17 giugno 2017

Don’t give in without a fight



The Wall





 

Se siamo tentati di smettere di scrivere, pensiamoci due volte. Anche tre.











Non rinunciare senza lottare. Sono parole di Hey You, dall’album dei Pink Floyd The Wall, ma chissà quante persone le hanno pronunciate o sentite pronunciare nella loro vita.

Qualche giorno fa stavo controllando i libri che ho acquistato e non ancora letto. Per me questa è un’operazione golosa & fastidiosa, perché da un lato mi fa salivare sulle prossime letture, dall’altro mi fa notare che sono entrata, almeno in parte e mio malgrado, nella logica del possedere per il gusto di possedere.

Mentre spulcio tra i titoli, ne trovo uno relativo alla scrittura: The Audacity to be a Writer è una raccolta di 50 articoli pubblicati su Positive Writer, il blog di Bryan Hutchinson che alcuni di voi forse conosceranno.

Inizio a leggere con scarso entusiasmo, più che altro per depennare il libro dalla mia lista nera. I discorsi motivational puri, di cui ho fatto indigestione in passato, mi hanno un po’ stancata; inoltre mi è sembrata una forma di “giocare facile” da parte dell’autore, creare un blog con un grande seguito e poi autopubblicare una raccolta degli articoli migliori, confidando che tanti aficionados lo acquisteranno. Non è certo un reato, e ottenere i suoi risultati con il blog è tutt’altro che facile, ma magari qualche articolo che non fosse minestra riscaldata poteva anche inserirlo... se me ne fossi accorta prima, il libro non lo avrei acquistato. Ma ormai è qui, e lo leggo.

Gli argomenti sono esposti bene, con calore umano ed empatia, e trasudano buone intenzioni. Vediamo: il blocco dello scrittore… falsi miti… il blocco dello scrittore… come crearsi una routine di lavoro… il blocco dello scrittore… ancora il blocco dello scrittore…

Che noia 'sto blocco dello scrittore! Alcune frasi ricorrenti, pagina dopo pagina, mi ispirano una vera antipatia.

Non smettere di scrivere!

Il mondo ha bisogno di sentire ciò che hai da dire.

Tieni duro e ce la farai.


L’unico commento che mi viene in mente sul momento è… ma quando mai?

Se scrivo o no importa ben poco al mondo, eccezion fatta per i miei familiari, che ne subiscono le ripercussioni. Anche i lettori che mi apprezzano – grazie, now and forever! – non credo arriverebbero a sentirsi turbati dalla mia defezione. Il “ce la farai”, poi, mi fa indignare. Tra il talento, la sorte e la situazione dell’editoria, altro che certezze… e se negli States la situazione può essere diversa dalla nostra, non credo che agli scrittori ignoti stendano tappeti di rose. L’autopubblicazione, è vero, garantisce la possibilità di essere letti, ma da lì a farsi conoscere oltre la ristretta cerchia di amici e parenti il passo è lungo.

Questo Hutchinson è un venditore di fumo, penso, seccata. Non apprezzo che per motivarmi mi si sventoli davanti una carota fantasma. Se scrivo, voglio farlo con la consapevolezza dei miei limiti, e anche della possibilità di fallire. Anzi: voglio persino farmela amica. La voglio trovare qui, sulla scrivania, ogni volta che mi presento all’appuntamento con la Musa.

Sbollita l’indignazione, però, ripenso al libro. Ho l’impressione di avere mancato il punto per colpa dei miei filtri personali.

Per esempio, non ho trovato scritto che “riuscire” significhi trovare un buon editore e vendere molte copie, come mi verrebbe spontaneo pensare. È evidente che, per l'autore, il fallimento non corrisponde alla mancanza di risultati pratici. Quindi di cosa parla per duecento pagine?

Esprimere la propria creatività.

Questo è il punto, come realizzo sfogliando di nuovo il libro. Il messaggio è: se tieni duro, riuscirai a esprimere la tua creatività, e con questo non solo valorizzare i tuoi talenti, ma offrire al mondo qualcosa che può nascere soltanto da te e da nessun altro. Sicuramente Hutchinson si trova d’accordo con Martha Graham:

C’è una vivacità, una forza, un’energia che si traduce in azione attraverso di te; e poiché esiste un solo “te” nel tempo, questa espressione è unica. Se la impedisci, non esisterà mai in alcun altro modo, e sarà perduta per sempre.

