26 novembre 2014

DIALOGHI: NON SOLO PAROLE


Perché non parlo mai dei dialoghi sul blog?

Me lo stavo chiedendo qualche giorno fa, mentre progettavo i post a venire, e mi sono resa conto che la domanda aleggiava nell’aria già da un po’. I dialoghi sono uno dei pilastri della scrittura creativa, oltre che delle storie. Non c’è maestro, con la emme minuscola o maiuscola, che non abbia detto la sua sull’argomento. Io invece, che maestra non sono, li ho studiati qua e là, li ho “masticati” nel manuale Per scrivere bisogna sporcarsi le mani, ma nel blog ne ho parlato pochissimo.

Il motivo credo di averlo trovato: non sento i dialoghi come un problema. Che modestia, direte. Però è proprio così. Quando per la prima volta trovai scritto su un manuale che molti scrittori detestano i dialoghi perché sono difficili da scrivere, mi sembrò una stranezza. Cosa poteva mai esserci di ostico in un dialogo? A me sembrava che le battute venissero fuori di slancio già perfette. (Eh sì, mi piaceva molto come scrivevo. Non per niente pensavo al Maurizio Costanzo Show…)

Naturalmente i miei dialoghi non erano perfetti. Ne sono sicura, anche se da molto tempo non vado a rileggere le mie vecchie cose. Ma anche dopo avere scoperto le trappole nascoste nei dialoghi, mi è rimasta un’impressione di confidenza nello scriverli, come se da lì non dovessi temere niente. Per questo non ci penso e non ne parlo. Oggi rimedio, e farà bene a me per prima.







Innanzitutto, a cosa servono i dialoghi?

A far conoscere i personaggi con i loro background, rapporti e motivazioni.
A creare l’atmosfera della storia.
A fare progredire la trama.
Ad aumentare la tensione e intensificare i conflitti esistenti.
A dare un ritmo definito alle scene.
A presentare dettagli dell’ambientazione.
A trasmettere il tema della storia.
A suscitare emozioni.

Possiamo dire che se lo guadagnano lo stipendio, questi dialoghi… se li trattiamo bene. E allora è meglio fare una carrellata sui loro aspetti principali, quelli che facciamo bene a tenere d’occhio mentre scriviamo, o piuttosto mentre correggiamo. È la revisione il momento giusto per analizzare, tagliare, riscrivere. Durante la prima stesura, che i personaggi dicano pure quello che vogliono. Se dicono stupidaggini, saranno puniti con la cancellazione delle loro battute insulse. (Gli autori sono almeno un po’ sadici con i loro personaggi, o non passerebbero il tempo a farli salire sull’albero per poi tirarli giù a sassate, come ha detto qualcuno.)

Vediamo allora cosa è bene sapere sui dialoghi.

- I dialoghi in narrativa devono sembrare realistici senza esserlo.
Se volessimo imitare la realtà, l’accozzaglia di banalità, esitazioni, ripetizioni, interruzioni, autocorrezioni e intercalari farebbero addormentare il lettore dopo poche righe, o forse lo renderebbero nevrastenico. È normale che i personaggi si salutino, dicano “pronto?” al telefono e “come stai?”, e magari chiedano anche notizie della zia Luisa, ma è probabile che di questo non importi niente a nessuno, a meno che la suddetta zia non sia una serial killer. Quello cui dobbiamo mirare, in sintesi, è un tipo di dialogo che suoni naturale, ma sia depurato delle parti che non contribuiscono in alcun modo alla riuscita del dialogo stesso e della storia.

- Ogni battuta di dialogo deve essere coerente con il personaggio che la pronuncia.
Questa coerenza è di vasta portata e tiene conto del carattere del personaggio, del suo livello culturale, stato emotivo e stile di linguaggio abituale. Non esistono due persone che parlino allo stesso identico modo, e così è anche per i personaggi. Coerenza è anche non usare la bocca dei personaggi come megafono per predicare le nostre idee. Noi siamo i burattinai nascosti. Nel momento in cui usciamo allo scoperto, parte della magia svanisce e il personaggio perde smalto. Garantito.

