10 dicembre 2014

EMOZIONI AL MICROSCOPIO: LA FELICITÁ


Eccomi di ritorno sull’argomento emozioni, che è stato molto apprezzato (grazie!).

Dopo avere parlato della rabbia, mi ero messa a scegliere tra altre emozioni intriganti: nervosismo, paura, imbarazzo… poi sono inciampata sulla felicità.

Ci sono inciampata, in realtà, perché la stavo scartando senza soffermarmici, e questo mi ha incuriosita. Come mai avevo l’impressione che la felicità non valesse un post?

La prima risposta che mi è venuta in mente ha a che vedere con il nostro mondo, che ci propina senza remore modelli di felicità basati sulla ricchezza, sulla bellezza, sul successo. Nel periodo natalizio le pubblicità ci bombardano di strade illuminate, soggiorni ben arredati con tavole imbandite e famigliole affettuose al limite della sdolcinatezza, con tanto di canzoncine di accompagnamento. È un impacco, una valanga, un’alluvione di felicità. Finta. Forse per questo la parola “felicità” sembra avere un sapore un po’ artificiale?







Eppure la felicità è importante. Aristotele l’ha definita lo scopo ultimo della vita umana, ed è difficile non essere d’accordo con lui. Ma su cosa sia, di preciso, la felicità, rischiamo di perderci. “Un senso di appagamento generale”. “Lo stato d'animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri.” “Condizione di letizia, di gioia, di soddisfazione.” Tutte definizioni giuste, ma ancora vaghe.

Per andare oltre, c’è chi ha fatto della felicità un oggetto di studio, e che studio! George Vaillant, ricercatore di Harvard, dirige da oltre settant’anni un esperimento (tuttora in corso) su oltre duecento soggetti mirato a capire cosa rende felice la gente. E cosa ha scoperto? Che il fattore determinante per essere felici sono i rapporti con gli altri, e in particolare la generosità, il perdono e un atteggiamento di gratitudine generalizzato. Il denaro produce felicità solo quando solleva la persona da una condizione di povertà preesistente – ma questo forse lo avevamo capito anche noi senza studiare troppo.

Resta il fatto che la felicità è importante, perciò i nostri personaggi hanno tutti i diritti di provarla e di vederla espressa da noi autori nel modo migliore. Cioè, come?

- La storia nasce perché i personaggi hanno qualche problema importante da risolvere. 
Come sempre ci ricordano i maestri di scrittura, piccoli problemi, piccola storia; niente problemi, niente storia. Il personaggio che sorride piace solo se per arrivare a quel sorriso ha dovuto penare le proverbiali sette camicie. In caso contrario è banale, troppo leggero. Forse anche un po’ antipatico.
Questo implica che la felicità, in particolare per il protagonista, non può essere una condizione stabile. Forse il personaggio è stato felice prima delle vicende della storia, ma poi perde la sua serenità e la recupera soltanto nel finale, o anche no. Può avere momenti di felicità nel corso della storia, che però non devono durare troppo a lungo. La felicità, insomma, deve risaltare su uno sfondo negativo per essere interessante, visto che da sola rischia di essere piatta come una tavola, e non da surf. Per non peggiorare la situazione…

- …è bene dotare la felicità di sfumature. 
Non sempre chi è felice è felice e basta. Dietro le quinte possono essere al lavoro emozioni diverse, che si intrecciano con la felicità e la modificano, seppure di poco. È il caso del senso di colpa, quando la felicità del personaggio poggia sull’infelicità altrui, o del timore che la gioia non duri, oppure dell’incredulità, se il personaggio era convinto di non poterla ottenere. In questo modo possiamo creare tensione interiore, ma…

- …è utile anche far risaltare la felicità del personaggio per contrasto con le emozioni altrui. 
Se qualcuno lo ha invidiato per buona parte della storia, a questo punto sarà livido di rabbia. Un collega di lavoro che mostrava nei suoi confronti solo indifferenza può essere incuriosito dalla sua espressione raggiante e tentare un contatto. Se un vecchio amico era stato messo da parte nei momenti di depressione, può essere l’occasione per recuperare il rapporto. Ma perché il lettore comprenda bene la natura della felicità di cui si parla…

