25 febbraio 2018

Schegge di scrittura 3 – Punto di vista, persona e tempo verbale



Un diverso punto di vista
Un diverso punto di vista...




Tra gli elementi su cui focalizziamo l’attenzione per scrivere le nostre storie, trama e personaggi sono quelli che occupano di più i nostri pensieri. Eppure, scrivi oggi, scrivi domani, ho capito che altri elementi sono meno evidenti, ma fondamentali per il risultato.












Senza qualità nella trama e nei personaggi, si sa, parleremmo di niente; ma vi assicuro che nei preparativi della Nuova Storia mi sono incagliata soprattutto sul resto: la struttura, all’inizio, e ora punto di vista, persona e tempo verbale; tutto quel “dietro le quinte” della storia, insomma, che se ne resta quasi invisibile a produrre i suoi effetti di vasta portata.

Cerco di ampliare il discorso in modo che possa essere utile a chi legge, senza sfoderare definizioni tecniche, ma ragionando come ragiono preparando le mie storie. La premessa sempre valida è che in letteratura vale sempre il principio del “dipende”: che una determinata scelta dell’autore funzioni o meno, dipende dalla sue capacità, dalla storia, dal modo in cui quel determinato elemento si combina con gli altri.

Pensata la storia, prima di affrontare la stesura dobbiamo compiere alcune scelte. Prima di tutto, chi racconterà la storia? Una voce fuori campo oppure un personaggio?

Se preferiamo un narratore esterno, il candidato più gettonato è il narratore onnisciente: conosce pensieri e sentimenti, presente e passato di tutti i personaggi, e può persino inserirsi nella narrazione per dire la sua, come spesso accadeva nella letteratura del passato. Un’alternativa può essere il narratore oggettivo, che si mantiene fuori dall’interiorità dei personaggi e osserva solo il visibile, come un’asettica cinepresa (riducendo il gusto della narrazione, ma questo è il mio parere personale). Il narratore esterno, però, mantiene una certa distanza dai personaggi, anche quando è onnisciente. Non è nei loro panni, non parla con la loro voce.

Se non scegliamo un narratore esterno per raccontare la storia, dovremo mostrarla dal punto di vista di un personaggio, o da più personaggi che si alterneranno nel raccontare dal loro punto di vista. A questo punto, chi scegliere?

Il protagonista è sicuramente il primo candidato. È la sua storia, e la propone attraverso i suoi occhi, con un forte coinvolgimento che si trasmette al lettore. Tuttavia, come ricorda Orson Scott Card nel suo Character & Viewpoint, il protagonista potrebbe essere troppo coinvolto, al punto da non essere in grado di raccontare i fatti nel migliore dei modi. Card porta l’esempio di una donna che, in una scena, deve assistere all’investimento e alla morte del figlio. Come potrà raccontare questo episodio? Sarà in grado di trasmettere la scena al lettore nei suoi dettagli importanti? Probabilmente no, perché sarà fuori di sé; e se tenteremo di aggiustare i suoi pensieri e le sue parole perché abbiano una buona resa drammatica, creeremo una forzatura. In casi come questi, secondo Card, può essere opportuno cercare un altro narratore, vicino al protagonista ma meno coinvolto, come un parente stretto, la dirimpettaia, il maggiordomo.

Un altro caso particolare è quello in cui il personaggio cui vogliamo attribuire il punto di vista è inaffidabile, perché bugiardo abituale, malato, in età avanzata, oppure dipendente da alcol o droghe. In questo caso la narrazione, per essere realistica, dovrà assecondare gli squilibri del personaggio, mettendo a rischio la fiducia del lettore, che fino a prova contraria si fida dell’autore e di ciò che legge. Se deve diffidare del personaggio, sarà meglio che lo scopra presto nella lettura, o gli verrà voglia di strangolarci. Per esempio possiamo mostrarlo mentre altri personaggi gli rinfacciano l’abitudine di mentire, oppure possiamo rendere nota subito la sua malattia/dipendenza.

