3 giugno 2015

LA CHIAVE PER IL SUCCESSO? SE ESISTE, È DENTRO DI NOI



...e non è sbagliata, come direbbe un comico nostrano. 

C’è chi dice che si possa trovare la chiave per il successo osservando chi il successo lo ha già raggiunto e imitando poi i suoi passi. Questa idea può suscitare antipatia, ma sono convinta che contenga almeno una parte di verità. I risultati non cadono quasi mai dal cielo. Sono frutto di un percorso, e se non è detto che a uguale percorso corrispondano uguali risultati, mi sembra logico pensare che le persone di successo abbiano compiuto le scelte giuste al momento giusto.

Ho avuto occasione di scoprire qualcosa sugli sceneggiatori famosi grazie al libro The 101 Habits of Highly Successful Screenwriters, di Karl Iglesias.




Perché leggo di sceneggiatura, se scrivo altro?

I motivi sono essenzialmente due: primo, trovo che l’attenzione alla scena richiesta dalla sceneggiatura sia molto interessante e possa aiutare anche chi scrive narrativa; secondo, dopo aver letto tanti manuali di scrittura senza perdere la voglia di proseguire, preferisco dedicarmi ad aspetti specifici, che i manuali generici non possono approfondire. Ecco perché The 101 Habits of Highly Successful Screenwriters, che sto ancora leggendo.

Sorvoliamo sul titolo, terribile come solo i titoli di certi saggi americani sanno essere, ma anche molto onesto nel sintetizzare il contenuto. Nella prefazione, dove l’autore spiega struttura e logica del libro, vengono presentati gli sceneggiatori di Hollywood che si sono prestati a rispondere alle sue domande. Questi piccoli ritratti preliminari mi sono piaciuti molto, perché parlano di persone e di vita, non di concetti teorici e tecniche, e ho deciso di proporvene qualcuno.

Ron Bass (La neve cade sui cedri, Il matrimonio del mio migliore amico, A letto con il nemico, Rain Man) aveva già pubblicato due romanzi quando, nel 1982, si trovò in una situazione economica precaria per via di un investimento sbagliato. Il suo agente letterario, che da tempo aveva in mente una spy story ambientata nella Seconda Guerra Mondiale, gli promise un anticipo di 20.000 dollari se fosse riuscito a scriverla e a fargli avere un contratto con Reader’s Digest. Il problema era che Bass odiava le classiche storie sulla Seconda Guerra Mondiale, con buoni e cattivi. Decise così di scrivere una storia in controtendenza, in cui gli individui di ogni schieramento bellico venivano mostrati come persone, con sogni, amori, speranze e paure simili. L’idea lo prese, e per tre mesi Bass si alzò alle tre del mattino per scrivere il romanzo, che ottenne un anticipo ancora maggiore di quello sperato. Quando venne deciso di fare il film, insistette per scriverne la sceneggiatura, e la sua carriera cambiò direzione.

Steven DeSouza (Die Hard, Beverly Hills Cop III, I Flintstones) voleva diventare disegnatore per la Walt Disney, ma scoprì che era molto più veloce ed efficace creare una storia a parole piuttosto che usando le immagini. Nel periodo del college continuò a scrivere e tentare di pubblicare, riuscendoci soltanto con un racconto. Si sposò, si arruolò nell’esercito, poi iniziò a lavorare per una stazione televisiva, dove si occupò di trasmissioni di cucina e religione, talk show e pubblicità, fino a quando non ne ebbe abbastanza e decise di trasferirsi a Hollywood per tentare la fortuna, litigando anche con sua moglie per questa scelta, capitata pochi mesi dopo la nascita del loro figlio. DeSouza si tenne a galla senza combinare granché fino a quando sua zia gli disse: “Gioco a bridge con un avvocato che ha abbandonato la professione per fare l’agente letterario. Se vuoi te lo presento”. DeSouza gli mostrò alcuni racconti. L’agente si dimostrò interessato e gli chiese se si sarebbe degnato di scrivere per la tivù. “Ma certo”, rispose lui, “voglio lavorare”.  La sua storia come sceneggiatore iniziò così.