Ripercorro il sentiero delle mie esperienze personali, seguendo questo nuovo filo di Arianna.

La creatività ha tentato più volte di sedurmi. Tralasciando i miei “pasticci” meglio riusciti con tempere e matite, è successo più seriamente con la musica. Durante gli anni del liceo mi capitò di essere invitata a cantare in un coro, e anche a diventare la vocalist di un gruppo. Rifiutai in fretta, senza rifletterci troppo. Non volevo complicarmi la vita con lavori di gruppo che avrebbero ridotto il mio tempo libero e messo alla prova il mio carattere solitario.

Qualche anno dopo, ispirata dalla lettura de Il complesso di Cenerentola di Colette Dowling, che caldeggiava lo sviluppo della realizzazione femminile al di là del rapporto con il proprio partner, mi iscrissi a un corso di danza jazz.

Fu una specie di rivelazione: danzare mi dava emozioni straordinarie, e per di più mi riusciva così spontaneo che faticai a convincere le insegnanti di non avere mai frequentato corsi di alcun genere. Le soddisfazioni non mi impedirono di abbandonare la danza dopo soltanto qualche anno. In ballo (nel senso esistenziale del termine) c’erano il lavoro, un nuovo amore e il trasferimento in una zona lontana dalla palestra. Non potevo sperare di diventare una danzatrice professionista iniziando a diciassette anni, perciò a che pro spendere tempo e fatica?

Poi – un “poi” parecchi anni più avanti – arrivò la scrittura. Ed eccomi qui.

Vorrei poter dire di essere diventata immune agli errori che mi hanno portata a rinunciare alla musica e alla danza, ma non è così. Però sono più vecchia e più saggia, e ho imparato a rispettare le opportunità. Ora so di essermi privata di esperienze importanti, sottraendomi a quelle sfide. Se le avessi accettate, sarei sicuramente più ricca, al di là dei risultati pratici. Per questo oggi sono ancora qui a fantasticare sulle mie storie, tra periodi di crisi e periodi di entusiasmo, con un paio di progetti in lavorazione e uno nuovo da inaugurare a tempo debito.

I discorsi tipici dello scrittore più o meno sconosciuto sono spesso un tormento: gli editori indifferenti, il mercato sfavorevole, la mancanza di idee, l’incapacità di crearsi una routine di lavoro decente, le difficoltà nel farsi conoscere dopo la pubblicazione… Anche se ho scritto un libro su questo argomento (La via delle parole) mi succede a volte di avere una reazione di fastidio. “Smetti di scrivere, se ti dà tanti problemi!”, vorrei dire al malcapitato di turno (che di solito sono io).

Eppure, se ci penso davvero, mi rendo conto che ho torto, e gli sforzi di Bryan Hutchinson per convincere le persone a non mollare, al di là dei modi opinabili, hanno un loro valore. È importante essere tenaci e non rinunciare di fronte alle prime, seconde, ennesime difficoltà. Non perché si sia sicuri di arrivare al traguardo, ma perché in gioco c’è qualcosa di più importante dei sogni.

Solo perché ho iniziato a scrivere in passato, non significa che devo continuare a scrivere per tutta la vita; ma quando non scrivo o non penso a una nuova storia, mi sento perduta, come se i colori della mia vita sbiadissero un po’. Sarà forse anche l’abitudine, che in questi dieci anni ha avuto tutto il tempo di fissarsi, ma sono convinta che un’occupazione creativa mi sia necessaria per vivere con gusto. Non deve essere necessariamente la scrittura. La cucina, la pittura o la fisarmonica potrebbero funzionare altrettanto bene, se ne fossi presa allo stesso modo. Ma non è così.

Non è facile essere presi da vera passione per qualcosa. Per questo non smetto di scrivere. Mi interesso di questo e di quello, ma la scrittura la curo, la coltivo, le faccio spazio. Quando non ho una stesura in corso, preparo le storie che scriverò, oppure correggo quelle già scritte. Con la scrittura ho preso un impegno parecchio tempo fa, e anche se non posso dire di essere stata sempre affidabile, nessuno mi ha ancora detto “ora basta, hai esagerato!”. Perciò faccio del mio meglio per presentarmi all’appuntamento, magari a intermittenza, spesso senza combinare molto. A modo mio, ci sono, e ho fiducia che la mia imbronciata Musa non mi lascerà qui, a fantasticare con il naso per aria, senza darmi una mano a fare il mio lavoro di contastorie.