- Nei dialoghi possono essere trasmesse informazioni al lettore, ma senza forzature.
A meno che non esista un valido motivo per ribadire il già detto - per esempio un litigio - i personaggi non passeranno il tempo a ricordarsi l'un l'altro fatti che per loro sono ovvi e risaputi. Il famoso “as you know, Bob” dei manuali di scrittura, seguito dalle interessanti notizie di cui purtroppo il povero Bob è già a conoscenza, è assolutamente da evitare.

- Gli scambi di battute devono essere chiari per il lettore.
Si deve capire bene chi dice cosa, e senza dover risalire riga dopo riga fino all’ultimo punto sicuro, come talvolta accade. Ben vengano perciò – quando servono, non a tappeto – le attribuzioni, cioè i vari “X disse” e “Y rispose”, e anche i piccoli gesti inseriti nelle battute, con cui possiamo sostituire le attribuzioni per evitare che diventino ripetitive.

- Il dialogo deve non solo contenere qualcosa di utile ai fini della storia, ma essere pensato per quel qualcosa.
Il significato, in sostanza, non può essere una spezia che aggiungiamo a un dialogo insipido per dargli sapore, ma deve essere al centro dei nostri pensieri fin da quando, scrivendo la scena, ci avviciniamo al dialogo stesso, e per tutta la sua durata. Solo così possiamo tentare di creare la migliore situazione per esprimere quel significato.

- I dialoghi alleggeriscono il testo.
Un motivo è molto pratico: sulla pagina bianca, le righe di narrazione risultano in generale più compatte delle battute di dialogo, che lasciano meglio scorrere lo sguardo. Ma è anche vero (o almeno lo è per me) che dopo diversi paragrafi di azione e narrazione “muta”, l’arrivo del parlato è una valvola di sfogo che suscita una sorta di sollievo. In fondo le vicende dei personaggi si esprimono nelle loro interazioni, e le parole sono la forma di interazione principe, esclusiva dell’essere umano.

- Con i termini volgari, gergali, stranieri e dialettali è meglio andarci piano.
Si possono usare, certo, ma solo quando sono la soluzione ideale e la scena ci perderebbe con una sostituzione. Per motivi immaginabili, ognuna di queste deviazioni dal parlato “regolare” attira su di sé l’attenzione, modificando il ritmo della frase e creando problemi collaterali: reazioni di fastidio nel lettore non abituato al turpiloquio, collegamento della storia a uno specifico periodo storico (che prima o poi diventerà remoto), mancata comprensione dei termini.


Dopo queste considerazioni di base sui dialoghi, possiamo tentare di approfondire l’argomento con una domanda: cosa c’è in un dialogo?

La prima risposta, la più logica, è “parole”.

Parole scelte e disposte in un certo modo, mai casuale. Ma non è tutto qui. A creare l’effetto finale del dialogo è anche la fisicità dei personaggi, intesa come mimica, gesti, azioni. Poi abbiamo i loro silenzi, le risposte fuori centro, i pensieri. Il sottotesto, cioè quello non viene detto ma si intende tra le righe. E che dire dell’ambiente? Provate a ripensare una vostra scena che si svolge di mattina in un parco, facendola avvenire di notte. Sotto un acquazzone. In un ascensore. Con il frastuono di una ruspa che scava a pochi metri. In un appartamento elegante. In una fabbrica abbandonata.

Cambia tutto, vero? Le stesse parole acquisiscono sfumature diverse, oppure si rivelano inadeguate per la nuova situazione.

