2 luglio 2014

SCRIVERE: IL FASCINO (DUBBIO) DELLE TRANSIZIONI


Dopo il post molto personale della settimana scorsa, che sembra avere creato un piacevole senso di condivisione in me e in voi che leggete (a proposito, grazie!), eccomi qui con il preciso opposto: un post così tecnico e freddo che solo a pensarci batto i denti. Anzi, non so nemmeno bene come affrontarlo, questo argomento che di affascinante non ha proprio niente, e su cui i manuali di scrittura spesso sorvolano: le transizioni.

Cosa sono le transizioni?
Ponti, né più né meno.

Le transizioni ci permettono di “transire”, appunto, tra le parti interessanti della storia tagliando fuori le parti banali e noiose. Non c’è storia che possa farne a meno. Dato che le transizioni non brillano di luce propria, dedicare loro eccessiva attenzione non avrebbe senso nell’economia della storia. Eppure, anche se non aggiungono niente al testo, non colpiscono la fantasia e non danno sferzate di adrenalina, né all’autore né al lettore… qualcuno le noterà, sapete quando? Quando sono trascurate. In quel caso sì, ci sarà qualcuno che punterà il dito, indignato per la goffaggine dell’autore.

Meraviglioso, mi sono detta: ho trovato un elemento della narrazione che può influire sulla qualità del testo soltanto in negativo. Ma è davvero così, a pensarci bene?

Perciò eccomi qui con questo argomento spigoloso per le mani. Conto anche sul vostro aiuto, non tanto per arrivare a qualche improbabile regoletta, ma per capire quale logica seguire scrivendo, in particolare durante la revisione. Le transizioni infatti non possono essere decise a priori, in fase di pianificazione. Mentre scrivi ti vengono spontanee in un determinato modo, e soltanto dopo puoi andare a controllare che svolgano in modo accettabile il loro piccolo ruolo.


Antico ponte a Kromlau, in Germania

Ho individuato cinque tipi principali di transizioni:

di tempo

di luogo

di argomento

di punto di vista

di scena

Prima di analizzarli vorrei accennare a due metodi passe-partout in grado di risolvere la maggior parte dei problemi: la doppia interlinea e la chiusura di capitolo. Sono metodi un po' brutali, se vogliamo, ma il gusto moderno per la narrativa di stile cinematografico rende spesso gradito il salto repentino da un punto all’altro della storia, senza passaggi che facciano da cuscinetto. L’effetto è pulito, sintetico e spesso d’impatto, perché risparmia al lettore paragrafi inutili per la storia e potenzialmente noiosi. In pratica la telecamera passa direttamente da un punto della storia al punto successivo. Cosa ci sia in mezzo non ci interessa, perché se non merita una scena, allora le eventuali informazioni utili possono essere inserite altrove.

Ma vediamo cosa succede nei vari casi.

- Transizioni di tempo

Il personaggio compie determinate azioni in un certo momento del tempo, poi – un “poi” che può essere di minuti o di ore – ne compie altre.

Qui la doppia interlinea mi pare perfetta, in assenza di motivi di interesse durante l’attesa. Come alternativa si può semplicemente concludere il paragrafo e iniziare il successivo in un modo che sottolinei – quando opportuno – il tempo trascorso, come negli esempi che seguono.

Es. 1: Trascorsero lentamente due ore. Il telefono non squillò.

Es. 2: Due ore dopo i rumori del traffico si erano spenti e l’appartamento era immerso nell’oscurità, ma il telefono ancora taceva.


- Transizioni di luogo

Il personaggio compie determinate azioni in un certo luogo, poi si sposta altrove per compierne altre.

Se questo è anche l’inizio di una nuova scena, può essere opportuno un cambio di capitolo oppure una doppia interlinea. In caso contrario dobbiamo raccontare sinteticamente lo spostamento del personaggio.

Es. 1: X uscì dall’appartamento e salì in macchina, diretta verso la stazione.

Es. 2: Mentre X raggiungeva il parcheggio, l'aria gelida della sera la fece stringere nel giubbotto. La stazione era a soli cinque minuti di auto...