Quando ipotizzo di smettere di scrivere – mi sono domandata – perché lo faccio? Perché mi è diminuita la voglia di inventare e raccontare? No davvero. Il problema è un altro: so per esperienza che il lungo lavoro necessario farà inevitabilmente rialzare la testa alle mie aspettative che, per quanto umane e normali, diventano dannose quando si insediano al posto di comando.

Ma non rinuncio così facilmente. Se questi trabocchetti mentali non posso disattivarli, posso imparare a conviverci, ammortizzando i loro effetti peggiori. Per le cose importanti si fa questo e altro! E guardo anche con rispetto Bryan Hutchinson, che con i suoi slogan un po’ semplicistici cerca di aiutare le persone a non rinunciare. “Don’t give in without a fight”, se si parla di qualcosa che vale, mi sembra un ottimo motto.


Cosa ne pensate? Applicate anche voi, a volte, il principio del "barcollo, ma non mollo"? ;) 






28 commenti:

  1. Direi di sì, applico questo motto, più o meno insomma.

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  2. Cara Grazia quando parli di scrittura sei illuminante davvero! Mi ritrovo molto in tutto ciò che affermi. Quando inizio un nuovo progetto mi convinco di farlo perché scrivere mi fa stare bene, è una passione così potente a cui non potrei mai rinunciare. Il problema sono le aspettative che prendono il posto di comando, come dici tu. Penso al dopo, al desiderio che quel manoscritto prenda il volo e il mancato riscontro da parte degli addetti ai lavori mi abbatte e mi toglie entusiasmo. Ma non mollo, no. Ci crederò fino alla fine. Torna presto, i tuoi aggiornamenti un po' mi mancano

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    1. Grazie per le tue parole, Rosalia! :) Ho intenzione di aggiornare il blog più spesso in futuro, ma da quando evito i "doveri" non necessari, non sempre alle intenzioni corrispondono i fatti. Però non legarmi a programmazioni e frequenze mi fa amare di più il mio blog e quelli altrui, perciò immagino vada bene così.

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  3. Discorso molto sincero e vissuto, non posso che apprezzare. Siamo abituati a pensare alle difficoltà come a un segno che non é quella la nostra strada. Mentre sono la fisiologica fibra della realtà. Quando stai ancora cercando la tua strada ci saranno anni e anni di "non ci siamo, non ci siamo ancora". Prima si "arriva" e prima ci si é fermati. Essere insoddisfatti é solo un sintomo che si sta ancora crescendo. Sto scrivendo con l'ubriacatura del Pride ancora in corpo quindi spero che il mio commento abbia senso :)

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    1. Ce l'ha! Che l'ubriacatura resti in circolo ancora a lungo, se ti fa circolare bene le energie. :)

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  4. Mai. Non rinuncerò mai. Neanche se dovessero rinchiudermi. All'ospizio dovranno lasciarmi carta e penna e/o un pc (o cosa ci sarà allora). A proposito: io mi sentirei turbata dalla tua defezione.

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    1. Sono commossa, e lo terrò presente nei momenti no. :D

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  5. Il tuo titolo mi ha fatto subito pensare ai Pink Floyd e mi sono chiesta "chissà se è proprio quella canzone che ha accompagnato l'estate dei miei vent'anni" ed era quella, che poi a dire il vero molte canzoni dei Pink Floyd hanno accompagnato molta mia vita dai diciotto anni in poi. Però quel verso particolare 'Don't give in without a fight' me lo ripeto spesso ancora adesso nelle occasioni in cui devo combattere o almeno provarci. Mi ritrovo molto in quello che racconti, spesso anch'io mi sono sentita sfiduciata riguardo alla scrittura. Poi però, quasi mio malgrado, vengo catturata da una nuova storia e dai suoi personaggi. È una passione che nonostante tutto mi fa star bene e allora non voglio privarmene, almeno per ora. E spero che continuerai anche tu, mi piace molto leggerti.