Leslie Dixon (Mrs Doubtfire, Una fortuna sfacciata, Questo pazzo sentimento) non aveva avuto un’educazione formale. Dall’età di 18 anni si era arrangiata in totale autonomia, facendo i lavori più improbabili e ciondolando in giro con gli amici musicisti. A 23 anni ebbe un’epifania: “Se tra 10 anni starò ancora facendo questa vita, mi ucciderò.” Decise a tavolino di andare a Los Angeles per diventare sceneggiatrice. Per un anno continuò a condurre la stessa vita sregolata, cercando nel frattempo di scrivere soggetti cinematografici con un amico altrettanto precario, poi riuscì ad avere il primo contratto. La sceneggiatura non fu un grande successo, ma il meccanismo si era messo in moto.

Akiva Goldsman (Memorie di una Geisha, A Beautiful Mind, Batman Forever) scrisse per molto tempo romanzi e racconti, senza riuscire a pubblicarli. Aveva sognato fin da bambina di diventare scrittrice, ma – parole sue – non era particolarmente brava; in cambio era tenace. Dopo avere frequentato e apprezzato un corso di scrittura creativa con Gordon Lish, insistette a scrivere narrativa fino all’età di 28 anni, quando si rese conto che continuando così non sarebbe mai riuscita a vivere di scrittura, e si disse: “Devo arrivarci in un altro modo.” Iniziò a seguire un corso di sceneggiatura, scrisse il suo primo lavoro e riuscì a piazzarlo.


Nel libro compaiono anche altri sceneggiatori. Amy Holden Jones voleva fare documentari, ma servivano basi economiche solide in partenza, perciò iniziò a lavorare come editor di film, tentò la regia, e infine le chiesero di scrivere una sceneggiatura. Scott Rosenberg iniziò a scrivere soggetti e sceneggiature semplicemente perché in quel periodo tutti i suoi amici a Los Angeles lo facevano, e fece i primi passi nell’attività seguendo di città in città le diverse ragazze che gli piacevano, finché con uno dei suoi lavori vinse il Samuel Goldwyn Award.

Persone ed esperienze diverse, che hanno condotto a un risultato simile: l’inizio di una carriera. Alcuni elementi, approfonditi da Iglesias nei capitoli successivi del libro, compaiono più volte: la ricerca – talvolta a tentoni – del modo “giusto” di incanalare la passione per la scrittura; la tenacia nel tempo; la capacità di dedicarsi alla scrittura in modo intensivo, con tutti i sacrifici economici e familiari che ne conseguono; ultimo, ma non meno importante, il peso del fattore fortuna.

Non voglio fare paragoni insostenibili: nel libro si parla di sceneggiatori di Hollywood, non di scrittori italiani. A noi nessuno offrirà mai un anticipo di 20.000 dollari per il nostro romanzo, e non viviamo in città dove lavorare per lo show biz è normale quanto essere operaio o negoziante. Le opportunità, insomma, non sono le stesse, ma sono convinta che le doti manifestate da questi scrittori-sceneggiatori siano importanti nel nostro come nel loro mondo.

Mi piace l’elasticità, mi piace l’ostinazione. Il talento è un fattore X che non si pesa, di cui quindi non possiamo tenere conto nelle nostre scelte. D’altra parte ogni abilità si sviluppa con l’allenamento nel tempo, e non c’è nessun “miglioramento massimo” definito. A noi cosa resta? Usare le doti che abbiamo per cercare la Via. Forse stiamo già facendo il massimo, forse potremmo fare di più, o fare qualcosa di diverso. Puntare meno sull’autopromozione e più sull’esercizio quotidiano? Acquisire le abitudini giuste per abbattere gli ostacoli interiori? Passare meno tempo in rete e più tempo sul nostro romanzo? Usare i tempi morti per coltivare nuove idee da usare nel prossimo futuro?