In sintesi, riguardando a distanza di tempo i requisiti dei dialoghi, mi viene da pensare che bisogna imparare a vederli nella loro totalità, e non come somma di singole caratteristiche. L’effetto che cerchiamo sul lettore è complesso e nasce da una miscela di fattori che possiamo controllare a tavolino, quando ancora abbiamo poca esperienza, ma che prima o poi dovremo guidare con la nostra sensibilità (un’impresa da niente!). C'è però una pratica che può salvarci da molti errori, ed è la lettura ad alta voce. L'orecchio individua le note stonate dei dialoghi (e non solo) con una chiarezza che nessun'altra lettura o riflessione può offrire, e ci fa da guida anche nell'uso della punteggiatura, assai diversa da quella che usiamo nel testo non parlato.

E voi, come ve la cavate con i dialoghi? Ci sono parti e tipi di dialogo che vi danno soddisfazione e altri che schivereste volentieri?



[Per la cronaca, di dialoghi hanno parlato anche Maria Teresa Steri qui, Daniele Imperi qui e Chiara Solerio qui.]


Un "grazie" a Chiara per avermi ricordato nel suo commento l'importanza della lettura ad alta voce e della punteggiatura. Ho voluto accennarvi nel post, perché entrambi gli aspetti sono fondamentali. Della punteggiatura si potrebbe dissertare per anni, ma per ora "passo"!


27 commenti:

  1. Ciao Grazia, senza tema di piaggeria, posso esclamare: magnifico post!
    Eh sì, non credo di essere l'unica che ti aspettava al varco e che pensava "prima o poi parlerà di dialoghi".
    Per quanto mi riguarda, modestia a parte, mi è stato detto che mi riescono piuttosto bene. Dei punti che hai elencato, a volte non ne ho rispettato uno: "gli scambi di battute devono essere chiari per il lettore." Mi è capitato che non lo fossero e in effetti il risultato è catastrofico, cioè accade "solo" questo: il lettore non comprende la storia! Ma basta un beta reader (quella volta me ne infischiai, non glielo feci leggere ed ebbi di che pentirmene).
    Secondo me il dialogo serve anche a creare un legame tra il lettore e i personaggi, in particolare col protagonista o i protagonisti...insomma, è un po' come se fosse il lettore stesso ad avere occasione di conversarci un po' assieme. O almeno di ascoltarli. Il lettore deve essere spinto a chiedersi: "vediamo un po' cosa ha da raccontarmi questo (o questa)" e ad ascoltarlo paziente e ben disposto.
    Persino alcuni dei miei autori preferiti non sono molto abili, a mio parere, nei dialoghi. In particolare detesto quando li usano come "megafono per predicare le loro idee" e in particolare mi viene in mente una scrittrice italiana che amo molto ma che questo (unico) vizio ce lo ha.
    Ogni volta che faccio leggere qualcosa di mio a qualcuno, la prima cosa che gli chiedo è "ma ti è sembrato che facessi una predica? Eh? Dimmi la verità". Sono ossessionata da questo punto.
    Un altro errore che noto in molti e che forse a volte faccio anche io è non tenere abbastanza conto del fatto che "non esistono due persone che parlino allo stesso identico modo". Bisogna che anche i personaggi, così come le persone reali, parlino utilizzando quello che in linguistica si chiama idioletto: il modo di parlare di ognuno. Riguardo a questo, però, ho un dubbio: mi sono spesso chiesta se l'"errore" di molti scrittori di fare parlare tutti in maniera abbastanza simile a volte non fosse voluto e fosse da intendersi come una sorta di stilizzazione dei dialoghi.
    Riguardo a questo: "con i termini volgari, gergali, stranieri e dialettali è meglio andarci piano" sono d'accordo per quanto riguarda termini volgari e gergali, non per purismo o moralismo, ma appunto perché attirano troppo l'attenzione e se non c'entrano nulla (o poco) col contesto e col registro utilizzato, è un guaio, stridono molto. Per quanto riguarda le lingue straniere e i dialetti, sono favorevole, ma, per cortesia, con traduzione a piè di pagina! Mi piace molto trovare espressioni dialettali nei testi, anche se io, per mia scelta stilistica, non le uso.