- Transizioni di argomento

Di solito si cerca un nesso che introduca l’argomento successivo. Il nesso può essere razionale, ma anche sensoriale (la vista di un oggetto, la percezione di un odore) oppure mnemonico (un ricordo, magari suscitato dallo spunto sensoriale).

Es.: Doveva prenderne atto: la mattinata si era conclusa senza risultati. Mentre lasciava scorrere lo sguardo sulle vetrine illuminate, più deluso che arrabbiato, un maglione rosso fuoco attirò la sua attenzione. Leila! Lei adorava quel colore. Perché non chiederle aiuto?

Se ci si trova in un dialogo, vale la pena di domandarsi se non sia meglio lasciare il cambio di argomento “nudo”, ignorando la logica, a sottolineare l’importanza che il nuovo argomento riveste per il personaggio. Piccole incoerenze di questo tipo possono aggiungere realismo.

Es. «Pensi che sia meglio andare in banca oggi, oppure possiamo aspettare qualche giorno?»

«Oggi hanno licenziato Marco.»


 - Transizioni di punto di vista

Sono un piccolo scossone per il lettore, perché lo obbligano a uscire dalla sensibilità di un personaggio per entrare in quella di un altro, perciò devono essere segnalate in modo chiaro. Io uso un capitolo diverso per ogni punto di vista, ma so che anche la doppia interlinea è considerata accettabile.

- Transizioni di scena

Anche qui la doppia interlinea può andare, ma io preferisco cambiare capitolo. Un capitolo, una scena. Mi sembra che l’impatto della scena sia maggiore, o forse ho della scena una percezione molto chiusa, come se si trattasse di un’entità perfetta in se stessa.


Questo sarebbe il momento di trarre delle conclusioni, ma mi devo accontentare di condividere con voi delle semplici impressioni. Come sempre, cosa funzioni e cosa no dipende dalla storia e dalla mano dell’autore.

1 – Quando mi è possibile farlo rispettando lo stile della storia, preferisco omettere le frasi-cuscinetto e passare direttamente oltre, usando eventualmente la doppia interlinea o il cambio di capitolo.

2 – Quando scelgo le transizioni verbali, preferisco non isolarle (come negli esempi numero 1), perché attirano troppo l’attenzione senza avere molto da dare; quindi le mimetizzo nelle frasi che seguono, come negli esempi numero 2. Se però la mimetizzazione non mi soddisfa…

3 – …arricchisco la transizione per metterla al centro dell’attenzione, anche per le poche righe che occupa. Il tempo non è più normale, ma viene percepito come lento, rapidissimo o pericoloso, oppure viene scandito; e così anche lo spostamento nello spazio diventa l’attimo in cui avere un’impressione uditiva o visiva, fare una riflessione o prendere una decisione.

4 – Evito di dilungarmi oltre lo stretto necessario. L’interesse per una transizione, comunque sia scritta, dura poco.

I punti 2 e 3 mi riportano a una considerazione che mi capita spesso di fare quando scrivo (e non solo): restare nel mezzo non paga. Meglio scegliere una via e seguirla con convinzione. Se gli elementi insipidi tendono a danneggiare il testo, tanto vale ridurli al minimo (o eliminarli), oppure, al contrario, trovare il modo di esaltarli.

Okay, eravate avvisati: post freddino e poco intrigante. Scriverlo però è servito a chiarirmi un po’ le idee. In fondo, per quanto invisibili, anche le transizioni fanno parte del nostro bagaglio di abilità tecniche.

E voi, vi siete mai posti qualche domanda sulle “povere” transizioni? Come le trattate?



P.S. Piccolo cambio di rotta: avete presenti i miei contenuti extra per gli iscritti al blog via e-mail, “50 sfumature di… cattiveria” e “Chi ha paura della revisione?” Ebbene, ora sono contenuti per tutti, iscritti e non, commentanti e non; perciò chiunque sia interessato può richiedermeli nel modo che preferisce (trovate i contatti nella pagina… “contatti”).