Qualunque personaggio abbiamo scelto come narratore, se è uno solo dovremo domandarci se potrà essere presente in tutte le scene fondamentali della storia. Qui diventa utile un certo grado di pianificazione: se non conosciamo la trama, almeno a grandi linee, non sarà facile capire se il protagonista potrà sempre presenziare alle scene importanti. Il rischio è dover riscrivere più avanti ampie parti del romanzo, oppure rinunciare ad alcune scene, il cui contenuto di informazioni dovrà essere recepito dal protagonista in altro modo, per esempio tramite il racconto di altri personaggi, con un effetto del tutto diverso.

L’alternativa più versatile al punto di vista singolo sono i punti di vista multipli: la storia viene vista dagli occhi di alcuni personaggi, che possono alternarsi di capitolo in capitolo, oppure avere ognuno una sezione riservata della storia (per esempio con una prima parte narrata da un personaggio e una seconda parte narrata da un altro personaggio). Balzellare a piacimento dall’uno all’altro punto di vista dei personaggi nel corso della stessa scena è cosa da non fare, e fa individuare l’autore come dilettante. Se proprio la cosa si rendesse necessaria, è importante segnalare al lettore il cambiamento con una doppia interlinea, in modo che sappia subito in quale “testa” si trova.

I narratori multipli sono i miei preferiti e fanno la parte del leone nei miei romanzi (Cercando Goran è solo la punta del mio piccolo iceberg). Danno al lettore la possibilità di conoscere da vicino i personaggi principali e di presentare le vicende della storia da diverse angolazioni; risolvono il problema dell’assenza del personaggio dalla scena e tengono anche lontana la noia, perché ogni personaggio colorerà la scena in base al suo specifico modo di esprimersi, ai suoi valori e ai suoi sentimenti. L’importante è scegliere bene a quali personaggi dare voce, e non farli diventare un esercito. Nel mio caso, raramente sono più di tre o quattro, ma possono anche essere due soltanto. Il bello dei narratori multipli è proprio l’intimità che si riesce a creare con quella manciata di personaggi. Se in mezzo ci mettiamo il barista, il corriere e pure un passante, sembrerà di essere al supermercato!

A questo punto ci serve capire quali siano la persona e il tempo verbale giusti per raccontare la storia – “giusti” in senso relativo, perché ogni autore ha i suoi gusti. Ogni scelta creerà un effetto diverso, e non di poco. Vale la pena di scrivere qualche breve brano di prova per capire come si combinerebbero persona (prima, terza) e tempo verbale (presente o passato remoto).

La prima persona cala prima l’autore, poi il lettore, nei panni del personaggio. Per entrambi può essere un viaggio meraviglioso, ma anche un po’ soffocante. Se non si ha voglia di “essere” quel personaggio e vivere dentro la sua testa per tutto il romanzo, non è la scelta migliore. D’altra parte la prima persona ha come vantaggio proprio quello di fare vivere al lettore la storia partendo dall’interiorità del personaggio, con il suo modo di essere unico. Qui serve un certo fascino. Una voce in prima persona piatta, che non fa emozionare il lettore e non gli mostra la realtà sotto una luce diversa, magari inserita in una storia basata più sull’azione che sull’introspezione, facilmente manca il suo scopo. Se infatti in terza persona l’autore rende presente anche la propria voce nella narrazione – sottilmente, ma lo fa – questa stessa voce sparisce del tutto quando si usa la prima persona. Il lettore vedrà e ascolterà il personaggio narrante, e solo lui. Non è detto apprezzi di più il personaggio per questo, ma sicuramente alla fine sentirà di comprenderlo meglio di quanto accadrebbe se l’autore avesse usato la terza persona.

La terza persona è una scelta meno forte, in senso sia positivo che negativo: riesce a far conoscere il personaggio abbastanza da vicino, senza rendere claustrofobico l’autore. La vicinanza al personaggio non sarà proprio la stessa della prima persona, e forse i picchi emotivi saranno meno intensi (dico “forse” perché un bravo scrittore riesce a compiere miracoli qualunque scelta faccia), ma in terza persona l’autore avrà modo di dimostrare la qualità della sua scrittura anche senza dare al personaggio narrante una voce originalissima.

