia di feltro bagnato il viso bruciante di Udun. Eppure il morso si era infettato, nonostante ci avessero versato sopra l’airag bollente, e sua sorella era morta. E adesso questo Xiang veniva a dirgli che non c’entravano spiriti e dei, che Udun avrebbe potuto essere salvata dagli uomini. Oyun era rimasto tanto colpito che non riusciva a smettere di fare domande. Alla fine Ulzii, esasperato, gli aveva gridato di andarci lui, a Pechino, se proprio l’argomento gli interessava tanto.

Il suo sogno era nato così.

Avgan irruppe in quel momento nella ger.

«Moglie, è arrivato un servo a dire che il cugino Delger sarà qui stasera con la famiglia.» Lanciò un’occhiata torva a Oyun che esitava con la tazza in mano. «Tu, cosa ci fai qui? Vai a uccidere una pecora, dobbiamo sfamare gli ospiti. E tieniti pronto per domani: si va a caccia con le aquile.»

Nella fredda luce dell’alba i cacciatori erano una linea scura che tagliava la prateria. La visibilità era ottima e il vento soffiava da nord, cosa che avrebbe permesso agli uomini di arrivare relativamente vicini al branco di lupi senza essere intercettati dal loro olfatto.

Le Colline Sacre formavano una sorta di ferro di cavallo che si apriva sulla pianura. Il branco di lupi – una quindicina di esemplari, secondo i perlustratori – si era stabilito nella piana al centro delle colline, in una foresta di betulle, e da lì compiva sortite nella prateria sulle tracce delle gazzelle codabianca.

I cacciatori con le tre aquile, Avgan incluso, cavalcavano in testa alla fila. Dalla sua posizione intermedia Oyun poteva vedere i rapaci incappucciati sul loro sostegno agganciato alla sella.

Le aquile erano animali mitici perché il loro volo ad alta quota li avvicinava agli dei. Possedere un’aquila significava automaticamente acquisire prestigio all’interno del clan, sia per le opportunità di caccia che questa offriva, sia perché la cattura stessa degli aquilotti dal nido – sempre situato sulle rocce più impervie e ben sorvegliato dai genitori – richiedeva una buona dose di coraggio.

Ai piedi della collina dell’Orso i cacciatori si radunarono. Dopo un rapido scambio di sguardi i portatori tolsero i cappucci alle aquile. Per pochi istanti i rapaci si guardarono intorno, poi spiccarono il volo e iniziarono a prendere quota, spingendosi sempre più in alto, fino a diventare puntolini appena visibili nel cielo terso.

Per lunghi minuti i cacciatori rimasero immobili e silenziosi nel vento che batteva la pianura, i visi alzati per non perdere di vista le aquile; poi tre lunghe strida lacerarono l’aria e un’aquila si spostò più a nord. Le altre due aquile spostarono le loro spirali di volo sulla sua scia, senza intenzione apparente.

«Ci siamo.» Chuluun diede di gomito a Oyun, facendolo sobbalzare. «Li hanno avvistati. Verranno fuori da lì.» Indicò la zona in cui le colline si aprivano sulla pianura.

In quel momento la prima aquila si tuffò in picchiata e sparì oltre le pendici della collina più vicina. I cavalli scartarono nervosi, percependo la tensione crescente dei cacciatori. L’aquila ricomparve a media quota e si tuffò di nuovo, una, due volte prima che un movimento anomalo nell’erba alta segnalasse l’arrivo delle prede.

I lupi si lanciarono verso la pianura con l’energia di chi lotta per la vita, dapprima mantenendosi uniti, poi allargandosi a raggiera quando anche le altre due aquile iniziarono a tuffarsi su di loro. Grida selvagge si alzarono dagli uomini che subito partirono al galoppo per inseguire i lupi, dividendosi in tre gruppi, uno per ogni aquila cacciatrice.

Oyun lanciò Stella del Gelo sulla scia dei fratelli, che a loro volta seguivano Avgan. Non c’era più niente da pensare o da capire, bisognava solo seguire il capogruppo che teneva d’occhio l’aquila.

«Joo!» gridò Avgan, segnalando con un gesto del braccio che l’atterramento era avvenuto.

Era l’esperienza a guidarlo; in quel momento sia l’aquila che il lupo erano nascosti dall’erba, ma lui conosceva alla perfezione il tempo che la sua aquila avrebbe impiegato a risollevarsi in volo in caso di fallimento, e non sbagliava mai.

Oyun strinse le ginocchia e spronò Stella del Gelo mentre il galoppo si faceva più sfrenato. I cacciatori dovevano raggiungere il punto dell’atterramento nel minimo tempo possibile se volevano impedire all’aquila di lacerare la preziosa pelle del lupo o al lupo di avere la meglio sull’aquila. Stringendo anche le redini, si aggrappò convulsamente alla criniera di Stella del Gelo.

Non posso cadere, non posso cadere…

Sentiva le ginocchia già deboli per la fatica, ma non doveva farsi sbalzare da cavallo, non quel giorno, con i parenti in visita e suo padre nel pieno di un impeto di orgoglio familiare. Piuttosto si sarebbe attaccato alla sella con i denti.

Forse era inevitabile, o forse il timore faceva brutti scherzi, perché pochi istanti dopo Oyun si sentì perdere la presa sul cavallo. Imprecando nel vento contro gli dei, atterrò di schiena con il piede destro ancora impigliato nella staffa. Stella del Gelo continuò a trascinarlo per un tratto che gli parve eterno, poi un movimento fortunato gli liberò il piede e Oyun si trovò faccia a faccia con il cielo terso, senza fiato per il dolore e la vergogna, mentre il cavallo proseguiva la corsa.

Si mise a sedere e mosse le articolazioni con cautela: pareva che non ci fosse niente di rotto, ma la caviglia destra lo fece mugolare. Tempo poche ore si sarebbe di sicuro gonfiata abbastanza da non permettergli di calzare lo stivale.

Le grida degli uomini e delle aquile erano già echi lontani. Probabilmente nessuno si era ancora accorto della sua caduta, ma era solo questione di tempo. Il pensiero di suo padre e dei fratelli che tornavano indietro, con i loro commenti e le loro risate, gli fece andare il sangue al viso. Per un folle istante sperò che nessuno tornasse a cercarlo, ma subito si diede dello stupido: le ger distavano ore di cavallo e con il tramonto le temperature sarebbero andate sotto lo zero. Restare a piedi, solo e mezzo azzoppato, non era un guaio da poco.

In quell’istante il vento gli portò uno strano suono, roco e lamentoso, proveniente da nord. Oyun si mise in ginocchio per guardarsi intorno, ma non vide niente e nessuno. Rimase a lungo in ascolto, senza udire altro che il fruscio incessante della prateria. Era ormai convinto di essersi sbagliato quando il suono si ripeté, più forte stavolta, con una nuova nota rabbiosa.

Un brivido gli corse lungo la schiena. Di tutti gli animali che popolavano la prateria, erano pochi quelli che aveva voglia di incontrare in quel momento, e nessuno di loro emetteva versi di quel genere. Eppure c’era dolore in quella voce, e una frustrazione non molto diversa da quella che aveva provato lui nel trovarsi disarcionato. Forse stava già cominciando a sragionare. Se almeno Stella del Gelo non lo avesse abbandonato, avrebbe avuto di che bere e mangiare in attesa dei soccorsi.

Iniziò a strisciare nell’erba verso il punto da cui sembrava provenire il lamento, che ora si ripeteva ritmico, con piccole variazioni di tono. Proseguì carponi, alla cieca, per un tempo che gli parve lunghissimo, poi sbucò in un tratto dove l’erba era abbattuta e lo vide.

Il lupo giaceva su di un fianco e respirava affannosamente. La lingua gli fuoriusciva dalla bocca semiaperta fino a strisciare sul terreno. C’era sangue sul suo collo, sulla spalla sinistra, sul muso. Gli mancava quasi del tutto l’orecchio destro, forse per un vecchio combattimento. All’arrivo di Oyun snudò i denti in un ringhio feroce e annaspò freneticamente per alzarsi, poi si allontanò con fatica, zoppicando lievemente.

Spinto da un impulso inspiegabile, Oyun lo seguì. Il lupo non riusciva a mantenere l’andatura tipica, trotterellante della sua specie; rallentava spesso, oscillando con il corpo come se stesse per cadere, poi riprendeva la sua marcia verso le colline. Verso casa, pensò Oyun, che riusciva a tenere il suo passo nonostante la caviglia dolorante.