LO HA DETTO... LARRY McMURTRY
Pretendi troppo da una frase d’inizio. Pensala come una buona colazione di campagna: vogliamo qualcosa di semplice, ma che nutra l’immaginazione. Tieni per te filosofia e aggettivi e offrici soltanto un soggetto semplice e un buon verbo, magari con uno o due avverbi salutari e poco calorici.


27 commenti:

  1. Post interessante che ruota intorno ad un argomento sul quale non avevo mai focalizzato l'attenzione, forse perché inserisco le transizioni in modo spontaneo, quasi sempre con una doppia interlinea che, oltre a separare due scene, segna uno stacco armonioso fra un segmento narrativo e l'altro. Di conseguenza, i miei capitoli sono sempre suddivisi in paragrafi più brevi, ciascuno dei quali corrisponde ad una scena o un punto di vista. Quando invece c'è una transizione temporale (ad esempio un flashback o un'ellissi) tendo invece a cambiare capitolo. Nel romanzo che sto scrivendo, al momento ogni capitolo è introdotto da una data molto generica (es. ottobre 2013 o gennaio 2001) che mi consente di contestualizzarla. In futuro deciderò se lasciare tale indicazione o rimuoverla.
    Seguirò con piacere questo post, perché si tratta di un argomento interessante, dal quale sarà possibile imparare qualcosa di utile :)

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    1. In effetti anch'io sono sempre andata d'istinto sulle transizioni, senza prestarci particolare attenzione; ma di recente ho iniziato a notarle, nei miei scritti come in quelli altrui, soprattutto in negativo. Per questo mi sono detta: forse vale la pena di pormi qualche domanda (immagino che Daniele lo definirebbe tempo perso!).

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  2. Post molto interessante.
    Di solito quando cambio luogo, tempo o punto di vista cambio capitolo. Spesso inizio con una nuova azione o comunque a descrivere quello che sta accadendo lì in quel momento per poi tornare indietro e raccontare cos'è avvenuto nello stacco. Ultimamente ho letto i gialli di Elisabetta Bucciarelli (che secondo me ha una prosa di rara eleganza), lì gli stacchi sono netti e non concedono molto al lettore. A inizio di ogni nuovo capitolo bisogna prendersi un po' di tempo per capire dove e quando siamo e di chi sia il punto di vista. Io li trovo un po' troppo bruschi, ma ci ho ragionato su parecchio. Non mi sembra sbagliato a prescindere pretendere di avere dei lettori attenti e partecipi.

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    1. Non è sgradevole da lettori ricostruire un po' ciò che è accaduto nella storia, se questo non diventa troppo complicato. Il tuo accenno alla Bucciarelli (che non conosco) mi ha fatto pensare ad "Accabadora", letto di recente. Anche lì le cesure sono nette e le transizioni del tutto assenti (o così mi sembra) ma tutto è cesellato alla perfezione, e non si sente la mancanza di niente. Come fai tu (e spesso anch'io), l'autrice inserisce i dettagli necessari a capire ciò che non è espresso come scena all'inizio del nuovo capitolo. Funziona benone, direi.

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  3. Le mie transizioni riguardano quasi esclusivamente i cambi dei POV. Nel romanzo che sto scrivendo adesso ho quattro personaggi, i cui punti di vista si alternano in ogni capitolo - per cui stacco numerando i sotto-capitoli.
    Nell'unica storia con un solo POV che ho scritto, invece, le transizioni di tempo e di luogo le ho segnalate usando tre asterischi al posto della numerazione.

    Per il resto, mi sa che le tratto piuttosto male :)
    Preferisco gli stacchi netti, di scena in scena - un po' 'alla King', che scrive capitoli lunghissimi suddivisi in tante parti (anche brevissime) quanti sono i personaggi o quante sono le transizioni di tempo o di luogo (magari riguardanti lo stesso personaggio).
    Raramente uso un paio di righe che facciano da trait d'union tra due scene: non mi piacciono granché, mi sembrano sempre un qualcosa di troppo. Meglio un taglio 'brutale' in un momento interessante e via i tempi morti.