- …è bene inserire caratteristiche che ne definiscano lo spessore.
C’è la felicità momentanea, senza ragionamento e senza domani, nata da un oggetto o da un evento (un bel tramonto, un piatto di tagliatelle con il tartufo, una canzone). C’è la felicità più profonda, che nasce dall’avere raggiunto un obiettivo o dall’avere fatto qualcosa di gratificante e a lungo atteso. C’è la felicità che nasce dalla fede o da un sistema filosofico, dall’avere la coscienza a posto, dall’avere compiuto un gesto altruistico. Ce n’è per tutti i gusti, ma comunque sia…

- …la felicità è più interessante quando viene insidiata.
La ex-moglie del protagonista si fa avanti sul più bello, proprio quando lui sta iniziando una nuova love story. Il personaggio vince la lotteria, ma scopre di doversi sottoporre a una delicata operazione chirurgica in cui rischierà la vita. La protagonista vince il terrore delle altezze e salta con il paracadute, ma poi deve anche affrontare le rampogne della madre, che la preferisce in versione timida e inetta. Anche se tutto andrà a finire bene, in questa fase ci può stare una dose di tensione supplementare. Ma dopo tutti questi ragionamenti sulla felicità, è fondamentale ricordare che…

- …la felicità va mostrata e non raccontata.
Questo vale anche per le altre emozioni, ma qui è particolarmente importante perché è facilissimo scivolare nel banale. Dire di un personaggio che “è felice” significa più o meno ucciderlo, almeno per qualche paragrafo. Se invece lo facciamo saltellare di gioia fino a sbattere la testa contro uno spigolo, movimentiamo la scena e facciamo sorridere il lettore. Se gli facciamo abbracciare un passante, aggiungiamo un istante di stupore. Se lo facciamo entrare in una chiesa ad accendere un cero di ringraziamento, creiamo un effetto ancora diverso. L’importante è che ci domandiamo quali manifestazioni di gioia si adattino meglio al carattere del personaggio, per attribuirgliele oppure cercarne altre credibili, ma un po’ più sorprendenti. In proposito, ecco qualche suggerimento da The Emotion Thesaurus, di Angela Ackerman e Becca Puglisi.

Segnali fisici: fischiare, cantare, ridere, scherzare, rughe di espressione (per il sorriso), occhi che brillano, parlare velocemente, lacrime di gioia, tremito, gesti ampi (balzare, correre), girare su se stessi, danzare, postura ampia e rilassata, gesticolare, cercare il contatto fisico con gli altri, gentilezza, spontaneità, fare regali, fare complimenti.

Segnali interiori: restare senza fiato, senso di calore all’altezza del torace, senso di leggerezza, brivido di eccitazione, formicolio alle mani, pensieri positivi, desiderio di rendere felici gli altri, ottimismo, intraprendenza.

Segnali di felicità repressa: stringere le labbra per non sorridere, difficoltà a stare fermi, respirare profondamente, giocherellare con oggetti per tenere le mani occupate, allontanare i pensieri felici per assaporarli più tardi, nascondere il viso con i capelli.


E voi, come esprimete la felicità nei vostri personaggi? È un sentimento su cui vi soffermate volentieri, oppure preferite scrivere di emozioni meno solari?


P.S. Il blog ha una pagina nuova, dedicata alle mie letture. Niente recensioni, ma solo le impressioni che mi fa piacere condividere con voi. Sarò felice di conoscere le vostre!



27 commenti:

  1. Mi ha fatto sorridere il personaggio "livido di rabbia" dopo che ha invidiato il protagonista per tutta la storia!
    Credo che, mentre scriviamo, non dovremmo dimenticarci di questo poveretto stampandogli in faccia un sorriso inespressivo per tutto il tempo!
    Adesso che mi ci fai pensare, i miei personaggi quando si sentono felici lo esprimono soprattutto con una maggior apertura verso gli altri.
    Spesso nei libri che leggo il protagonista è infelice ma circondato da gente felice o che gli sembra tale.
    E la felicità del lettore? Credo che sia lo scopo principale dello scrivere...forse un po' ambizioso, ma lo scopo ultimo sarebbe quello.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Eh sì, il nostro vero scopo è proprio quello. Per arrivarci, però, altro che sette camicie!