Quanto sangue poteva perdere un lupo prima di schiantarsi a terra per non rialzarsi più? Oyun non ne aveva idea, ma sapeva che i lupi sono animali resistenti. Anzi, a ben pensarci sapeva molte altre cose su di loro: che un lupo ferito è più pericoloso di un lupo sano, per esempio; che quando un lupo rimaneva preso in una tagliola si staccava la zampa a morsi per fuggire; che talvolta i lupi feriti si fingevano morti per azzannare alla gola il cacciatore che si chinava su di loro. Aveva sentito mille storie raccontate intorno al fuoco dagli uomini del clan, e anche se forse non tutte dicevano il vero, nessuna mostrava il lupo come una compagnia raccomandabile, se non sotto forma di pelliccia con cui coprirsi nelle notti di veglia col gregge. Eppure in tutte quelle storie, mescolato all’odio e alla paura, c’era anche una sorta di rispetto.

Forse fu per questo, oppure per un altro motivo che lui stesso non conosceva, che Oyun continuò a seguire il lupo anche quando quello iniziò a risalire la collina con il suo passo disuguale. Di certo voleva raggiungere la betullaia e il branco, ma non ci arrivò. Oyun lo vide crollare a terra accanto a un cespuglio e abbandonarsi ansimante su un fianco.

Con cautela gli si fece più vicino. Ogni suo passo suscitava un ringhio furioso e un arricciare delle labbra in una smorfia che faceva paura. Guardandolo, a Oyun parve di provare i suoi stessi sentimenti: il dolore, la rabbia contro un corpo che non gli rispondeva più, la frustrazione per l’impossibilità di fuga, l’odio per chi era testimone della sua sconfitta.

In silenzio, sedette a pochi passi dall’animale ferito. Ora vedeva chiaramente la ferita sul collo, quella da cui la vita del lupo stava scivolando via. La zoppia non c’entrava, doveva essere una sua caratteristica da chissà quanto tempo. Incredibile che fosse sopravvissuto in un mondo così poco gentile con i deboli. Cosa poteva fare per lui? Guardarlo morire, nient’altro. Al loro arrivo, suo padre e i fratelli avrebbero finito il lupo e lo avrebbero caricato sul cavallo per poi gettarlo sui carri che già contenevano altri lupi ridotti a un mucchio informe di carne e pellicce.

Oyun strisciò più vicino. Piano, molto piano. Ogni avvicinamento produceva un nuovo ringhio e un debole tentativo di alzarsi, sempre fallimentare. Quando Oyun fu a due passi di distanza, il lupo rinunciò a intimidirlo e si limitò a sorvegliarlo senza sollevare il capo da terra. Nei suoi occhi color ambra la fiammella della vita ardeva appena.

«Non morire, Un Orecchio» sussurrò Oyun. «Hai capito? Non devi morire.»

Era poco per convincerlo, lo sapeva. Il lupo avrebbe avuto bisogno di qualcuno che gli cucisse la ferita e lo curasse, non di uno sciocco capace solo di farsi sbalzare a terra dal suo cavallo.

Come evocato dal suo pensiero, un nitrito risuonò molto vicino.

«Stella del Gelo!»

La cavalla si avvicinò, docile, ma si impennò per il terrore nel percepire l’odore del lupo. Oyun fece appena in tempo a trattenerla per le briglie. La condusse poco lontana e la legò a un cespuglio, in modo che non potesse fuggire.

Mentre la carezzava per calmarla gli cadde l’occhio sulla cinghia cui era stata appesa la staffa destra, ora mancante: una parte si era strappata nella caduta, ma l’altra parte era stata tagliata di netto. Qualcosa di amaro gli risalì la gola. Chuluun? No, probabilmente Medgui. Che scherzo fantastico, fargli fare la figura dell’idiota proprio il giorno della caccia con le aquile.

La rabbia, anziché infiammarlo, lo rese di colpo più lucido. Era stato suo padre a caricare Stella del Gelo la mattina; nelle sacche doveva esserci qualcosa di utile. Dopo avere bevuto fece un rapido inventario: oltre all’acqua aveva una coperta, un piccolo otre di cuoio pieno di airag, carne essiccata, formaggio e un po’ di cagliata dolce, più una zucca scavata per bere.

L’odore inebriante dell’airag lo fece tornare con il pensiero a Un Orecchio. Senza pensarci due volte fece una piccola buca usando il coltello e ci ammucchiò dentro qualche manciata d’erba e di licheni secchi, poi si diede da fare con la pietra focaia che portava in cintura. Poco dopo metteva a scaldare sul piccolo fuoco l’otre con l’airag, badando a lasciare una fessura libera per l’aria. Di solito si usava una pentola, ma il cuoio trattato poteva resistere qualche minuto alla fiamma.

«Aspetta a morire, Un Orecchio. Forse posso fare qualcosa per te.»

Portò l’otre bollente accanto al lupo che seguiva i suoi movimenti con diffidenza, respirando a fatica. Si poteva curare la ferita di un lupo come quella di un uomo? Forse no, ma non c’era tempo per i dubbi; se non avesse fatto presto, il lupo sarebbe morto comunque.

Stappò l’otre e con gesto deciso versò l’airag bollente nel piccolo squarcio che si apriva sul collo del lupo. Il corpo dell’animale ebbe un guizzo violento, poi ricadde e giacque immobile. Oyun si inginocchiò con il cuore che batteva a mille: il lupo respirava ancora, ma era troppo debole. Bisognava fare in fretta.

Sterilizzò la lama del coltello sul fuoco, poi prese la piccola zucca cava dalla sacca e si accostò a Stella del Gelo. Calmandola a carezze le recise la vena sul garrese e raccolse nella zucca il sangue che fuoriusciva. La cavalla fremette come se un insetto l’avesse infastidita, ma non si mosse. Ci era abituata, come Oyun era abituato a nutrirsi a quel modo in mancanza d’altro.

Riempita la zucca e chiusa la vena con un grumo di argilla impastato con la saliva, Oyun tornò dal lupo. Si arrestò, esitante. Questa operazione richiedeva una confidenza diversa; un Orecchio avrebbe potuto morderlo. Non si poteva contare sulla sua debolezza, in lui gli istinti erano ancora potenti. Eppure non c’era altro modo.

Oyun frugò tra le erbe fino a quando non trovò una cannuccia del tipo che i bambini usavano per soffiare nell’acqua, poi si inginocchiò davanti al muso del lupo e gli sfiorò la bocca semiaperta, pronto a ritrarsi. Il lupo arricciò le labbra ma non accennò a mordere. Oyun allora risucchiò il sangue dalla zucca con la cannuccia fino a riempirsene la bocca, poi accostò la cannuccia alla bocca di Un Orecchio. Non poteva infilargliela tra i denti o il lupo l’avrebbe strappata, ma confidava che l’odore del sangue fosse un richiamo sufficiente.

Un Orecchio si limitò ad annusare le prime gocce, che scivolarono a terra; assaggiò le successive, ancora poco convinto, poi prese a inghiottire furiosamente mentre Oyun aumentava il flusso. Quattro boccate di sangue, nella zucca non ce ne stava di più. Oyun fece un altro viaggio per attingere alla vena di Stella del Gelo e di nuovo fece bere il sangue a Un Orecchio. Non era sicuro di poter chiedere altro sangue alla cavalla senza indebolirla. Per ora doveva bastare.

Sedette accanto al lupo e tese la mano ad accarezzarlo sul fianco e sulla spalla incrostati, dapprima con cautela, poi più sicuro quando vide che il lupo non accennava a reagire.

«Sangue fa sangue. Vivi, Un Orecchio. Te lo ordino.»

In quell’istante il vento gli portò un eco di voci lontane. Richiami.

No! Non dovevano trovarlo adesso.

Oyun tornò da Stella del Gelo e la fece sdraiare a terra, poi si accucciò a sua volta con il cervello in subbuglio. Se Un Orecchio non si fosse mosso, se nessuno avesse visto le tracce di sangue e l’erba abbattuta qua e là, se si era allontanato abbastanza dal punto in cui si trovava quando era caduto da cavallo…

Se, se, se. Troppi per tenere viva la speranza.