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    1. Anch'io trovo che dotare ogni personaggio di un suo modo di parlare - che in teoria dovrebbe essere riconoscibile anche senza l'attribuzione, dicono i maestri - sia una delle cose più difficili. Sembra stupido a dirlo, ma quando ne ho sentito parlare per la prima volta sono proprio cascata dalle nuvole. Non mi era neanche vagamente passato per la testa che i personaggi non avessero tutti il modo di parlare dell'autore.

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    2. A volte questo errore è crudamente evidente: quando per esempio l'autore ha uno stile molto particolare e utilizza sempre determinati vocaboli o espressioni che non sono proprio da tutti...e poi te li ritrovi anche sulle labbra dei personaggi! Di tutti i personaggi! A volte, con rispetto parlando, ti scappa proprio da ridere...a tal punto che, come dicevo, mi sono chiesta se la cosa fosse fatta apposta!

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  2. Mi sembrava di non avere grandi problemi con i dialoghi, poi l'editore di Cene tempestose ci è andato giù pesante nel valutarli, ho pensato di essermi illusa di saperli circa scrivere, poi ho cambiato idea sull'editore, e sono tornata al mio primo pensiero: i dialoghi non rappresentano una grossa grana, li so scrivere insomma, senza presunzione, sono magari pessima in altro. Bacio Sandra

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    1. Mi piace questo epilogo! Tra cambiare dialoghi e cambiare editore, sono convinta che tu abbia fatto la scelta giusta.

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  3. In questo periodo, sto cercando di focalizzarmi su due aspetti dei miei dialoghi:
    1) la riconoscibilità del personaggio che parla, perché in prima stesura tendo ad andare di getto e ad usare "le mie parole". Certo, è vero che c'è la revisione, ma come nel caso dell'infodump di cui avevo parlato in un post vorrei imparare a prevenire il più possibile prima di curare, per non rischiare di dover riscrivere l'intero romanzo.
    2) La punteggiatura non può essere la stessa che c'è nei brani "non palati". Me ne sono resa conto leggendo ad alta voce. Io amo scrivere frasi brevi, talvolta di una sola parola. Sembrava quasi che il personaggio avesse il singhiozzo. Devo dire, però, che su questo punto sto maturando un certo intuito.

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    1. Acc, ecco cosa avevo dimenticato scrivendo il post: la lettura ad alta voce! Mi sa che lo aggiungo, anche se in ritardo. Non ti dispiace, vero? No, non sei quel tipo.
      Secondo me il controllo dei dialoghi durante la prima stesura è impossibile. Non so come tu possa riuscire a prevenire senza penalizzare la fluidità dello scrivere, ma se ci riesci sei una maga!

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  4. I dialoghi sono forse la cosa che mi piace di più scrivere. Non ho mai scritto un racconto di soli dialoghi (come lo splendido "Colline come elefanti bianchi"), ma mi ci diverto molto. Un autore teatrale mi ha detto che il dialogo deve essere concepito come azione, nel senso che ad ogni battuta deve cambiare qualcosa, nella tensione tra i personaggi, nell'atmosfera, nel procedere della trama. Insomma, non si sono dei personaggi che stanno lì e parlano, ma storie che procedono una battuta alla volta.
    Devo dire che mi ritrovo molto in questa visione del dialogo e spesso le cose più importanti nelle mie storie accadono nelle scene dialogate.

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    1. Bella come immagine, rende davvero l'idea. Se scrivi i dialoghi pensando a questo costante cambiamento di equilibri, è difficile che riescano male.

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  5. Bhe bella domanda e bell'argomento: i dialoghi.
    C'è una categoria di autori che lasciano raccontare la storia tutta al dialogo, ma secondo me è sbagliato. Bisogna saper dosare narrazione con i dialoghi.
    Veniamo a me, cerco di non essere logorroica e di tare un certo tono al personaggio. Anche la non risposta in certi casi è un dialogo, mentre cerco sempre di rendere riconoscibile il personaggio da quello che dice, cercando di ridurre al minimo X disse e Y rispose.
    Poi alla seconda rilettura cancello tutto e riscrivo l'intero paragrafo, ma cerco di essere naturale e che i personaggi parlino soli :D

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    1. Sono d'accordo con te: una storia affidata solo ai dialoghi non è equilibrata, e da lettrice non mi piace. Oltretutto è difficile riempire pagine su pagine di dialoghi senza infilarci delle banalità.