Sono soltanto ipotesi. Quello che voglio dire è che abbiamo un margine di scelta, anche se spesso siamo convinti del contrario. Tutto nasce dal nostro atteggiamento mentale, che crea opportunità o le distrugge, a seconda del caso. Se Ron Bass, sentendosi proporre dal suo agente di scrivere una storia su un tema che detestava, si fosse tirato indietro perché la Musa deve essere libera, la sua vita avrebbe forse preso un’altra strada. Lui però ci ha provato. Non si è semplicemente inchinato: ha rielaborato creativamente la proposta fino a renderla sua, ci si è buttato anima e corpo, e ha vinto. Non soltanto perché ha ottenuto un contratto per quella storia, ma perché ha dimostrato di saper essere decisivo per il proprio futuro, non meno del fattore fortuna.

Cosa ne pensate? Siete anche voi convinti che possiamo fare di più di quanto crediamo per inseguire il Grande Sogno?





 

34 commenti:

  1. Sono perfettamente convinta che per avere successo ci voglia molta determinazione e un occhio a riconoscere le occasioni che si presentano. Poi, quando queste arrivano, ci vuole coraggio per prenderle al volo!

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    1. Giusto, è un incontro di tre fattori, non due: determinazione, occasione e capacità di coglierla. Se si esita o se non si è attenti si rischia di far passare il momento.

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  2. Secondo me invece non dobbiamo guardare chi ha avuto successo: quei passi hanno funzionato per quelle persone e soprattutto per pochissime persone, questo significa che non valgono per tutti e che il successo non è per tutti.
    Di sicuro, però, possiamo fare di più per esaudire i nostri sogni.

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    1. Certo non è detto che tutti possiamo riuscire allo stesso modo, ma mi sembra importante imparare dalle esperienze altrui. In fondo non sono tanti i punti di riferimento. Avere solo se stessi mi sembra limitativo.

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  3. Ciao Grazia, mi fa piacere che anche tu, come me, consideri il talento un concetto tutto sommato elastico e poco misurabile, un po’ come l’ispirazione. Alcuni maestri sostengono che il genio emerge sempre, io non sono assolutamente d’accordo. Il genio – qualunque cosa esso sia e chiunque lo possieda - spesso e volentieri non emerge affatto e talvolta emerge qualcosa che non è il genio.
    Quanto al successo, io molto banalmente ritengo che occorra essere la persona giusta al posto giusto e nel momento giusto. Ho sempre pensato (anche prima di maturare l'idea di scrivere prosa) che magari qualcuno sarebbe stato un ottimo prosatore, che so, nel 1800 in Inghilterra o nel 1700 in Russia e che invece negli anni 10 del 2000 in Italia non combini nulla. (Solo a titolo di esempio, ovviamente).
    Penso, inoltre, che se una persona arriva ad “annusare” il successo, in genere è perché esso è realmente possibile per lei. Non è il mio caso…e non è un caso. Insomma, è un segnale che quella persona, a meno che non sia un matto da legare (ma in genere si capirebbe da alcuni segnali) è sulla strada giusta.
    Infine, la persona portata ad avere successo nella scrittura deve studiare molto e possedere una forte autostima. Il tutto è reso più difficile dal fatto che le due caratteristiche sono in conflitto reciproco.
    Negli ultimi mesi ho letto parecchi tra i principali manuali italiani di scrittura (arrossisco nell'ammettere sinceramente che non ho ancora letto i tuoi, li ho tenuti per ultimi, per vedere se mi confortano...) e purtroppo il mio impulso dopo averli letti è di seppellire il computer. Dire che sono severi è usare un eufemismo. A te che sei un'esperta di quelli in lingua inglese, in particolare americani, chiedo se sono un po’ più incoraggianti. Scusa se sono andata un po’ fuori topic.