Ultimo da considerare – non per importanza – c’è il tempo verbale, presente o passato. Il presente, che spesso viene usato con la prima persona, rende molto vivo e incalzante lo svolgersi degli eventi… forse anche troppo? Vado, faccio, mi volto, grido… è un po’ come prendere il lettore per il cravattino e tenerlo lì, sul pezzo, istante dopo istante. Quella del tempo passato è una scelta rodata e letta in mille libri, mai fuori moda; crea una separazione nel tempo che rende la storia più tranquilla, evitando l’effetto “sono qui proprio mentre succede”.

Punto di vista, persona e tempo verbale vanno valutati insieme. Per farsi un’idea dell’effetto basta scrivere un brano di poche righe che contenga un minimo di situazione, una piccola descrizione e qualche linea di dialogo, e provare a declinarlo in tutte le combinazioni: prima persona-presente, prima persona-passato, terza persona-presente, terza persona-passato. Questo solo per percepire che sapore avrebbe la storia nei quattro casi, e iniziare a scartare quello che non piace.

E così eccomi di nuovo alla Nuova Storia e ai miei dubbi. Due trame si intrecciano, una nel passato e una nel presente; i protagonisti sono tre, ma uno di loro è misterioso, perciò non posso raccontare dal suo punto di vista. Se escludo il narratore onnisciente, posso scegliere tra uno o due due punti di vista; ma userò la prima persona o la terza, il presente o il passato, oppure riuscirò a mescolarli, come spesso succede, nel mio approccio da maga davanti al calderone? Vorrei proprio saperlo. La soluzione è vicina…

E voi, avete forti preferenze in questo campo, oppure vi regolate in base alla storia? C’è qualche scelta che escludete a priori?

BOLLETTINO DEL LETTORE

Dopo il mio ultimo post ho letto 7 storie sugli Altri – una raccolta di racconti di Celeste Sidoti, autore che mi piace tanto, sia per stile che per sensibilità – e Notte di Serena Bianca De Matteis – una bellissima storia, che mi ha presa di peso e portata in un altrove che amo molto. Ora sto leggendo Walden di Thoreau, con tutta la meraviglia e le difficoltà del caso. Per fortuna mi capita di rado, in inglese, di dover rileggere due o tre volte il paragrafo per capire come sia strutturato e cosa significhi!

Oggi niente BOLLETTINO DELLO SCRITTORE, sapete giá tutto! Invece vi segnalo due bellissime recensioni a Cercando Goran, una da parte di Patricia Moll sul suo blog Myrtilla’s House, l’altra da parte di Daniela Domenici, sul suo blog Daniela e dintorni . Grazie!



Il Gänseliesel, nella piazza centrale di Göttingen




«La vedi la statua della ragazzina con le oche, davanti a quel palazzo?» Goran la indicò, all’altro lato della piazza del mercato. «Ci troviamo lì tra due ore. Non fare tardi con la scusa che non hai l’orologio, ce n’è uno bene in vista in cima a quella torretta. E non andare…»
«… nei vicoli bui, e non accetterò caramelle dagli sconosciuti.» Nico alzò gli occhi al cielo, masticando con ostentazione la gomma. «Che pena...»






31 commenti:

  1. Bel post! Interessante!
    Io non scrivo libri, solo racconti più o meno lunghi. Ho sempre usato la terza persona perchè mi è sempre venuto più facile. Forse non mi ha mai nemmeno sfiorata l'idea di usare la prima oppre una voce esterna.
    Tutto sommato.. uhm...magari in un prossio raccontò ci potrrei provare.