      Elimina
  2. In effetti hai ragione: la felicità è un’emozione sottovalutata. Almeno, nei romanzi. Eppure, anche riflettendoci, non riesco a trovare un posto per lei. L’unico modo in cui potrei usare questa emozione è per vederla spezzata dai problemi. Invece, non farei il contrario. La felicità dopo essere riusciti a “farcela”, cioè a superare i problemi, mi sa di posticcio. Forse è un mio limite.
    Ti do io un’emozione per il tuo prossimo post: il dubbio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Metto il dubbio in lista d'attesa, allora (ottima scelta!).
      Quella della felicità nel lieto fine è una nota dolens, altro che un tuo limite! Io difficilmente ci rinuncio, ma tocca fare i salti mortali per renderla affascinante. Se ci si riesce, e spesso non è così.

      Elimina
  3. Sono felice che tu abbia pubblicato un nuovo post sulle emozioni perché li trovo davvero interessantissimi ed utili. Pensa che proprio un paio di giorni fa ho riletto un post sulla rabbia per definire meglio i gesti ed i comportamenti della mia protagonista tra l'altro in un momento di felicità turbata: durante una cena che vorrebbe portare ad un riavvicinamento fra una coppia separata, si fa avanti tizia che lui ha frequentato nel periodo single. In poche parole il contrario dell'esempio che hai proposto, ma al contempo simile.

    Al di là di questo, la felicità è uno dei temi portanti del romanzo che sto scrivendo e sto cercando di approfondirne l'espressione. Il mio protagonista è un po' ombroso ed ha difficoltà a tirare fuori emozioni positive per una sorta di auto-protezione. è come se temesse di rendersi debole. Pertanto mi diverto moltissimo con lui, quando si tratta di mettere in luce la felicità: cerca di trattenersi ma non sempre ci riesce. Il suo percorso evolutivo punta infatti anche a donargli la capacità di ridere di se stesso e delle cose che succede, di prendere le cose un po' più alla leggera. Sarà un lavoro lungo, ma molto interessante. :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Regalare al personaggio un po' di autoironia e leggerezza mi sembra un'impresa degna di un premio. ;) Fare evolvere i personaggi dà una tale soddisfazione... come se avessi aiutato un amico, o un parente. Di più.

      Elimina
    2. Ops... ho sgamato un refuso nel mio commento, che vergogna!

      Elimina
    3. Per un refuso? Ma dai! Sui commenti non si fa revisione, al massimo si rileggono prima di postarli, e qualcosa può sfuggire. Se però ti turba elimino il commento, così lo riposti. ;)

      Elimina
  4. È difficilissimo raccontare la felicità. Un po' perché spesso nelle storie è il racconto di un'assenza e spesso perché... Mi viene in mente quel passaggio de Lo hobbit quando si dice che a scrivere quindici giorni felici bastano poche righe, per i momenti difficili e tristi invece pagine su pagine, quanto sono d'accordo col Professore!
    Sempre per stare nelle citazioni fantastiche, mi viene in mente un passaggio del mio sempre totemico "la mano sinistra delle tenebre" in cui si differenzia tra gioia e felicità.
    Quando si è felici, si dice, si sa di esserlo, c'è un momento di consapevolezza, di appagamento di cui si possono individuare le cause.
    La gioia è una condizione di serenità interiore che può esistere anche in momenti difficili. Spesso non la si riconosce, ma se ne sente la mancanza, quando la si è perduta. Mi viene in mente la tipica frase "però che belli qui momenti così incasinati della mia vita!".
    Forse in una narrazione si può raccontare la gioia, più che la felicità (almeno nel senso in cui l'ho intesa qui)?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Credo che tu abbia ragione. Forse il termine "felicità" contiene un contrasto insanabile tra intensità/importanza e fugacità. Come fa una cosa così importante a essere quasi sempre un miraggio o un rimpianto? La gioia è più alla nostra portata, e non mette soggezione.

      Elimina
  5. P.S. Il mio post di oggi parla di un romanzo che ha come tema principale proprio la felicità :-D

    RispondiElimina
  6. La felicità è più interessante quando viene insidiata: ecco, io confesso che più che insidiarla, la felicità dei miei personaggi - quelle poche volte che l'ho donata loro - l'ho sempre distrutta. E per non risparmiare loro niente, alla fine prediligo anche conclusioni agre o dolce amare. Insomma, (quasi) mai niente torna a posto per quei poveretti .__.
    Non so, probabilmente questo è uno di quegli aspetti in cui filtra di più la mia esperienza di vita.
    In ogni caso è verissimo: mostrare la felicità è molto più difficile che far soffrire un personaggio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' vero. A me però serve almeno un raggio di luce per scrivere, e quando arriva... mi faccio subito prendere la mano, e zac! il mio lato-Heidi ha il sopravvento. Se è un riflesso delle mie esperienze personali, sono una viziata cronica.