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    1. Non credo che studiare molto e avere una forte autostima siano per forza caratteristiche in conflitto. Per quanto forte sia l'autostima, nella scrittura abbiamo bisogno dello specchio degli altri, o la nostra autovalutazione manca di basi solide. I manuali anglosassoni sono molto più pratici e incoraggianti dei nostri. L'ottica non è quella del "fai questo e avrai successo" (anche se c'è chi ama intenderla così), ma piuttosto "fai questo e riuscirai a sviluppare le tue potenzialità per scoprire dove possono portarti". Da noi si tende a sottolineare quanto si debba essere eccezionali per scrivere bene; si usano paroloni ogni volta che si può, si mantiene un tono di alto livello culturale. Il raccontare storie, però, appartiene all'uomo in generale, che sia un letterato o una nonna che inventa una favola per i nipotini.

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    2. "Fai questo e riuscirai a sviluppare le tue potenzialità per scoprire dove possono portarti"... anziché partire dall'idea che prima di cominciare dobbiamo capire se siamo eccezionali oppure...ordinari. Questo è interessante. E' una differenza di concetto, fondamentale.

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  4. Non so quanto mi interessi il successo e, sopratutto, non so quanto possa aiutare (se non a deprimerci) il confronto con la situazione statunitense. Come dici tu, oltre tutto, quello è il mondo del cinema, dove i soldi girano e c'è una richiesta costante di sceneggiature. Al di là del talento, c'è una richiesta tale che basta un po' (tanto) di solido mestiere per farcela. Qua da noi le vendite sono ridotte al lumicino e ci sono tantissimi aspiranti scrittori. Le case editrici hanno l'acqua alla gola, il self è un mondo ancora in fieri, insomma, come si dice dalle mie parti "non c'è trippa per gatti".
    Queste storie sono vere e molto belle, ma confrontate con la realtà italiana mi deprimono, invece che incoraggiarmi. Forse meglio concentrarci su più prosaici obiettivi prendibili? Pubblicare con un editore serio, conquistarsi un gruppo esiguo, ma attento, di lettori... Non sarà il successo, ma mi sembra già qualcosa.

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    1. Il divario è enorme, questo è vero, però mi piace credere che gli obiettivi minori siano apprezzabili anche all'interno del Grande Sogno. Certo l'equilibrio tra aspettative e risultati è più precario, ma forse ne vale la pena. E' tutto molto soggettivo.

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  5. Quanto è stimolante leggere di chi ce la fa, e ce la fa in modo eterodosso. Forse è questo uno dei motivi per cui il Self-publishing va così di moda e opera tanto. Alle volte la strada convenzionale non funziona. Quando lo fa... coriandoli e coroncine, medaglie d'oro e appagamento totale. Me lo auguro proprio. E lo auguro pure a te. :)

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    1. Acchiappo gli auguri e te li ricambio. :)

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  6. Molto bello questo post! Io sono una di quelli che stanno provano ad inseguire il Grande Sogno, anche se finora i risultati sono stati pochini... Ma non ho nemmeno avuto la possibilità di andare a cercare molte opportunità, essere occupata con altri studi. Sicuramente dovrei dedicarmici di più ed è quello che vorrei fare dopo la laurea.
    Mi ha colpito la storia di Leslie Dixon, sarà perché sento il mio ventitreesimo compleanno che bussa prepotentemente alla porta... e, da qualche anno, i compleanni mi mandano un po' in crisi. Io non sto facendo lavori improbabili, quindi sono messa meglio di lei, e spero di avere ancora tempo per "mettere in moto il meccanismo".

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    1. Mi sembra che anche questi sceneggiatori abbiano impiegato parecchi anni a trovare la via, e tu sei molto giovane! :)

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  7. Che poi, tra l'altro, questa storia del self-publishing ha tolto molto a quella caparbietà, a quella forza di volontà che detta sacrifici che lo scrittore deve coltivare con abnegazione se "vuole arrivare". Tanto adesso chiunque può pubblicare qualunque cosa e poi chi vivrà vedrà! Ci si convince che non ci sia bisogno di fare più di quanto si creda perché il sogno è lì che aspetta nelle classifiche di vendita di Amazon. Niente più gavetta, niente più opportunità cercate.