Immobile, a occhi chiusi come se questo potesse aiutarlo a non essere avvistato, Oyun mormorò tutte le preghiere che ricordava e ne inventò altre, rivolgendole agli dei degli uomini e a quelli dei lupi, e aspettò. I richiami si fecero più forti, più deboli, di nuovo forti, infine si spensero in lontananza. Sollevato e ancora incredulo, fece ritorno da Un Orecchio. Il lupo lo fissò in silenzio, ma a Oyun parve che la fiamma vitale nei suoi occhi ardesse più vivace di prima. Solo allora capì ciò che aveva fatto: per Un Orecchio aveva rinunciato a farsi soccorrere, anche se questo significava rischiare la vita.

Quella notte Oyun la trascorse raggomitolato contro il corpo caldo di Un Orecchio. Il giorno dopo bevve il latte attaccandosi ai capezzoli di Stella del Gelo, poi le rubò altro sangue e lo fece bere al lupo, che ancora non si muoveva. Tagliò lo stivale perché contenesse la caviglia gonfia e andò a raccogliere bacche e tuberi commestibili nella vicina betullaia, cercando tracce del branco di lupi, senza risultato. Più tardi mangiò una striscia di carne secca e un pezzetto di cagliata.

La sera Un Orecchio alzò la testa e bevve un po’ d’acqua dalla zucca.

Gli uomini del clan tornarono l’indomani e il giorno successivo, e di nuovo Oyun si nascose. Non si domandò cosa avrebbe fatto e quando sarebbe tornato a casa. Le provviste non potevano durare a lungo, ma per ora era vivo e si dava da fare. Se Un Orecchio poteva farcela, lo stesso valeva per lui.

Il giorno dopo Oyun andò a caccia di gazzelle coda bianca, sperando contro ogni speranza. Non ne abbatté nessuna, ma la fortuna gli fece trovare un esemplare quasi del tutto spolpato dalle volpi. Divise la poca carne con Un Orecchio, che iniziava ad alzarsi barcollando per ricadere a terra subito dopo. La vita nel clan gli aveva trasmesso conoscenze che a lungo erano rimaste sopite, e Oyun le mise in gioco tutte per sostentare se stesso e il lupo mentre i giorni passavano. Una volta finite le provviste, si cibò di erbe e bacche e preparò trappole che gli fruttarono una lepre e una vecchia marmotta. La settimana passò in un lampo.

Un Orecchio stava guarendo. Aveva imparato a fidarsi, ma non si lasciava più accarezzare, ora che poteva evitarlo. Faceva invece incursioni sempre più lunghe nei dintorni per poi tornare ogni sera ad accucciarsi a pochi passi dal suo compagno umano. Sentiva la mancanza del branco? Oyun era convinto di sì. Chiunque ha bisogno di un posto dove tornare.

Una notte però Un Orecchio non si fece vedere. Quando ricomparve, poco dopo l’alba, non si avvicinò come il solito ma si mantenne a una certa distanza. Oyun lo vide dondolarsi sulle zampe, esitante, fare qualche passo zoppicante verso di lui, poi allontanarsi di nuovo e fermarsi a fissarlo.

«Ehi, cosa c’è? Vieni qui, Un Orecchio!»

Il lupo uggiolò, ma non si mosse.

Per un po’ Oyun rimase a guardarlo, interdetto, poi iniziò a scrutare intorno, nell’erba alta, tra i primi alberi della foresta di betulle poco lontana, e trovò la conferma al suo sospetto: un lupo lo osservava da dietro un tronco, immobile. Dalle dimensioni si sarebbe detta una femmina.

All’improvviso si sentì come svuotato. E così Un Orecchio era pronto. Doveva succedere, prima o poi. Non era per questo che lo aveva salvato? Guardò lontano, dove sapeva che sorgevano le ger, dove il clan continuava la sua vita senza di lui. Pensò a sua madre, a suo padre, ai suoi fratelli. Forse era venuto anche per lui il momento di tornare. Aveva voglia di piangere, ma le lacrime non vollero uscire.

«Buona fortuna, Un Orecchio. Vai, cosa aspetti? È la tua occasione, non sprecarla.»

Guardò il lupo che si allontanava, poi iniziò a caricare Stella del Gelo.

Le possibilità di sopravvivenza di un lupo zoppo erano quasi nulle, eppure Un Orecchio in passato ce l’aveva fatta, e adesso era di nuovo pronto a riprendersi la sua vita.

Forse Pechino non era così lontana.






LA PARTITA



La scacchiera è già al centro del tappeto, con i pezzi ben disposti sulle loro caselle. Dalla finestra socchiusa si insinuano le mille voci del traffico.

«Non tocca a me il nero» dico, come ogni volta.
«Si, invece» fa Caterina, accarezzando i suoi pedoni bianchi come se fossero un piccolo esercito del bene.

Siedo a gambe incrociate sul tappeto, aggiustandomi i pantaloni troppo seri per questa posizione. Se il mio giro includesse solo Caterina, verrei in jeans e maglietta; ma molte famiglie preferiscono uno stile più formale se devono accettare che il mio giudizio abbia un peso sulle loro vite. Caterina, dal canto suo, come tutti i bambini se ne frega di come sono vestito. L’importante è che io suoni il campanello alle tre e mezza di ogni mercoledì e non mi faccia venire la fantasia di cambiare gioco. All’inizio ci ho provato: disegni, pupazzi da dita, costruzioni. Dopo la prima partita a scacchi, però – con la mia vecchia scacchiera dai pezzi grandi, pensati per mani di bambino – Caterina ha respinto ogni alternativa con tale veemenza da farmi temere un rifiuto della mia persona.

«Cosa hai portato?» domanda sospettosa, come se si aspettasse una fregatura. Ne ha già prese tante, in sette anni di vita.

«Magari niente… o magari ho qualcosa anche oggi, chissà.»

Infilo la mano destra nella tasca, muovo le dita a creare un effetto di volume inesistente, premo con l’indice contro il tessuto per dare l’idea di una punta. Caterina fissa la tasca a bocca aperta mentre fingo di non trovare quello che cerco.

«Ma insomma!» sbotta, corrucciata.
«Ah, ecco! Ero sicuro che fosse qui.»

Tiro fuori dalla tasca un piccolo anello dorato. Caterina arriccia il naso.

«Cos’è?»
«Una collana. Per la principessa.»
Il suo sguardo s’illumina di colpo. «Per la principessa, sì! È d’oro, vero?»
«Più o meno. Vediamo come le sta.»

Infila l’anello al collo del pedone bianco in A2, lo rimira soddisfatta.

«E’ bellissima» sentenzia. «Cominciamo?»

Cominciamo.



E’ sempre così che inizia la partita, con me che consegno il mio piccolo dono per la scacchiera, anche se, a parte il nome, del gioco degli scacchi è rimasto ben poco. Piuttosto il piano ricorda un pavimento a piastrelle bianconere su cui si muovono gli attori della nostra recita, carichi di orpelli al punto da rischiare di ribaltarsi al minimo tocco.

Tre cavalli hanno piccole selle ereditate dai miei soldatini di plastica, e treccine bionde appiccicate al posteriore con la colla, macabri resti di una Barbie sfortunata. Sulle torri sventolano bandierine colorate; da una pende anche un pezzetto di spago, in caso un ardito cavaliere volesse salire dalla sua bella. Gli alfieri tengono in mano spade di stuzzicadenti e mazze rivestite di stagnola, e scudi fatti con gusci di noce. Anche i pedoni hanno le loro peculiarità: chi una cintura di filo colorato, chi un tappo di plastica a mo’ di berrettino, chi una gonnellina di carta. È il trionfo del riciclaggio. Ma il pedone-principessa spicca su tutti gli altri pezzi: con la sua piccola mantella in vera seta fucsia e la coroncina dorata in testa – e adesso anche la nuova collana – è la star indiscussa della rappresentazione.

In tutta questa fantasia di colori e accessori, stranamente sono proprio il re e la regina i pezzi più poveri, più brutti; o forse ho imparato a vederli così attraverso gli occhi di Caterina. Il re in realtà non ha altra colpa che l’essere rimasto il semplice pezzo degli scacchi, nudo e crudo, ma la regina è degna di un film dell’orrore: Caterina le ha appiccicato sulla faccia una maschera di carta disegnata da lei, che la fa sembrare un mostro sanguinario con lunghi canini asimmetrici e occhi degni di un babau.