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  6. Complimenti a tutti i dialoghisti qui presenti. Faccio parte della stragrande minoranza che non ama i dialoghi... Parole tra virgolette le metto in uno scritto solo se non mi rimane altra possibilità. E tutto si risolve in una serie di monosillabi... Comunque è vero che la maggior parte degli scrittori detesta il dialogo. Un post sui dialoghi però dovrebbe mostrare anche qualche piccolo esempio di dialogo, giusto per dare un po' di speranza a quelli senza speranza come me, e per meglio far capire i concetti, che altrimenti restano solo principi generali.

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    1. Non ho capito bene se non ti piace scrivere i dialoghi oppure se hai difficoltà a scriverli.
      Sugli esempi di solito mi trovo sempre in fallo, ma stavolta non me n'ero dimenticata. Ho solo avuto l'impressione che servissero brani di una certa lunghezza, che avrebbero reso pesante il post. Non è facile rendere l'idea in poche righe. Adesso ci provo (tempo permettendo), e nel caso posto qui il risultato.

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  7. Un ottimo excursus sul tema, Grazia.
    Mi accorgo sempre più che la principale difficoltà nei dialoghi per me è evitare dei modi di dire che tendono a ripetersi, non solo per lo stesso personaggio, ma anche tra vari personaggi, che dovrebbero in teoria parlare in modo diverso. Mi è davvero difficile accorgermene mentre scrivo, l'unica cosa che posso fare è lavorarci in seguito. Scrivere buoni dialoghi sembra facile, ma non lo è affatto!
    Comunque, ti ringrazio per la citazione :)

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    1. Credo che di davvero facile nello scrivere ci sia poco. Oppure: tutto è facile, se non cerchi di raggiungere un buon livello; se però ci provi, ecco che le cose si complicano. Sono sempre i grandi a dare l'impressione che non ci voglia niente a scrivere, danzare, dipingere...

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  8. Entrambe le cose: non mi piace scriverli perché fatico a scriverli. Per scrivere un dialogo bisogna essere molto dotati, non è una cosa che viene naturale. Sentire parlare il proprio personaggio, con una voce che è sua e non tua, non è del tutto scontato. I miei personaggi per esempio rifiutano il dialogo, ma sono loro a rifiutarlo, o sono io?

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    1. Tocchi un tasto importante. Fino a dove si intrufola l'autore, con le sue idee e i suoi timori? Non è facile capirlo. Tu che ti conosci puoi capire se la difficoltà a dialogare è un tratto del tuo carattere. Poi si innesca anche un meccanismo perverso del genere: se hai avversione per i dialoghi, difficilmente riescono bene; se non ti riescono bene, li detesti ancora di più. Comunque hai ragione, non è ne facile né scontato riuscire a sentire i personaggi. Credo che la cosa più utile sia analizzare come affrontano i dialoghi gli autori che preferisci. Quello è il genere di esempio che serve davvero, alla lunga. Gli esempi che posso portare io per illustrare ciò che dico sono strumentucci al confronto.

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  9. Grazie della citazione :)

    Io li trovo facili da scrivere, ma un tempo ero convinto fossero la parte più difficile di una storia. Certo, non mi accontento della prima stesura dei dialoghi, ma ne verifico sempre il ritmo e anche la coerenza, come dici tu.

    Ogni personaggio deve parlare secondo la sua estrazione sociale, ma anche secondo il contesto in cui si trova.

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    1. Adesso mi sembra ovvio che sia così. Meno ovvio è riuscire a mettere in pratica la cosa, ma nel tempo si migliora, per fortuna.