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    1. Il fatto che tutto sia alla portata di tutti non gioca a favore della qualità del prodotto, né dello sviluppo delle doti personali dell'autore. Mi piace che la scrittura esca dall'aura dorata dell'attività per pochi eletti, ma questi effetti collaterali non sono positivi.

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  8. Mah, più che Grande Sogno la definirei La Grande Illusione, almeno per quanto mi riguarda. Non per altro è il titolo di un film di Jean Renoir, quindi siamo sempre nell'ambito cinematografico. Poi bisogna sempre capire che cosa s'intenda per successo, che potrebbe essere un concetto esteso all'ennesima potenza. Persino un Ken Follett potrebbe definirsi insoddisfatto, se ampliasse i suoi parametri!

    Di tutte le storie che proponi mi ha colpito, però, il lavoro "su commissione" accettato da Ron Bass. Alle volte sono proprio i lavori quasi imposti, che ci fanno sperimentare ambiti nuovi, a farci tirare fuori il meglio di noi stessi.

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    1. L'ho pensato spesso anch'io, quando partecipavo ai concorsi e mi capitava di avere un tema dato, oltre al limite di battute. Ho sempre considerato il vincolo come il granello di sabbia da cui si sviluppava la perla, per così dire.

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  9. Sorvolo sul discorso successo, sono in fase dubitoso-riflessiva. Non so più nemmeno cosa fare del mio WIP. So solo che già finirlo "bene" sarebbe un successo! Ma voglio essere ottimista e pensare che ho solo bisogno di un po' di vacanza.
    Invece volevo dirti che io mi mangio libri di sceneggiatura a colazione, pranzo e cena XD Mi sono letta Blake Snyder, Robert McKee, Syd Field e ho lì anche Lajos Egri che mi aspetta. E sono strapieni di elementi che mi sono utilissimi per il laboratorio di scrittura.
    ...e abbiamo scoperto un'altra cosa in comune XD

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    1. Anche per me i periodi di entusiasmo e fiducia si alternano sempre ad altri più "zavorrati". Quanto ai manuali, certe volte ho l'impressione che siano diventati un interesse a sé stante. :)

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    2. E' sicuramente così, almeno per me. Ovvio che ci sono sempre cose che ti fanno pensare "questo me lo devo ricordare quando scrivo quella scena", "ops, quest'altro devo tenerlo presente per quel dialogo". Però ci sono manuali che sono una bella lettura in sé. E' sempre bello leggere un libro che tratta di una cosa che ami, non lo fai necessariamente per imparare e applicare, ma anche per il puro piacere di leggere di quella cosa. Vale per i bambini e l'uncinetto, anche XD Ho dei libri illustrati di uncinetto e, leggendoli, provo quasi lo stesso piacere di fare le cose con le mie mani. Sono belli e basta, di per sé.

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    3. ...e non so perché mi sia partito il commento con l'altro profilo o_O

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    4. A me credo che piaccia soprattutto sentire la persona che sta dietro i discorsi sulla scrittura, conoscere la sua personalità e la sua esperienza. E' bello ritrovare in scrittori affermati gli stessi nostri dubbi e timori, superati grazie all'esperienza. :)