È sempre Caterina a decidere che storia va in scena. Oggi abbiamo le vicende di due pedoni contadini che vengono rapinati da un alfiere malvagio. La mia piccola compagna muove i pezzi due o tre per volta e balza da un lato all’altro della scacchiera, infervorata nell’azione.

«… e allora bum, il contadino gli dà un colpo in testa con il cesto delle patate. Ma lui… lui…»
«… ha l’elmo e la corazza, perciò non si fa male» suggerisco. «Si avvicina minaccioso alla contadina e dice: “Dammi subito le fragole, o taglierò tuo marito a fettine!”»
«E invece… ta-dan!» Caterina fa piombare sulla casella vicina la principessa, l’anello d’oro trasformato per l’occasione in un paio di manette. «“Lascia stare questi buoni contadini, schifoso bastardo!”» fa con la voce grossa.

Niente di strano, Caterina sa dire di peggio. Proprio quando i contadini, l’alfiere cattivo e due cavalli che passavano di lì per caso arrivano alla seconda torre, suona il mio cellulare.

«Dimmi, Marina.»
«Hanno chiamato i Benetti, ti aspettavano per le quattro e tre quarti. Dove sei finito?»
Che diamine, qui il tempo vola. «Ho avuto un contrattempo, vado subito.»
Sento Marina ridacchiare. «Salutamelo, il tuo contrattempo. Hai preso una decisione per lei? Lo sai che il tribunale aspetta la consulenza. Due rinvii sono…»
«Lo so, ci sto mettendo troppo. Ne parliamo più tardi, va bene?»

Abbasso gli occhi sulla scacchiera: deve essere successo qualcosa in mia assenza, perché l’alfiere cattivo è scomparso e la principessa con i contadini si trova di fronte a una fila compatta di torri, al di là della quale si erge l’orrenda regina. Il re è come sempre relegato in un angolo lontano.

«Cosa succede?» domando.
«La principessa ha cacciato via il bandito, ma adesso ha deciso di andarsi a lamentare con la regina. I contadini sono venuti con lei, per aiutarla.»
«Di cosa si vuole lamentare?»
«Che ci sono tutti questi ladri e assassini in giro. Io dico che è colpa sua, che non manda i soldati a prenderli e metterli in prigione.»

Non c’è niente di casuale in questo gioco. Di solito la storia si conclude in modo molto semplice, con la regina che ammazza tutti, oppure li fa schiavi, o imprigiona la principessa, o al massimo con la principessa che fugge. È la prima volta che la principessa tenta un contatto con quel mostro che è la regina, e sono davvero curioso di vedere come va a finire. Resto in silenzio, calamitato dallo sguardo assorto di Caterina. Qualunque cosa stia accadendo, accade dentro di lei, adesso. Si morde il labbro inferiore, indecisa.

Bussano alla porta.

«Posso?» La mamma di Caterina si sporge dalla porta socchiusa. «Sono quasi le cinque, ho pensato di venire a vedere se vi serve qualcosa.»

Ha i capelli lavati di fresco e si è passata sulle labbra un filo di rossetto scarlatto che contrasta brutalmente con il pallore del viso. Piccoli miglioramenti, forse destinati a cadere nel nulla; o forse no.

«Chiedo scusa, mi sono trattenuto oltre l’orario. Abbiamo quasi finito.»
Lei abbozza un sorriso. «Non c’è problema.» Scompare.
«Devo andare, Caterina. Però prima devi dirmi cosa succede alla principessa.»

Mi fissa per un po’ con la fronte aggrottata, poi guarda la scacchiera.

«La regina… chiama dentro la principessa… così, per parlare.» Toglie una delle torri, e come per incanto si crea un varco nella barriera. «Ecco.»
«Ma… la principessa si fida a entrare?»
La mano di Caterina muove il pedone in circolo, si ferma, poi lo spinge piano sul confine tra la sua casella e la casella-varco. «Sì. Un po’. Lei è molto coraggiosa.»

Le faccio una carezza sulla testa e mi alzo in piedi.

«Ci vediamo mercoledì, piccola. Fai la brava.»

Questa volta non insiste perché io resti, non mi viene dietro fino al portone. Resta sul tappeto con i personaggi della sua storia.

Sto già chiudendo la porta della cameretta quando mi arriva il suo borbottio.

«Porta qualcosa per la regina, mercoledì. Così com’è fa schifo.»





UN INTRUSO A CASALBANO


Pomeriggio di pioggia senza genitori tra i piedi, zero compiti per domani e la play già calda: il paradiso deve essere così.

Sono giorni che pregusto questo momento. Sul tavolino ho una coca e un sacchetto di patatine, in caso qualche stupido istinto animale arrivi a intralciare il mio pomeriggio perfetto. È tutto pronto.

Mi butto sul divano e aspetto che il gioco si carichi. Questione di un minuto, non di più; ma in questo striminzito minuto la mia mente riesce a perdersi dietro i pensieri portati da questo giorno di calendario.

Ventiquattro dicembre. Sono cinque anni esatti da quando Remo se n’è andato.

Non che io abbia passato questi cinque anni a pensarci su. Ne sono cambiate di cose da allora. Adesso sto in città, per dirne una. Nuova casa, nuova scuola, nuovi amici. Una rivoluzione. Ho compiuto quattordici anni e mi hanno appena regalato il motorino. L’anniversario della partenza di Remo però non lo dimentico.

Certe volte mi guardo intorno mentre attraverso la città per andare a basket oppure cammino tra questi palazzoni con il naso per aria – dieci, quindici piani, roba da scoiattoli, mica da uomini – e mi domando se Remo ci starebbe in un posto così. Non gli piacerebbe, a lui che è abituato al sole e al vento; e di sicuro lui piacerebbe poco a quelli che ci abitano. Magari chiamerebbero la polizia per farlo arrestare, anche se ho visto persone, fuori da scuola o agli angoli delle strade, che fanno cose ben peggiori e poi se ne vanno in giro tranquille come il sole. Perché, in definitiva, cosa faceva Remo di tanto strano?


Arrivò in paese una mattina d’autunno. La nebbia era tanto fitta che sembrava non venisse mai giorno, tanto fitta che camminando non ti vedevi neanche il naso.

Anche così, il suo arrivo non poteva passare inosservato. Non tanto per lui, ma per i cani. Saranno stati sette o otto, forse di più. La barboncina del sindaco cominciò ad abbaiare da strozzarsi al loro passaggio, il labrador del meccanico pure, e gli altri in strada giù in risposta. Così, quando Remo attraversò la piazza del paese, tutti si domandarono cosa fosse quella cagnara. E siccome nel nebbione non si vedeva niente, in tanti uscirono di casa – anche la vedova Mervi, che era in sedia a rotelle – per capire cosa stesse succedendo, e si misero sulle tracce di quel baccano infernale.

Pure io e mia madre ci accodammo a quello strano corteo che andava avanti alla cieca, guidato solo dall’abbaiare dei cani. Mi veniva da ridere, perché la scena ricordava tanto la storia del pifferaio magico che avevo appena letto a scuola, ma mia madre mi diede uno scappellotto sulla testa. «Non c’è niente da ridere» mi disse, e aveva la faccia scura. Per molto tempo mi sono chiesto perché, ma forse adesso l’ho capito. Devo ringraziare quell’idiota di Andrea, che a scuola mi ha dato il benvenuto con un “Torna al paesello, contadino di merda, dove hanno paura anche della loro ombra!” Aveva ragione: a Casalbano la vita era tanto tranquilla che bastava poco a spaventare la gente. Uno come Remo, per esempio, era più che sufficiente.

Quel giorno lo schiamazzo ci trascinò per un bel tratto senza che nessuno riuscisse a vedere chi conduceva la muta di cani invisibili; poi, di colpo, la nebbia si alzò e venne fuori il sole. In pochi secondi ci trovammo tutti sull’argine del fiume: noi, Remo e i suoi cani. Le persone si guardavano in faccia un po’ stranite, come se si fossero appena risvegliate da un sogno, ma subito l’attenzione di tutti si puntò sul nuovo arrivato, tranquillo e sorridente tra i suoi amici a quattro zampe che gli scorrazzavano intorno.

«Chi è?»
«Ma da dove arriva ‘stu chi?»
«Che schifo.»
«Poveretto.»
«Ve’ i cani, che sporchi.»
Ne sentivo di tutti i colori, bisbigliate tra le file dei nostri, ma non posso dire che ascoltavo davvero. Ero tutto preso a guardare Remo.