    Posso dirti invece che come lettrice non ho grandi preferenze. Se la storia mi prende, se mi coinvolge, il resto passa in secondo piano.

    ps grazie della nomina! Vado a curiosare sull'altro blog :)
    Buona domenica

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    1. Anch'io come lettrice non ho preferenze particolari; anzi, in generale sono il paradiso dell'autore, perché se il libro mi prende passo sopra a qualunque pecca. :)

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  2. La bella riflessione che fai in questo post mi ha accompagnata a lungo nel mese di gennaio, quando stavo ristrutturando la Nuova Storia in attesa della prima revisione. Il mio primo romanzo era in terza persona e anche quest'ultimo inizialmente è stato scritto con questa prospettiva. Evidentemente a un certo punto della mia relazione con la Nuova Storia devo aver mostrato le mutande come la bimba nella tua foto e così ho visto che c'era un personaggio che amavo molto ma che non avevo saputo valorizzare fino in fondo. Ho deciso di dargli il rilievo che merita e sto cambiando la narrazione alla prima persona. Certo non ho risolto il tema della sua presenza in tutte le scene, ma ho accettato il suggerimento di Stefania Crepaldi intorno al punto di vista mutlifocale, ovvero raccontare la storia con le voci di più protagonisti, esattamente come hai fatto tu con Cercando Goran.
    Trovo che una tale scelta aggiunga molta verve al testo e a mio avviso cattura meglio l'attenzione del lettore. Ma ti darò conferma quando pubblicherò il secondo romanzo :)

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    1. L'esperienza, tua e mia, dice che a volte non si può pretendere di lavorare con il misurino, ma bisogna buttarsi e accettare anche di riscrivere (questo lo dico soprattutto per me). Bisogna essere generosi, anche in questo. :)

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  3. Il post è completo e molto utile, grazie mille! E' importante sviscerare i temi della scrittura, non se ne sa mai abbastanza e poi vuoi mettere? Meglio approfondire la scrittura con un blogger che stimi e conosci, piuttosto che in un tetro corso a distanza :D Veniamo alla scelta del PDV, dolore e croce della mia vita...
    Nel romanzo che sta per uscire ho scelto un unico punto di vista, quello della protagonista che ha il ruolo di narratore in prima persona. Per gli altri due che sono alla ennesima revisione, ho il pdv con focalizzazione multipla. E infatti mi incaglio. La cosa che trovo più difficile è guardare dal punto di vista di persone tanto diverse tra loro, con mentalità opposte talvolta, devo non solo sdoppiarmi, ma triplicarmi... Che faticaccia!

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    1. Eh sì, non è così facile, nemmeno un romanzo per volta. ;)

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  4. Proprio in questo periodo mi sono ritrovata a pensare a questi aspetti, leggendo "La donna giusta" di Sandor Màrai. La stessa storia narrata al passato da tre punti di vista differenti, mentre ogni protagonista parla a un ideale interlocutore che non risponde mai. Decisamente intrigante. Se difatti come tu scrivi la prima persona può risultare soffocante per il lettore, poi si ha la possibilità di spaziare nella mente del personaggio che precedentemente si era conosciuto attraverso i pensieri del primo.
    Fantastica la prospettiva di combinare insieme persona e tempo verbale. Mi sa proprio che mi invento qualcosa e sperimento. :)

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    1. Sperimentare è molto stimolante. Ho sempre pensato di essere legata a certe scelte, ma mi rendo conto che, con il passare del tempo e l'esperienza, si sente l'esigenza di esplorare modi diversi di scrivere. :)

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    2. Ah, che bell'argomento! È la mia passione giocare con persone in senso grammaticale, voci narranti e punti di vista! È la prima cosa che scelgo. O meglio la seconda dopo l'idea della storia. E mi piace moltissimo la sperimentazione in questo aspetto della scrittura!