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  10. Questo post giunge al momento giusto e di questo ti ringrazio. Anche i commenti mi sembrano molto pertinenti. Al di là del periodaccio che l'editoria vive in Italia, più vicino a alla morte che alla vita, mi sembra, personalmente, di vivere IL MIO MOMENTO dell'O ORA O MAI PIU', ne consegue che, devo sfruttarlo al massimo. Come? Sì, allontanarsi dalla rete, come dici tu, per scrivere è un buon inizio, non avere fretta un altro passo avanti. Perchè il libro ora c'è, come ha detto la mia editor ieri, partendo da un diarietto che era del tutto insufficiente, a furia di lavorare, ho superato l'ostacolo più grosso e ho avuto seri dubbi in tal senso, per cui occorre solo usare il martello pneumatico per approfondire alcune cose sulle quali ho scantonato. Quindi il libro c'è, l'agente pure, e io ci credo. Non credo mi capiterà un'altra storia tanto bella e condivisibile, il successo non è mai stato così vicino, anche se potrei non arrivarci mai, nel senso di fama vera, ma come dici tu è dentro di me, o meglio nella mia valigia di parole. Per cui vado avanti. Un bacione Sandra

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    1. Che piacere sentirti dire questo! In bocca al lupo a te e alla tua valigia di parole. Incrocio le dita. :)

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  11. Penso che per avere successo in qualsiasi cosa si debba avere un mix di impegno, talento e fortuna.
    L'importante, penso, è capire quali sono i propri obbiettivi e cercare di fare le scelte giuste senza farsi offuscare dalla voglia di ottenere tutto subito, o di avere il massimo rendimento con il minimo sforzo.
    Per quanto riguarda seguire le orme di altri che hanno avuto successo prima di noi, non mi sembra affatto sbagliato. E' un po' come seguire i consigli di un adulto quando sei ragazzo: un po' ti rode farlo, perché pensi di aver già capito tutto, ma pian piano ti rendi conto che cono consigli utili.

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    1. In effetti se dovessimo tutti imparare tutto da zero, senza sfruttare le conoscenze acquisite da altri, saremmo ancora all'età della pietra.

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  12. Queste storie sono interessanti, di sicuro mi ispirano e mi fanno sentire più motivata. Alla luce della vita quotidiana però mi sembrano irrealizzabili. Più di una volta ho guardato online i corsi di scrittura creativa basati in California, fornace di tutto ciò che è trend oggi. Ho cercato scambi di case, corsi di un weekend solo, lezioni in catapecchie lontane dalle grandi città... niente da fare. Non me lo potrò mai permettere. Anche se il volo costa relativamente poco, tra il corso, l'affitto di una macchina (a quanto pare indispensabile per muoversi in Cali) e il resto solo chi ha tanti risparmi o un lavoro stabile e remunerativo può permettersi un lusso del genere.
    Non vorrei sembrare cinica ma ogni autore famoso in the States ha una storia strappalacrime, io ci credo poco, secondo me oltre al talento avevano i contatti giusti o il portafogli pieno.

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    1. Può darsi che per la maggior parte di loro sia proprio come dici, ma ci saranno anche delle eccezioni - ce ne sono sempre. A me seguire un corso in California costerebbe più che a te. ;)

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  13. Io penso (forse ingenuamente) che quando una persona è sinceramente e autenticamente orientata verso il proprio scopo, le cose si muovono da sole per condurla fino a lì. è come se la natura e l'universo agissero di concerto con la nostra volontà. Forse queste biografie sono romanzate, ma non per questo di minor valore. Qualche piccolo miracolo a volte accade, se noi glielo permettiamo. è il caro vecchio concetto di "vivere come se"... :)

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    1. Anch'io credo molto nel pensiero positivo - che in fondo è pensiero creativo ripetto alla propria vita - e nelle sinergie che mette in moto. Tra l'altro sto scoprendo che questo pensiero è comune a moltissimi artisti, pensatori e visionari del presente e del passato.

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    2. è vero, perché spesso la pura razionalità si accompagna al materialismo, mentre le persone più creative tendono a ricercare un rapporto più autentico con la propria spiritualità.

      P.S. Penso che abbiamo un approccio molto simile. Mi piacerebbe parlarne, prima o poi. :)

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  14. Se si sa dove andare, ogni giorno si è in grado di cogliere un segnale di luce sul sentiero anche se fa buio pesto (Maroooooo che frase LOL)

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