Era vecchio, più di mio padre, magro come un chiodo e con i capelli grigi che gli scendevano sulle spalle in ciuffi unti. Gli occhi azzurri, tanto chiari in quella faccia scura per il sole, avevano una strana espressione – “un po’ da matto”, la definì mia zia più tardi. Se i suoi cani erano sporchi e spelacchiati, lui era peggio. Aveva vestiti di un colore strano, come quelli che certe volte uscivano dalla lavatrice e facevano sacramentare mia madre. In spalla portava una sacca di tela sgonfia e legati sulla schiena aveva dei cartoni arrotolati, di quelli grandi, che contengono i mobili.

La situazione era imbarazzante per gli adulti, si capiva da come muovevano i piedi e guardavano da tutte le parti. Noi bambini, invece, ridacchiavamo come scemi a vedere il nuovo arrivato con le pezze sui pantaloni e una corda come cintura. Non si poteva stare lì in eterno, però, e Remo non aveva fatto niente di male, per cui a un certo punto Gino – il vigile, c’era pure lui – fece sentire la sua voce autorevole.

«Circolare, signori. Non è successo niente. Forza, ognuno al suo lavoro.»

Tutti ce ne tornammo a casa, obbedienti, qualcuno brontolando sulla brutta gente che c’era in giro.

Quel giorno a scuola le lezioni iniziarono in ritardo. Anche i negozi non aprirono all’ora giusta, ma nessuno ebbe niente da ridire: era arrivato Remo. Solo mio padre che lavorava in città e pochi altri dovettero aspettare la cena per farsi raccontare l’evento del giorno.

«Dovevi vederlo, Gaetano, un bruto. Chissà da quanto tempo non si lavava.»
«Un barbone, insomma. Basta che non dia fastidio.»
«Non hai visto i cani!» insorse mia madre. «Quelli mordono, portano malattie, fanno un chiasso che non si dormirà più…»
«Eeeh, tutto in mezza giornata! Aspettiamo prima di fasciarci la testa. Magari è solo un povero cristo che non sapeva dove andare, e domani sarà già partito.»

Ma Remo non partì. Utilizzò invece i cartoni per costruire una specie di baracca sotto il Ponte Grande, dove si sistemò con i suoi cani. Si svegliava all’alba, si lavava – poco – nel fiume e poi cominciava a bussare alle porte dei contadini e dei bottegai della zona alla ricerca di qualche lavoretto da fare. Avrebbe accettato qualunque cosa, credo; era uno che si adattava.

All’inizio le cose gli andarono davvero male. Sorrideva sempre, chiacchierava poco ed era pieno di buona volontà, ma lo stesso sembrava non ci fosse posto per lui. Le prime settimane finì a chiedere l’elemosina sul sagrato della chiesa dopo la messa, perché non c’era un cane che volesse averlo intorno. A proposito, erano proprio i cani uno dei suoi problemi: chi vuoi che si pigli un lavorante con quel branco di cani pulciosi al seguito? Sta di fatto che la gente voleva vederlo sparire. Casalbano doveva tornare com’era sempre stato. Remo era solo un corpo estraneo da espellere, punto.

Per noi bambini, invece, il nuovo arrivato era la vittima ideale. Tirargli sassi, smontargli la baracca e buttare sotto il ponte l’immondizia più puzzolente erano passatempi divertenti in mancanza di meglio. Potevamo fare più o meno di tutto, purché stessimo attenti ai cani. Gli adulti, se anche vedevano, facevano finta di niente.

Stranamente io mi stancai presto. Remo non reagiva come mi aspettavo alle nostre angherie. Invece che lamentarsi o arrabbiarsi, spesso se la rideva, oppure ci rimandava gli oggetti lanciati come se partecipasse al gioco, o magari si metteva a suonare l’armonica sul più bello. Questa cosa, che divertiva tanto i miei amici, a me dava una specie di fastidio allo stomaco. A volte andavo a letto vedendomi la faccia di Remo, con la barba lunga e gli occhi lucidi, un po’ sporgenti, che mi fissavano come se volessero dirmi qualcosa. Ma cosa dovevo fare? O stai nel gruppo o sei fuori. Io scelsi la via di mezzo dei vigliacchi: partecipavo agli scherzi dalla retroguardia, fingendo di divertirmi, senza mai fare del male a Remo. Non ne vado molto orgoglioso, a ripensarci, ma sapevo che gli altri non mi avrebbero dato retta se avessi tentato di fermarli.

Con il passare del tempo la situazione di Remo migliorò un po’. Le prime ad ammorbidirsi furono le donne. L’inverno era vicino e di notte qualche volta gelava. Non era un bel pensiero, quello del vagabondo nella sua baracca di cartone, vestito solo con una camicia e un paio di pantaloni rotti.

«Poveretto» sospirava mia madre, proprio lei che all’inizio lo avrebbe messo al muro. «Come farà a resistere con questo gelo, non lo so. E poi avrà fame; cosa vuoi che ci faccia con quei quattro soldi dell’elemosina? Ernesto dice che compra solo frattaglie per i cani.»

Per un po’ papà si limitò a mugugnare. Dopo una giornata di lavoro, per smuoverlo ci voleva come minimo una rivoluzione; ma alla fine il tormento della mamma compì il miracolo.

«Va bene, va bene! Domani chiedo a Paolo se gli fa fare qualche ora al consorzio. Adesso posso mangiare in pace?»

La mamma rispose con un sorriso radioso. Dopo cena disse che usciva solo per un attimo e sparì senza darci il tempo di dire “bah”; ma io, sapendo per esperienza che papà si sarebbe addormentato all’istante davanti alla tivù, sgusciai fuori e le andai dietro. Seguirla fu facile fino a quando rimase sulla strada, ma quando discese l’argine solo una cosa mi impedì di perderla di vista nel buio: la coperta gialla che portava arrotolata sotto il braccio.

Quando arrivammo alla baracca mi nascosi dietro un ciuffo di canne. Da lì sentivo lo sciacquettio del fiume e vedevo la luce del piccolo fuoco che Remo usava per scaldarsi. I cani iniziarono ad abbaiare e ringhiare. Ero sicuro che mamma se la sarebbe data a gambe, perché ha paura dei cani; invece la sentii chiamare piano: «Remo? Remo?»

Nessuna risposta, ma i cani abbaiarono ancora più forte e alla fine ci fu un movimento tra i cartoni.

«Grazie, signora. Lei è molto gentile.» Remo aveva una voce strana, rauca, come se avesse bevuto, o fosse commosso.
«Oh, ma… lei ha già… beh, buonanotte, buonanotte.»

La mamma se ne venne via tanto in fretta che non feci in tempo a nascondermi bene, e lei quasi inciampò nei miei piedi.

«Ma guarda te… cosa ci fai qui? Chi ti ha dato il permesso di uscire? Va ben, andiamo a casa adesso.»
«Cosa è successo giù?» domandai mentre risalivamo la scarpata, tenendoci per mano.
«Va là, io credevo che avesse freddo e fame…» borbottò lei tra i denti. «Di coperte Remo ne ha più di noi a casa, e quello che aveva nel piatto sembrava spezzatino.»
«Meglio così, no? Almeno non dobbiamo preoccuparci per lui.»

Non dissi altro, anche se avrei potuto raccontarle parecchie cose di Remo. Che gli piaceva camminare nel bosco, per esempio, o che era molto bravo a costruire barchette con i fili d’erba e i pezzetti di legno; oppure che ogni domenica si appostava dietro la chiesa per ascoltare l’organo.

La mia era diventata una specie di fissazione. Spesso seguivo Remo, lo spiavo mentre si lavava o dava da mangiare ai cani o rovistava nella spazzatura. Sono convinto che qualche volta si accorse che lo pedinavo. Come detective ero davvero maldestro. Perché lo facevo? Non lo so nemmeno io. Forse perché non lo capivo. Tra tanta gente normale che avevo intorno, lui mi sembrava una specie di marziano.

Una volta ricordo che lo vidi giocare con uno dei suoi cani, un bastardino bianco e marrone dalle orecchie lunghe. Era incredibile lo sguardo di quel cane. Per lui Remo era più di un principe, più di un dio: era il centro del mondo, lui, con le pezze al culo e i capelli da spaventapasseri.