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    1. Anch'io apprezzo il taglio netto e non uso la doppia interlinea se non raramente. Posso domandarti che persona e tempo verbale hai usato nella storia a POV unico? Con la storia nuova in elaborazione non riesco proprio a decidermi. Mi sa che andrò per esclusione. :(

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    2. Terza persona al passato remoto. Sempre sempre sempre :)
      Non mi trovo bene con altri tempi (in un momento in cui mi sentivo particolarmente ispirata ho provato l'imperfetto... due righe e stop ^^) e nemmeno con altre persone (come la seconda: mi sta bene a leggere storie in seconda persona con il tempo al presente, ma non riesco a scriverle - vai a capire perché).
      Però prima o poi vorrei riprovare con la prima persona al presente.

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    3. La prima persona al presente è tosta da scrivere; crea un ritmo molto scandito, ed è difficile modulare la distanza dagli eventi. Con la storia giusta però funziona alla grande.

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    4. In un racconto io ho alternato la prima e la terza persona singolare, riferendomi sempre alla stessa protagonista e ogni volta cambiavo paragrafo.

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    5. Io di solito faccio convivere prima e terza, per esempio scivendo in prima al presente i capitoli della protagonista e in terza limitata al passato gli altri capitoli, oppure inserendo in una storia in terza al passato delle visioni al presente. Si vede che mi piacciono entrambe, riesco sempre a miscelarle. Naturalmente farlo in un racconto o in un romanzo è un po' diverso, ma non poi tanto.

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  4. Quando leggo, le transizioni a volte m'innervosiscono, specialmente se sono troppo lunghe o se costituiscono un inganno e ciò accade quando l'autore vuole farti credere che quella sia una transizione e invece è la vera storia. So che molti lettori apprezzano questo stratagemma, io invece mi sento un po' turlupinata: in genere leggo il libro tutto d'un fiato ma poi mi astengo da leggere altro dello stesso autore.
    Quando scrivo...ah, ecco! Forse ho scoperto perché non riesco a finire quasi niente: perché sino ad oggi non sapevo che esistessero le transizioni!

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    1. Stratagemmi? No, grazie, anche per me. Detesto la sensazione di essere manipolata dall'autore. Ovvero: se mi manipola, almeno che abbia la buona creanza di non farmelo notare.
      Se non riesci ad arrivare alla parola "fine" perché ti mancano i ponti, ti basta studiare le transizioni degli autori che ami di più, e sei a cavallo! ;)

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  5. Da studiare con molta attenzione! Nel racconto è più facile, nei miei tentativi di romanzo (che mi avete fatto riprendere, accidenti!), non posso che quotarti:
    "Mentre scrivi ti vengono spontanee in un determinato modo, e soltanto dopo puoi andare a controllare che svolgano in modo accettabile il loro piccolo ruolo."
    POV: Io narrante (tra l'altro epistolare). I cambi di scena e tempo sono scanditi dai capitoli, il POV non cambia, le transizioni di argomento sono il sale di tutti di dialoghi che scrivo... Diamine, mi sono infilato in bel ginepraio!

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    1. E' solo perché cerchiamo di guardare le cose con la lente d'ingrandimento che sembrano complicate. Basta allontanarsi un po' e la visione torna (più o meno) normale.
      Ripreso con i tentativi di romanzo? Che bella cosa mi dici!

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  6. Interessante. Le uso molto, ma ovviamente, a causa della mia incompatibilità con la nomenclatura, non davo loro un nome :D

    Uso spesso la doppia interlinea. Un salto ci vuole, per forza, anche perché altrimenti rischiamo di annoiare il lettore facendo una telecronaca do ogni azione del personaggio.

    Quella del dialogo è ottima, e rende davvero più credibile una scena. Quella del punto di vista non credo di averla usata.

    Per il passaggio da una scena all'altra, dipende. In alcuni casi cambio capitolo, in altri doppia interlinea.

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    1. E il punto di vista, non ti capita di cambiarlo, oppure?

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  7. Io sarei sempre per i voli pindarici "brutali". Ma è ancora poca l'esperienza, devo impattarmi ancora con altre fattispecie.

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    1. La brutalità a volte è la più efficace. Non sempre, sai com'è...

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  8. Interessantissimo post, che fa riflettere sulle minuzie della narrativa.