      Elimina
  7. Il problema della felicità in un racconto è che non dà spunti... l'azione nasce dal conflitto e per il conflitto ci vogliono problemi, difficoltà, che ci non toccano chi è felice.
    Ovviamente sto semplificando molto il discorso, ma il succo rimane che l'insoddisfazione del personaggio dà maggiori spunti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In effetti nel racconto i tempi sono più compressi, perciò la felicità - se c'è - è solo un lampo finale di poche righe, che il lettore può immaginare si protragga nel tempo oltre la storia.

      Elimina
  8. "Il personaggio che sorride piace solo se per arrivare a quel sorriso ha dovuto penare le proverbiali sette camicie": hai proprio ragione, Grazia. Questo post mi è piaciuto tantissimo e ho imparato (come sempre) strategie nuove. Mi è piaciuto molto il far battere la testa su uno spigolo al peronaggio, per rendere la felicità-. Forse perché a me quando sono felice capita sempre?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sul serio? E io che credevo di avere scelto un esempio un po' esagerato...

      Elimina
  9. Concordo con Eli, mi è bastato leggere del personaggio felice che sbatte su uno spigolo per provare quell'esatta emozione di godimento divertito che l'ipotetico scrittore intendeva suscitare.

    Non so se capita anche a voi, ma quando guardo un film e c'è una coppietta felice, istintivamente mi agito e mi aspetto sempre che arrivi un taxi e li investa. Alcuni film in cui non succede nulla giocano proprio sulla suspence creata dalle aspettative dello spettatore. Lo stesso succede nei libri ma forse l'impatto è meno potente perché il ritmo è più lento, il cervello ci mette più tempo a elaborare l'informazione (e si può anche dare una sbirciatina al paragrafo successivo per parare il colpo).

    RispondiElimina
    Risposte
    1. PS: apprezzo molto le nuove iniziative del blog, le citazioni e le letture. Quando esce il nuovo manuale?

      Elimina
    2. Bene bene, speravo proprio che le novità fossero positive. Il nuovo manuale (che proprio manuale non è) dovrebbe uscire a inizio gennaio, più o meno. Credo che ne parlerò in un prossimo post, oltre a dedicargli una pagina tutta sua.
      Guardando film aspettarsi il botto che smonta la felicità dei personaggi è un classico, e questo dimostra quanto sia vero che il conflitto è l'anima della storia. Con mio figlio ci consultiamo prestissimo su come finirà: chi morirà, chi riuscirà a fuggire e come, chi avrà la meglio. Ci azzecchiamo quasi sempre. Non è una bella cosa, a pensarci bene.

      Elimina
  10. I miei personaggi sono sempre tristi, pieni di problemi o arrabbiati, quindi non mi sono mai posto questo problema :D

    Davvero, non saprei come rendere la felicità di un personaggio, visto che io non mi reputo una persona felice. Alla fine ciò che scrivi e crei riflette te stesso.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In effetti credo che io e te siamo complementari, sotto certi aspetti. Tipo che io sono Heidi, e tu... chi? Devo pensarci. ;)

      Elimina
    2. Avevo in mente qualcuno più carismatico, veramente, ma anche il nonno di Heidi può andare, in mancanza di altro. Sei un po' troppo mio coetaneo, però, per conservare la parentela. :)

      Elimina
    3. Scusate l'intrusione, ma Daniele è il Grande Puffo, tutti van da lui a chiedere consiglio...
      poi c'è MikiMoz che è il Puffo Burlone.
      Monia Papa è la Puffetta, bella e irraggiungibile.
      Alessandro Cassano... "Io odio i libri di merda!" è il Puffo Brontolone.

      A questo punto, cara Grazia, ci rimane Quattrocchi, che si prendeva le pedate nel sedere, e il Puffo Tontolone... vedi tu, ma io porto gli occhiali :D

      Elimina
    4. Ehi, da dove spunta questo passaggio da Heidi ai Puffi? E poi anch'io porto gli occhiali. Da sole. Qualche volta. :(

      Elimina