Il paese non andò molto in là nel dargli una mano. Dopo le coperte e qualche pasto gratis, tutti si erano già messi a posto la coscienza. Grazie a mio padre, però, Remo iniziò a fare qualche ora al consorzio; lasciava i cani nel campo lì vicino e per qualche ora caricava e scaricava sacchi di granaglie, oppure li riempiva sotto lo sguardo sospettoso di Paolo. Erano pochi euro, e sudati, ma gli bastavano per mangiare.

Per il resto, era come se Remo fosse trasparente: la gente non gli rivolgeva quasi mai la parola, ma lui sembrava felice lo stesso e cominciò perfino a cantare. Cantava forte, con una bella voce intonata, di giorno e qualche volta anche di notte, quando c’era la luna. Linda, la maestra, una volta disse che aveva riconosciuto una ballata francese.

Quell’anno il paese si avvicinava come sempre al Natale: lucine colorate, l’albero grande in piazza, il coro della chiesa che si preparava alla messa di mezzanotte; nell’aria l’odore dei biscotti con la cannella. Faceva molto freddo, e anche di giorno la temperatura rimaneva quasi sempre sotto lo zero. Le persone per strada filavano di fretta verso le loro destinazioni, tutte rattrappite nei giubbotti.

In una serata silenziosa come le altre Remo arrivò in paese di gran corsa, gridando come un matto.

«Fuori! Tutti fuori! Fuori!»

I cani gli correvano intorno e guaivano e uggiolavano tutti insieme, mentre lui andava da una parte all’altra della piazza, gesticolando, senza smettere di urlare: «Fuori! Fuori!»

Le luci si accesero dietro le finestre. Molte teste si sporsero a guardare cosa stava succedendo in strada. Quando videro che era Remo se ne tornarono dentro, al caldo.

«Remo l’è dvintè mat» commentò mio padre, risedendosi a tavola.
«Ma cosa fa?» domandò mia madre, messa in agitazione da tutto quel gridare.
«Niente, è lì che urla “tutti fuori”. Avrà bevuto.»
«Ma li senti i cani? Madonna santa, mi fanno drizzare i capelli in testa!»
«Siediti, va’. Vedrai che fra un po’ gli passa la sbornia e si addormenta appoggiato a un lampione.»

Io che ero rimasto alla finestra, però, vidi che Remo non si stava calmando per niente. Mentre i cani abbaiavano e ululavano si avvicinò a ogni portone per suonare i campanelli con la mano aperta, una, due, tre volte. La gente tornò alle finestre, stavolta di umore meno natalizio.

«Piantala, scemo!»
«Fatela finita, tu e quelle bestiacce!»
«È ora di andare a letto, ubriacone!»

Remo per un attimo smise di gridare e rimase fermo in mezzo alla strada, a guardare le facce rabbiose che lo insultavano.

In quel momento Don Michele uscì dalla chiesa e iniziò la traversata della piazza a testa bassa, stringendosi nella mantella. Remo lo guardò e sorrise, un sorriso strano, come se gli fosse appena venuta un’idea grandiosa; poi si avvicinò al parroco e lo colpì con un bel diretto al mento. Don Michele si afflosciò a terra come un sacco vuoto.

Dalle finestre uscì un eco di urla, bestemmie, insulti mescolati a “ooh” e “aah” di stupore, poi tutti si precipitarono in strada, così com’erano, qualcuno in pantofole e pigiama. Che spettacolo! Io me la godevo un mondo dal mio punto di osservazione in terrazza, tanto più che don Michele non mi era mai stato molto simpatico, ma la curiosità mi fece seguire mio padre e mia madre fuori, al gelo, dove quattro o cinque persone si erano già buttate su Remo e lo menavano di brutto, mentre i cani correvano in cerchio, abbaiando.

Appena fuori della mischia il parroco, seduto per terra, si massaggiava il mento con la faccia di chi non ha capito bene la situazione. Arrivò anche la vedova Mervi con un minuto abbondante di ritardo. Vista la sedia a rotelle, aveva fatto un tempo discreto. A quel punto ci mancava solo qualcuno che facesse l’appello, perché il paese era tutto in piazza.

Di colpo i cani si zittirono. La squadra punitiva rimase per un istante con i pugni sospesi in aria. Remo, in mezzo al gruppo, non si vedeva nemmeno.

In quel momento la terra tremò.

Prima piano, da farci solo barcollare, poi forte. Molto forte. Si sentì un rombo, come se sottoterra un mostro si fosse svegliato e stesse lottando per venire fuori. Tutte le luci si spensero. Qualcuno cadde per terra, molti si abbracciavano, gridavano, piangevano; poi papà e la mamma mi strinsero tra i loro corpi, coprendomi la testa, così non vidi più niente se non i loro vestiti che mi graffiavano la faccia. Ci accovacciammo a terra e rimanemmo lì, ad aspettare che finisse.

La terra continuò a tremare per un’eternità. Solo dopo seppi dal telegiornale che la scossa più forte era durata ventitré secondi e aveva toccato i nove gradi della scala Mercalli.

Quando la terra si fermò, ci guardammo intorno.

L’unica cosa intera era la fontana. La chiesa era sbilenca come se si fosse appoggiata su di un fianco, mentre il campanile aveva perso la punta. Delle case intorno, qualcuna era avvolta da una nube di polvere, altre avevano enormi crepe nei muri. Al centro della piazza si era aperta una crepa nel terreno che arrivava fino all’edicola.

Questo vedemmo alla luce della luna. Le scosse proseguirono per tutta la notte senza che nessuno avesse il coraggio di rientrare in quello che restava della propria casa. Solo la mattina, alla luce del sole, quando già i primi giornalisti filmavano gli edifici crollati, si cominciò a capire la gravità del disastro. Da noi il terremoto aveva fatto ventitré vittime, quasi tutte persone che conoscevo almeno di vista. Non si erano salvate perché vivevano in case vecchie, che erano crollate per prime, oppure erano vecchi loro stessi e non erano riusciti a uscire in tempo; e anche perché abitavano lontane dalla piazza e non avevano sentito l’avvertimento di Remo.

Mentre il paese si riempiva di gente estranea – parenti, soldati, curiosi, persone venute ad aiutare – lo vidi aggirarsi come un fantasma tra i vivi. Aveva mezza faccia gonfia, un occhio nero e un taglio sulla fronte, ma sorrideva. Ne aveva salvate, di persone, con quel pugno al parroco. Noi gli dovevamo la vita, perché nella nostra casa, che dall’esterno sembrava una delle meno danneggiate, era sprofondato il pavimento.

Quelli della radio e della tivù vennero a sapere del gesto di Remo e lo inseguirono per intervistarlo, lui che non parlava mai. Fotografarono anche i suoi cani, che avevano buona parte del merito: erano stati loro, abbaiando e ululando in modo diverso dal solito, a fargli capire che stava per succedere qualcosa di brutto; ma il merito di avere capito come tirare fuori di casa tante persone che non si fidavano di lui, quello era tutto di Remo. Don Michele spiegò che Remo prima di colpirlo gli aveva chiesto scusa.

Sui giornali la vicenda diventò una bella storia con tanto di eroe in prima pagina. Non aveva più importanza che Remo avesse i vestiti stracciati e i capelli unti. La gente del paese iniziò a coccolarlo in tutti i modi per farsi perdonare la diffidenza del passato. Fecero a gara per dargli un lavoro migliore, trovarono una capanna dove farlo stare fino al momento in cui gli avrebbero assegnato una vera casa, con tanto di giardino per tenere i suoi amati cani. Insomma, mentre molti di noi avevano perso tutto, pareva che Remo avesse vinto alla lotteria. Io però ero sicuro che quella popolarità improvvisa non gli piacesse per niente. Lui non era come noi, che badiamo ai soldi, alla tivù, alla macchina, alle vacanze. Lui era diverso. Per questo pensai: “Remo se ne va.” Proprio così, precise parole, come se me lo avesse detto lui in un orecchio.

Cominciai a tenerlo d’occhio più di prima. Mentre ero a casa dei miei zii, dove ci eravamo trasferiti, passavo il tempo a cercare argomenti che lo convincessero a restare, io che non gli avevo mai rivolto la parola; poi tornavo a spiarlo dai cespugli sull’argine del fiume. Non volevo che andasse via.

Intanto la casetta provvisoria di Remo era pronta. Per la vigilia di Natale fu organizzata una bella cerimonia in cui tutti i cittadini sarebbero andati a fargli festa e il sindaco gli avrebbe consegnato una targa dorata di ringraziamento. In paese non si parlava d’altro.