    Di solito uso la doppia interlinea oppure lo stacco con il nuovo capitolo, però dipende dalla storia. Ne “Il Pittore degli Angeli” ogni scena è a se stante, come spiegavo nell’intervista sul blog di Maria Teresa è organizzata come se fosse un quadro o una scena di teatro. In ogni scena, però, cambia il punto di vista (Lorenzo-Tiziano), reso sempre con la terza persona, come se fosse un duello. Questo quasi fino alla fine, quando si sparigliano i giochi.

    Ne “La Colomba e i Leoni – Libro I” dipende dal punto, perché ha una struttura ordinata ma complessa: ci sono capitoli piuttosto lunghi, come se fossero dei macroracconti, e al loro interno sono suddivisi in scene con stacchi di interlinea, a volte sequenziali tra loro a volte no. Ognuno di questi capitoli in terza persona è visti da un solo POV, di uno dei personaggi tirati in causa. Poi ci sono sezioni in prima persona con due voci alternate, sempre con brevi stacchi di interlinea tra le due.

    Insomma, è un gioco di rimandi tra le due sezioni. Raccontato così sembra un gran “rebelot” come dicono a Milano ;-) ma chi lo ha letto dice che funziona bene, bontà sua.

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    1. Non credo di essere riuscita a cogliere bene la struttura de "La Colomba e i Leoni - Libro I"; in cambio mi è venuta voglia di leggerlo. Ho visto che c'è una seconda edizione, ma dove la acquisto? L'ho cercata in rete, ma con poco successo.

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    2. Ah ah, lo sapevo! :-) Per quanto riguarda il libro, uscirà in via ufficiale con casa editrice in autunno, per cui poi ne darò notizia. Per questo motivo l'ho ritirato dal sito di autopubblicazione dov'era prima, ma gironzola ancora in rete in forma ectoplasmatica.

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    3. Nell'attesa mi leggo "Il Pittore degli Angeli". ;)

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    4. :-) che spero ti piaccia... A presto!

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  9. Mi sono posta la questione delle transizioni soprattutto per il cambio del punto di vista. Anche io ho cercato di usare un capitolo per pdv, ma solo all'inizio, quando il lettore deve ancora fare l'abitudine al cambio. Dopo mi sono limitata a un doppio spazio, anzi a dire il vero ho messo tre asterischi, per rendere più incisivo lo stacco, secondo te basta il doppio spazio?

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    1. Di solito preferisco mantenere fino alla fine le convenzioni stabilite all'inizio; mi dà un'impressione di maggiore coerenza. A parte questo, come dicevo nel post ho una predilezione per il capitolo-scena compatto e con un solo pdv, e per ora da lì non mi smuovo. Non è detto però che come hai fatto tu non funzioni, anzi, so che la doppia interlinea è accettata. Io non la amo molto, perciò la uso di rado e soltanto per i cambi di luogo e tempo, ma immagino che alcune storie la rendano opportuna o persino necessaria. Io non racconto mai da più di tre-quattro pdv; ma se fossero dieci, come farei? Cederei alla doppia interlinea, credo, o forse opterei per il narratore onnisciente, ahimè.

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  10. Bellissimo post, da condividere con diversi autori.
    In linea di massima io preferisco sempre cambiare direttamente capitolo sia per il cambio di scena che per quello del punto di vista, ma come è logico poi dipende dai casi e dalle necessità.
    Ricordo bene e con stima un libro in cui i punti di vista principali erano tre (con relative scene differenti) e l'autore ha optato su tutto il libro per cambiare capitolo a ogni cambio di pov, salvo poi cambiare solo il paragrafo durante i capitoli finali, il che aiutava molto il ritmo narrativo, ben sposandosi con il climax dello scontro finale.

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    1. Interessante l'esempio che citi, anche per la storia su cui sto lavorando in questo periodo. Lo prenderò in considerazione, se solo riesco a venire a patti con i diversi pdv con cambio di paragrafo nel climax... ma la vedo dura! Probabilmente se leggessi una storia che mi piace con questa struttura cambierei idea, chissà. Il libro cui ti riferisci è pubblicato e leggibile?

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