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    1. Grazie, Giulia! Non penso a smettere di scrivere, anche se forse i miei discorsi fanno pensare il contrario. Scrivere fa sentire bene anche me. Non per niente quando non ho storie in corso mi sento giù di tono! ;)

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  6. Secondo me il discorso è semplice: O ti forzi a scrivere con il miraggio di una meta più o meno lontana, o divieni uno strumento della scrittura. "Strumento" può sembrare una parole fastidiosa, ma è come io mi sento in relazione a quest'arte. Quando terminai il primo libro dissi a me stesso: "questo è il primo e il mio unico libro", poi arrivò l'idea del seguito. Quando decisi di cominciare il secondo, altri messaggi premevano per essere tradotti su carta, e quindi li accontentai. Terminati, volevo smettere con la scrittura, desideravo dedicarmi più ad altro, ma altre idee, altre informazioni continuavano a premere. Persino il classico romanzo nel cassetto. Poi giunse la proposta del blog, gli articoli... Volevo soltanto concretizzare un unico messaggio e sono ancora qua che scrivo.
    Grazia, ma lo sai che la frase della Graham me la sono segnata giusto alcune settimane fa da un libretto dimenticato da Dio :)

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    1. Capitano spesso queste sincronicità, anche se a volte non ci si fa caso. :
      Mi piace il tuo percorso; mi dà l'idea che tu abbia saputo assecondare le tue intuizioni, anziché caricare a testa bassa per arrivare al traguardo, qualunque sia. C'è chi... ehm... fa così. ;)

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    2. Per qualcuno il traguardo può essere caricare a testa bassa ed essere contento di farlo :)

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  7. Più che altro, è lei che non molla me! Sabato: no, oggi leggo e basta, prometto che leggo solo, si mi porto penna e quadernetto, ma leggo. E giù una bozza di racconto... :P

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    1. Questa sì che è seduzione, andata a buon fine. ;)

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  8. Grazia, rieccomi a scriverti che ho condiviso i tuoi preziosi consigli nel gruppo Fb #adotta1blogger!
    E a ringraziarti, perché correre dietro la musa con un mazza in mano, invece di aspettare che bussi alla porta mentale, come diceva Jack London, è decisamente meno soft, malgrado sia efficace. ;-)

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    1. Grazie, Nick, mi piace molto sentirmi adottata! :) La mazza secondo me è (o sembra?) efficace nel breve termine, ma nel lungo termine logora. Ognuno però fa bene a scoprire cosa funziona meglio per sé, perché non siamo tutti uguali.

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  9. Consapevolezza dei miei limiti, e anche della possibilità di fallire... Non mollare, non mollare, non mollare e grazie per questa tua lucidità che mi induce a riflettere su limiti ed errori da accettare e accogliere come le passioni e gli amori. Non mollare, non mollare, non mollare, ti voglio bene e sei sempre nel mio cuore, Grazia!

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    1. Che bella visita, Gloria! Senti ronzare le orecchie vero? C'è chi ti pensa qui... ;)

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  10. Ciao Grazia, mi presento: sono Maida. Ti leggo spesso e finamente oggi ho preso il coraggio di commentare. Io ho convolato a nozze con il motto "barcollo ma non mollo". Ho aperto e chiuso due blog, ora sono tornata con un nuovo progetto. Nel frattempo ho continuato a scrivere, a smontare e rimontare i racconti della mia vita. Ho un rapporto "odi et amo" con la scrittura. Quando penso di poterne fare a meno, è lì che mi accorgo del contrario. Continuo a farlo anche e soprattutto per me stessa; probabilmente ti sembrerò egoista. Mi fa sentire una persona migliore. E migliore per me non è sinonimo di leggerezza o semplicità. Migliore per me vuole dire mettersi in gioco, sfidare i propri limiti e rivedere gli errori commessi sotto una luce diversa. Ogni post, e in generale ogni cosa che appunto/scrivo, rappresenta un mattoncino verso una maggior consapevolezza di me stessa. Sbaglierò ancora ma saprò rialzarmi più forte di prima. Ogni volta e ancora. E questo grazie alla scrittura.

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    1. Benvenuta, Maida! :) Mi ritrovo molto nelle tue parole: ogni piccolo passo verso una maggiore consapevolezza è importante, oltre che l'unico modo a nostra disposizione per evolvere. In particolare, quanto è vero: "Quando penso di poterne fare a meno, è lì che mi accorgo del contrario." E' proprio così. Grazie di avere commentato.