Quel giorno scappai dalla finestra all’alba per andare al Ponte Grande, e lo vidi. Portava arrotolati sulla schiena i cartoni che erano stati la sua casa e stava chiudendo la sacca con le sue poche cose. Tutti i discorsi che mi ero preparato svanirono con il mio fiato nell’aria fredda.

Lui si voltò e mi vide. Sorrise, come sempre, con gli occhi che luccicavano. Mise la sacca in spalla, fischiò per radunare i cani e si incamminò lungo il fiume.

«Remo!» gridai. Soltanto questo riuscii a dire: il suo nome.

Non si voltò indietro; alzò soltanto il braccio destro in segno di saluto. Io rimasi lì, a guardarlo allontanarsi e poi sparire dietro le canne, con i cani che gli correvano intorno. Cantava.





LA SORPRESA


“Caro Babbo Natale, quest’anno sono stata molto buona. Puoi per favore mandarmi un fratello nuovo? Quello che ho non mi piace più.”

Gliel’ho scritto anche l’anno scorso, ma non ha mica funzionato. Forse la lettera si è persa. Forse le renne se la sono mangiata.

Tommi è diventato antipatico con me. Non come prima, quando mi prendeva in braccio e mi spettinava tutta e mi chiamava scricciolo. La mamma dice che è perché sta diventando grande, ma per me è solo più cattivo. Non mi vuole nella sua stanza e mi dice sempre di stare zitta, anche quando non sta facendo niente di speciale e io gli voglio solo raccontare quello che è successo a scuola. Se poi mi avvicino quando ci sono i suoi amici, mi fa: “sparisci, sgorbio”, che io non so cosa vuole dire, ma si capisce che non è una bella cosa.

Allora ho chiesto alla mamma. Le mamme sanno sempre cosa fare. Quando lei e papà litigano, per un po’ se ne stanno zitti e arrabbiati, ma poi finisce sempre che sorridono e si baciano. Per questo sono andata da lei a chiedere come si fa a fare la pace.

La mamma era in cucina che leggeva dei fogli con la penna in mano. Le ho fatto la mia domanda – tre volte, perché non mi ascoltava tanto – e alla fine lei ha detto: “Per fare pace si parla di quello che ci ha fatti arrabbiare, oppure si fa una sorpresa per farsi perdonare.”

Così ha detto. Ma io non sono tanto sicura che mi devo far perdonare, e poi come ci parlo con Tommi, se non mi vuole neanche vedere? E come faccio a fargli una sorpresa, io che sono piccola e non ho i soldi e non so come si fanno le cose?

La mamma ha sventolato la mano in aria come quando caccia via le mosche, poi ha detto: “I piccoli fanno sorprese piccole. Basta metterci il cuore.”

Ci ho pensato tutto il giorno. Ho cercato negli armadi e nei cassetti e nelle scatole una sorpresa abbastanza piccola per me, e alla fine l’ho trovata, anzi, ne ho trovate tante: cento sorpresine colorate per fare pace con Tommi. Le ho messe sulle lenzuola, tutte in fila. Con il cuore, come diceva la mamma. Saranno davvero una sorpresa, perché Tommi torna tardi e va a letto senza accendere la luce, io lo so. Come le chiama papà? Ah sì, puntine. Puntine da disegno.

Lo sapevo che bastava chiedere alla mamma. Lei sa sempre cosa fare, è anche meglio di Babbo Natale.

Peccato però che sono piccola. A Tommi se ero grande gli facevo una sorpresona.





L'ULTIMO VIAGGIO


Il sentiero scendeva dritto verso la conca boscosa, quasi invisibile dalla strada. Non fosse stato per Teo e per il ritmo lento che la sua passeggiata imponeva, forse Simone sarebbe passato oltre senza notarlo; invece si era lasciato invogliare da quella deviazione che gli stava rubando troppo tempo.

«Teo, andiamo! È ora di tornare. Teo!»

L’esasperazione crescente nei suoi richiami non sortì grossi effetti: il segugio si voltò un istante a guardare il padrone e subito ripartì al trotto, zigzagando con il naso a terra.

«Figlio di un cane!»

Sospirando, Simone seguì l’animale di buon passo per non perderlo di vista.

Il sentiero, battuto e in alcuni punti contrassegnato da pennellate di blu sugli alberi ai due lati, si snodava sinuoso nella faggeta. Sul terreno quasi privo di sottobosco, resti di ramaglie e trucioli testimoniavano il recente lavoro dei taglialegna. Erano queste le foreste che preferiva, meno austere dei boschi di conifere e piene di giochi di luce tra cui perdersi, come quando da ragazzino trascorreva ore e ore a nascondersi da banditi immaginari e bulli fin troppo reali.

Dimenticò la fretta, catturato suo malgrado dalla magia del cammino, fino a quando uno strano uggiolio attirò la sua attenzione.

Il cane era seduto in mezzo al sentiero e fiutava l’aria, inquieto. Al suo avvicinarsi guaì più forte e accennò a muoversi, ma rimase inchiodato dove si trovava, come se lacci invisibili lo trattenessero.

«Stanco, Teo? Dai, si torna a casa.»

Il cane puntò su di lui lo sguardo intenso dei suoi occhi castani, ma non si mosse.

Era un comportamento strano. Forse una spina nella zampa? Simone si chinò su Teo per controllare, ma il cane voltò la testa di scatto e le mascelle si richiusero con uno schiocco a pochi centimetri dal suo polso. Simone si ritrasse, sconcertato.

Solo in quel momento si rese conto del silenzio innaturale che avvolgeva la foresta. Non un fruscio, né uno scricchiolio. Anche gli uccelli tacevano. All’improvviso desiderò essere già in macchina, pronto a girare la chiave per tornare a casa. Si diede mentalmente dello stupido. Non era più un bambino e non c’erano assassini e banditi in agguato nella foresta, doveva soltanto trovare il modo di far muovere Teo per tornare indietro, niente di più.

Un fiotto di buio denso invase il suo campo visivo. Simone crollò a terra senza un gemito.


«È un uomo.»
«Lo vedo.»
«Ho immobilizzato il cane, così non darà fastidio.»
«Potrebbe?»

La voce della figura appoggiata al tronco dell’albero era carica di sarcasmo. Daniele si sfregò le mani, a disagio.

«Mi innervosisce vederlo dimenarsi a quel modo.»
«Credevo temessi un morso.»
«Davvero spiritoso. Non guardarmi così, sarà questione di un paio d’ore in tutto.»

Il compagno si spostò per vedere meglio ciò che restava dell’uomo e il suo cane, ora accucciato a pochi passi di distanza. Scosse il capo con evidente disapprovazione.

«Un paio d’ore che possono costargli la vita. Lo sai che non tutti reggono.»
Daniele sbuffò.
«È forte… e se anche morisse, non sarebbe certo il primo a morire giovane. Mi serve il suo corpo.»

L’altro lo interruppe con un gesto.

«Fai quello che hai deciso, finché puoi, ma non chiedere la mia approvazione. Sai come la penso su questi tuoi tentativi.»

Daniele si voltò verso la Guida, pronto a ribattere con veemenza, ma non riuscì a reggere la gelida intensità del suo sguardo.

«Tu stesso mi hai insegnato le regole e la tecnica, e adesso…»
«Questo fa parte dei miei doveri, così come è mio dovere farti capire che stai esagerando.»

La pacatezza della sua voce fece correre un brivido lungo la schiena di Daniele.

«Il Viaggio non può essere rimandato all’infinito. Sai cosa rischi, vero? Non potrai dire che non ti ho avvertito.»
«Avevo capito che mi fosse concessa la possibilità di sistemare ciò che ho lasciato in sospeso» ribatté Daniele con amarezza.

Lo sguardo della Guida si fece di fuoco.

«Sono passati quasi dieci anni. Non pensi di avere avuto tempo a sufficienza?»
«Allora perché non fissare un termine preciso, che valga per tutti?» disse Daniele in tono di sfida. «Sarebbe più giusto.»

La Guida lo fissò a lungo.

«La tua morte non è la morte di tutti, come la tua vita non è stata la vita di tutti. Devi scegliere se accettare il ritmo del tuo Viaggio o rischiare l’oblio.»

Si avviò verso il cuore della foresta mentre Daniele lo fissava con rabbia.