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    3. Credo che la sperimentazione sia anche molto utile a progredire nella scrittura, oltre che... gustosa. :)

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  5. È sempre ardua la scelta di come impostare la storia e come usare il punto di vista. Io, per esempio, dopo aver scritto il mio primo romanzo in prima persona ho riscoperto il valore della terza persona; l'ho apprezzato soprattutto per la possibilità di mostrare il punto di vista dei diversi personaggi e avere anche una visione più dall'alto. È una scelta importante che spesso però nasce spontaneamente. Da lettrice devo dire che talvolta ho letto libri che mi hanno coinvolto al punto da dimenticarmi come erano scritti (se in prima o in terza persona) forse è questo che è davvero importante, riuscire a coinvolgere profondamente il lettore...
    P.s. Mi piace un sacco il personaggio Nico di Cercando Goran!

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    1. In effetti è la prima volta che ho tanti dubbi; di solito mi sento spinta verso una scelta, e dopo una breve valutazione delle alternative sono a posto. Credo che stavolta dovrò buttarmi, puntando su quella che mi ispira di più, per vedere cosa succede.
      Il personaggio di Nico si è scritto da solo, letteralmente, e so che ha colpito molti lettori; secondo la traduttrice, Juliet Bates, era lei che dovevo "fare uscire" tramite la storia. Credo che sia vero. Grazie della lettura! :)

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  6. I punti che hai indicato sono, secondo me, le domande fondamentali che deve farsi un autore prima di iniziare a scrivere, dato che modificheranno radicalmente il prodotto/storia finale.

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  7. Nel tempo io le ho sperimentate tutte le persone: ho persino provato con una prima persona plurale, che, però, non si può reggere per un intero racconto, diventa pesante. Lo puoi intercalare a una narrazione ordinaria e riesce a fare il suo effetto, come una voce corale che riassume o precisa. Affascinante, ma di impatto difficile e difficile gestione.
    In genere mi trovo bene con la terza persona al passato remoto, molto descrittiva: la terza persona soggettiva mi piace di più di quella onnisciente, perché mi piace indagare gli stati d’animo ed entrare nella coscienza del personaggio, cosa che una visione oggettiva non mi consentirebbe di fare. Ultimamente sto riscoprendo la prima persona e pure il presente: è vero, dà dinamicità e immediatezza all’azione, però dipende molto da quello che vuoi raccontare. La prima persona al presente identifica molto una storia.

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    1. Anch'io ho sperimentato abbastanza combinazioni nelle mie storie lunghe, spesso mescolando persone e tempi, ma non mi sono mai spinta fino alla seconda persona singolare o plurale. Non ho mai letto niente di quel tipo, e credo che le potrei trovare interessanti soltanto in un racconto. E' facile che le scelte di maggiore impatto diventino pesanti su un testo di centinaia di pagine, anche se non è detto.

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  8. Post molto denso e interessante, non c'è ce dire!

    Allora, come hai fatto notare è tutto un 'dipende'. Dipende da che tipo di storia stiamo scrivendo e come noi stessi ci approcciamo a tempi e punti di vista.
    Ad esempio io non amo né la prima persona né il tempo presente quindi sono molto cauta al riguardo, e penso che sia giusto utilizzarlo solo se si ha una buona dimestichezza con questi e se si apprezzano le storie così raccontate.
    Mi piacciono i punti di vista multipli però, e trovo che un romanzo scritto da due o più punti di vista sia bello e interessante, soprattutto se raccontato in prima persona perché è come entrare più a fondo nella storia e ti dà la possibilità di comprendere anche l'antagonista, e magari capire che così cattivo non è.
    Il passato in prima persona invece lo vedo bene per un memoriale, per una storia tranquilla che si svolge magari in tanti anni - sicuramente non per una storia che preveda azione. Invece il passato in terza persona è la scelta più semplice, che vedo adatta a trame complesse, molti personaggi, per cui entrare nella testa di ognuno sarebbe sì bello ma anche molto confusionario.
    Personalmente io scelgo un po' a seconda del sapore che voglio dare alla storia e sono certa che influisca moltissimo, però è vero che un autore eccezionale può prendere un genere poco seguito, dei personaggi stravaganti, scegliere uno stile bislacco e fare comunque un capolavoro :)