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  11. La prima riflessione che mi viene da fare è che anche le attività che hai lasciato (vocalist e danza di jazz) hanno contribuito a definire ciò che sei. Ormai quelle esperienze sono parte di te e sono state importanti. Anch'io ho frequentato un paio di corsi cui poi non ho dato seguito: un corso di fotografia e uno di pittura. Entrambi hanno rinforzato il mio gusto per l'arte visiva, senza alcun dubbio, anche se non sono diventata Henri Cartier-Bresson o l'artista del momento. Nulla va sprecato! Poi è chiaro che c'è un'attività che a un certo punto non è più un passatempo, ma diventa una sorta di "calamita" che polarizza tutte le altre.

    Per quanto riguarda il resto, ti dico, scherzando ma non troppo, che credo nell'immortalità dell'anima. Quando mi faccio prendere da certi pensieri funesti, già m'immagino altrove mentre continuo a scrivere senza un pensiero al mondo.

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    1. Cara Cristina, nell'immortalità dell'anima credo anch'io; lo stesso mi domando spesso come esprimere al meglio in questa vita i talenti che mi sono donati. Ho capito molte cose negli ultimi anni, anche grazie a te, e diversi tormentoni hanno smesso di tormentarmi. Sono d'accordo con te: niente va perduto, mai. Certo che avrei almeno potuto riflettere su quelle proposte... ma allora non avrei avuto quell'età. :)

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    2. Rileggendo, mi accorgo di non avere espresso bene il mio pensiero: più che domandarmi cosa fare dei miei "talenti", cerco di capire dove finisce la giusta azione e comincia la smania di controllo. E' questo che spesso mi dà dei dubbi.

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  12. Barcollo ma non mollo da sempre! XD
    Devo dire che ho avuto la fortuna di scoprire abbastanza presto questa passione per la scrittura, mi ci sono buttata a capofitto da adolescente ma solo da qualche anno ho iniziato a prenderla più sul serio. La prima cosa che viene in mente quando si parla di obiettivi accostati alla scrittura è sempre la pubblicazione, e il poter vivere della propria scrittura. Però è vero anche quello che sottolinei in questo post: in ballo c'è più di un sogno. Se mai dovessero dirmi che non pubblicherò mai niente, penso che continuerei lo stesso a scrivere, perché la sola idea di rimanere senza scrittura mi lascia un senso di vuoto. Paradossalmente, forse scriverei meglio! Sarei slegata da molte ansie che mi tengono tesa e sempre sull'attenti, e si sa che rilassarsi è il modo migliore per affrontare qualcosa.
    Riguardo al libro e al blog che hai citato, non li conosco, ma ammetto di essere un po' scettica riguardo ai consigli motivazionali . che mi paiono tanto strategie di marketing. Possono essere utili, far riflettere, ma fino ad un certo punto. Quando si tratta di rimboccarsi le maniche non c'è incoraggiamento che tenga: siamo solo noi e la nostra voglia di fare :)

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    1. Anche quando i discorsi motivazionali vengono da persone disinteressate e sagge, non basta ripetere slogan per cambiare qualcosa, serve andare più in profondità. Comprendere i propri limiti, definire le priorità, affrancarsi dai modelli acquisiti, affrontare le proprie paure... è un impegno mica da poco. Un testo può aiutare, ma non può bastare. (Siamo in buona compagnia, con il "barcollo ma non mollo"! :))

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  13. C'è stato un momento, alla fine dell'estate in cui ho un po' mollato; non si è trattato tanto di un problema di ispirazione, quanto motivazionale: non sentivo più forte la spinta che tutte le volte mi ha portato a scrivere e ho cominciato a vedere i limiti legati alle inevitabili imperfezioni della mia scrittura. Quando sbatti contro il muro dell'insoddisfazione pensi ci sia ben poco da fare e, credimi, l'insoddisfazione non mi è nata dai soliti argomenti legati a editori e difficoltà di pubblicazione. Nonostante ciò, la mattina mi svegliavo con un pensiero fisso: sedermi e scrivere e se il romanzo era fermo al capitolo sette da un pezzo, mi divertivo a buttare giù qualche paginetta di racconto o di articolo destinato al blog. Pensare di non volere più scrivere e continuare a esserne ossessionata. Niente, è come una meravigliosa malattia che rifiuta la cura. Continuerò a scrivere, lo so, finché campo, con o senza obiettivi da raggiungere. Ecco, semmai l'obiettivo potrebbe essere questo: non smettere mai. ☺️

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    1. Adotterei il tuo obiettivo, se solo non avessi deciso di tenermi alla larga dagli obiettivi... ;)

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