«Fai presto a parlare così, tu!», gli gridò dietro. «Di sicuro non avevi famiglia, nemmeno un amico! Non ha pianto nessuno, al tuo funerale!»

Quando la figura della Guida fu sparita tra gli alberi, Daniele si osservò la mano destra aperta: in trasparenza si intravedevano i contorni del fogliame retrostante. Quanto tempo gli rimaneva? Mesi, settimane? Sarebbe finita anche troppo presto. Finché ne aveva la possibilità, voleva tornare a casa.

La strada era diversa da come la ricordava. Nuove case, negozi, una scuola. Troppe auto, ed espressioni assorte sui volti dei passanti che incrociava. Sembrava che ogni volta la gente andasse più di fretta, chissà perché. Era passato parecchio tempo dall’ultima visita; quattro anni, per la precisione.

Davanti alla casa di Stella, Daniele seguì il copione ormai collaudato che gli permetteva di non dare nell’occhio: seduto sulla panchina alla fermata del bus, dal lato opposto della via, aprì il giornale che stavolta aveva sottratto a un barbone addormentato. Il trasferimento di corpo limitava di molto l’uso dei cinque sensi, ma Daniele ricordava ancora la sensazione delle pagine tra le dita, e comunque non era lì per leggere. I suoi occhi correvano oltre la pagina stropicciata, verso quella casa in mattoni rossi, il giardinetto con il glicine a lato del cancello. Accidenti se era vigorosa, quella pianta. L’aveva lasciata che era piccola, un sottile fusto verde chiaro su cui crescevano pochi, spropositati grappoli viola, e adesso eccola lì, con il tronco contorto che minacciava di scalzare i sostegni, la chioma una nuvola di fiori.

Con un balzo al cuore Daniele osservò il ragazzo magro dall’aria scontenta che usciva di casa in jeans e maglietta con il sacco della spazzatura in mano. Una lattina cadde a terra e il ragazzo la mandò a sbattere con un calcio contro il palo della luce, che rispose con un rintocco metallico.

Suo figlio.

Non c’erano parole per descrivere quel cambiamento. L’ultima volta era un bambino timido di dieci anni, pronto al sorriso come alla fuga. Oh sì, se lo era studiato bene in occasione di quella visita! Tanto bene che aveva dimenticato lo scorrere del tempo, rischiando di far finire la vittima di turno sulla cronaca nera del quotidiano locale. Ora davanti a lui c’era un adolescente dinoccolato, già arrabbiato con il mondo intero.

Ed ecco Stella. Dio, quanto era bella! Aveva fatto un patto con il diavolo, o cosa? A quarant’anni si portava in giro il corpo di una ventenne. Gambe snelle, All Stars ai piedi, un seno strepitoso che la maglia ampia non riusciva a nascondere. Con occhi avidi Daniele seguì i suoi semplici gesti quotidiani, bevendosi ogni dettaglio: Stella che spazzava il porticato, Stella che gesticolava parlando con la vicina, Stella che entrava e usciva tenendo in mano le cesoie, un vaso, la cesta della biancheria.

Nelle visite dopo l’incidente, l’aveva trovata sempre bella e sola, negli occhi tristezza e rabbia contro il destino infame. Ogni volta le aveva augurato di voltare pagina. Quando vide Stella sorridere, però, fu con una fitta allo stomaco che si domandò se gli auguri avessero sortito il loro effetto. Ma certo, doveva essere così. Perché sennò avrebbe cantato, Stella, mentre stendeva la biancheria? Perché la nuova pettinatura, e quel sorriso misterioso?

Daniele si sentì di colpo svuotato; il giornale gli scivolò di mano. Lo recuperò con calma forzata, controllando il respiro. Meglio così, certo. Doveva succedere, prima o poi. Niente di cui stupirsi, se non la tenacia con cui Stella era rimasta fedele alla sua memoria per dieci lunghissimi anni. Era il sapore del sollievo quello che sentiva? Se lo era, somigliava molto a quello dell’amarezza. Forse aveva sottovalutato i rischi di quelle visite. Vedere la sua donna felice con un altro poteva essere un boccone difficile da ingoiare.

Si irrigidì sulla panchina. Stella stava uscendo dal cancello e sventolava la mano nella sua direzione, il viso illuminato da un sorriso radioso. Daniele si guardò alle spalle per individuare l’oggetto delle sue attenzioni, ma non vide nessuno.

«Sei matto?» Stella gli piombò davanti e sedette sulle sue ginocchia, con naturalezza, lasciandolo di pietra. «Ti sembra una cosa normale metterti qui a spiarci? Cos’è, uno dei tuoi soliti scherzi?»

Lo baciò sulla bocca, incurante della gente intorno.

Daniele non sapeva cosa dire. Eppure doveva dire qualcosa, qualunque cosa, anche la più stupida.

«Io… passavo di qui e…»

Ammutolì. La situazione andava oltre le sue possibilità d’improvvisazione.

«Passavi di qui?» fece lei, ammiccante. «Credevo che tu abitassi qui. E Teo? Non dirmi che l’hai lasciato di nuovo al tosatore.»

Daniele avvertì una leggera vertigine mentre il suo cervello elaborava la situazione. Stella sulle sue ginocchia. Stella che lo baciava. Era impossibile. Ma reale. Si sforzò di fermare il tremito delle mani.

«Niente tosatore, so che non ti piace. Avevo un po’ di tempo libero e… mi è venuta l’idea di venire qui a osservarvi come se… fossi un’altra persona. Che assurdità, eh?» Tentò un sorriso, e dall’espressione di Stella capì che per lei quella follia era plausibile. «Ho visto Thomas.»

Stella fece una smorfia corrucciata.

«Mister Chepalle? Lo strangolerei, a volte. Certo il tuo arrivo lo ha scombussolato parecchio. Da quando suo padre…» Un’ombra le velò lo sguardo. «Questi anni non sono stati facili per lui… per nessuno. Ha solo bisogno di tempo.» Puntò gli occhi scuri in quelli di lui. «Allora che fai, resti qui a fare il guardone o vieni dentro?»

Bella, bellissima. Dolce. Piena di vita. Eppure, ora che la vedeva da vicino, Daniele si rese conto che Stella non era esattamente come la ricordava. Forse erano le microscopiche rughe intorno alla bocca, o i movimenti delle mani, così guizzanti, nervosi. Oppure era l’espressione degli occhi: più intensa, sofferta, come se la loro luce fosse una conquista recente che rischiava di svanire da un momento all’altro. Era ancora più affascinante di come la ricordava, ma diversa. Come Thomas, come il glicine; come tutto, lì intorno.

Di colpo rabbia e amarezza scivolarono via, lasciandogli solo una sensazione di vuoto. Si sforzò di sorridere a Stella.

«Recupero Teo dalla macchina e arrivo.»

Lei si alzò in piedi, trattenendogli la mano.

«Hai parcheggiato lontano solo per non farti notare? Io dico che sei matto.» Lo baciò di nuovo, un bacio leggero di cui Daniele avrebbe voluto sentire il sapore. «Non fare tardi, il pranzo è quasi pronto.»

Stella attraversò la strada di corsa e varcò il cancello di casa. Con uno sforzo sovrumano Daniele obbligò le gambe a trascinarlo via da quella panchina. Il tempo a sua disposizione stava per scadere. Doveva lasciare libero quel corpo che non gli apparteneva, prima che fosse troppo tardi.

L’anima di Simone era ancora immobile dove l’aveva lasciata, una massa traslucida dai contorni sfocati. Teo drizzò le orecchie e fissò il nuovo arrivato con sospetto, fiutando l’aria.

Per Daniele lo scambio di corpi fu questione di attimi, ma il tempo passato a spiare il volto dell’altro gli parve infinito. Con la sua ostinazione era riuscito a distruggere la vita di Stella una seconda volta?

«È vivo, non vedi? Respira.» La voce della Guida risuonò nitida nella foresta silenziosa. «Possiamo andare adesso?»

Daniele fece una carezza al cane, che ora leccava furiosamente la faccia di Simone. Ricevette in risposta un ringhio roco.

«Buono, Teo» gli sussurrò. «Ti ho restituito il tuo padrone. Trattalo bene, mi raccomando.»

Si passò una mano sugli occhi e trasse un profondo respiro. Sul suo viso affiorò un sorriso incerto.

«Eccomi, sono pronto.»