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    1. Forse riesce a fare un capolavoro partendo dal niente, o forse è talmente figo da fare d'istinto sempre la scelta migliore, subito. ;)

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  9. All'inizio scrivevo in prima persona, mi sembrava più semplice e immediato. Poi però preferisco il narratore onnisciente, che lascia filtrare qualche pensiero di questo o quel personaggio.
    Se si sceglie la prima persona, e non si può farla presenziare in ogni scena, si può utilizzare il "raccontato": quel che è successo le viene riferito da un altro personaggio. In genere noto questo nei libri che leggo in prima. ;)

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    1. Vedi cara Barbara come va il mondo? Per me è stato l'esatto contrario... :)

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    2. Infatti parlavo proprio del raccontato quando dicevo che può sostituire la scena con il personaggio presente, ma l'effetto è completamente diverso. A volte i compromessi sono necessari.

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  10. Stai leggendo Walden in inglese? Wow, non vorrei essere in te :) Mi è bastato in italiano.
    Per quel poco di narrativa che ho scritto, mi sono reso conto che la prima persona mi riesce meglio. Si dispiega uno scrivere istintuale e macinante. Negli ultimi mesi avevo ripreso in mano un romanzo che, ahimè, è raccontato da un narratore onnisciente; molto onnisciente. Ma sono convinto al 100% che sia perfetto per quel tipo di storia.
    Finalmente qualche persona che si intende di scrittura ha letto alcuni capitoli e mi ha confermato quasi tutti i dubbi che già possedevo. Ora sono contento di essermi fermato (di nuovo) :)
    Devo imparare ancora molto, e le tue piccole perle (in questo caso grandi) contribuiscono a questo lavoro :)

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    1. Questo mi fa molto piacere. :) Sì, Walden in inglese è davvero tosto... ogni tanto vado a orecchio e mi godo i suoni capendo un terzo, ma è bello lo stesso.

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  11. Come prima cosa la foto del bimbo in apertura è straordinaria!

    Io ho una particolare preferenza come lettrice per il punto di vista in prima persona, ma dipende dalla storia e dall'epoca. Se per una storia contemporanea la cosa può anche andar bene, in un romanzo storico dipende del tutto dall'abilità dello scrittore e anche dalla lunghezza dell'opera. L'uso della terza persona è quello che dà meno rischi, ma hai ragione a definirla meno coinvolgente. Però si potrebbe usare una "terza persona immersa", cioè scrivere la scena in prima e poi volgerla in terza, aggiungendo qualche dettaglio sull'ambiente. Che ne pensi? :)

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    1. Per me una terza immersa è l'unica opzione interessante, volendo usare appunto la terza persona. Ma perché scrivere la scena in prima per poi cambiarla in terza? Dici che così l"immersione" riesce meglio? Non ho mai provato a scrivere in questo modo.

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    2. Secondo me riesce meglio, a volte ho provato a fare così proprio per quel motivo. Si tratta di un esperimento comunque interessante, vale la pena provare su un brano che vuoi rendere particolarmente coinvolgente.

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    3. Questa idea mi piace... credo che proverò. :)

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  12. Davvero un bel post, molto utile e completo.
    Come lettrice non ho preferenze riguardo il punto di vista della narrazione, come scrittrice i primi due libri pubblicati sono scritti in terza persona, ma quello a cui sto lavorando ultimamente ho voluto sperimentare la prima persona.

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    1. Sperimentare addestra l'autore e lo tiene sveglio. Mi piacerebbe sentire le tue impressioni alla fine.

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  13. Interessantissimo post e poi la foto è splendida!
    La terza persona rappresenta la soluzione più semplice per chi scrive, ma devo dire che da lettrice apprezzo molto più la prima. Per esempio mi piacciono i romanzi corali, dove ciascun personaggio racconta la stessa vicenda dal proprio punto di vista, un po’ come nel libro della Trecy Chevalier, La dama e l’unicorno.

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    1. Non l'ho letto, ma immagino che ne valga la pena. Anche a me piace molto sentire la storia da diversi punti di vista. :)

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