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  10. All'inizio i dialoghi erano una croce.
    Credo di averci infilato tutto il peggio che ci si può infilare, dall'infodump al "as you know, Bob". Li ho persino usati per dare al lettore informazioni di circostanza, utili per far proseguire la storia.
    Oh, e poi li ho caricati di metafore, significati nascosti, "alta poesia" XD
    Poveri dialoghi: li ho maltrattati tantissimo, all'inizio del mio percorso di scribacchina.
    Quando ho cominciato a correggere tutte questi errori, il dialogo è diventato un peso. Trovavo tutto difficile. Finché, piano piano, non ci ho preso confidenza. La situazione si è sbloccata del tutto quando ho capito quanto siano fantastici per caratterizzare i personaggi: oggi è soprattutto questo che mi diverte, quando li scrivo.
    Bel post! Mi hai fatto ricordare i miei esordi e ghignare un po' ^^

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    1. Devono essere interessanti questi dialoghi "caricati di metafore, significati nascosti e alta poesia"... ;) Bella evoluzione, però, nel tempo. Anche per me i dialoghi sono la parte più piacevole, quando scrivo.

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  11. Mi ricordo che una volta detestavo i dialoghi perché mi sembrava che interrompessero il mio alto (?) fraseggio narrativo. Ora, invece, non potrei farne a meno. I dialoghi rendono frizzante la storia e più umani i personaggi, li avvicinano al lettore.

    Certo è che i dialoghi non devono essere banali, come dici giustamente. Sul capire chi sta parlando, mi sono già espressa in varie occasioni: quando non capisco chi sta parlando, lancerei il libro fuori dalla finestra.

    Graficamente, inserisco i dialoghi nell'ambito di un paragrafo, con le attribuzioni. Mi piace comunque vederli inseriti in un contesto ambientale.

    Cerco anch'io di differenziare il parlato a seconda del carattere. Solo una volta ho avuto un sacco di problemi con un dialogo, perché mi è stato detto da un lettore-cavia che ero chiaramente io che parlavo. Ed era un demone biblico ad esprimersi nel romanzo per cui l'effetto ridicolo era assicurato!

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    1. Il contesto ambientale è molto importante. Senza quello si ha l'impressione che i personaggi parlino in uno spazio virtuale sbiadito.

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  12. Devo dire che anch'io non ho mai avuto grosse difficoltà con i dialoghi, pur avendo scritto anche autentiche vaccate, certo. Detto questo, condivido tutto, come sempre. ;)

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    1. Mi piacerebbe farci un post, con le vaccate di tutti, ma le mie devo averle eliminate. Non è carino non esporsi in prima persona. Quasi quasi provo a frugare tra i file, chissà...

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  13. Ho messo una stellina gialla a questa pagina, per andarla a ripescare quando sarà il momento della revisione. Purtroppo non ho la tua dote innata e i miei dialoghi saranno da riscrivere completamente, visto che al momento assomigliano al copione di un testo teatrale, senza punteggiatura né contesto.
    Non mi sono ancora fatta un'opinione sull'annosa questione dell'evitare verbi che descrivano il tono del dialogo (usare "disse" invece di "riflettè sospirando"). Mi piace lo stile Baricco, ridotto all'osso, ma non vorrei puntare troppo in alto rischiando di non trasmettere il giusto contorno.
    Più di una volta mi è capitato di ricevere un messaggio sul cellulare e di fraintenderne il tono, rischiando malintesi e figuracce. Forse è per quello che gli "smile" hanno tanto successo. Peccato non poterli usare nel romanzo...

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    1. Non è mica detto che il tuo "rifletté sospirando" sia da bocciare all'istante. Certe volte si trovano termini più fighi, certe volte no. E' tutto da vedere nel singolo caso. Il fatto che i tuoi dialoghi nascano stile copione mi fa pensare che tu riesca a mantenere il flow, perciò vai benone così. (Gli smile nei dialoghi dei romanzi? Vado a dirlo all'Accademia della Crusca... quando rinvengo!)

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