18 giugno 2014

QUELLO DELL’EROE NON È UN VIAGGIO SOLITARIO


Che il protagonista del romanzo debba subire e anche, meno passivamente, decidere il proprio cambiamento sulla base di ciò che gli accade nella storia, non è un fatto espresso soltanto da Vogler nella sua teoria sul viaggio dell’Eroe. Come autori lo sentiamo, lo sappiamo a istinto. Che protagonista è quello che passa indenne le vicende della trama e ne emerge senza una singola consapevolezza in più? Allora abbiamo inventato una trama fiacca, oppure abbiamo inventato un personaggio non di cartone, ma di coccio, come si dice a Roma. Niente di buono, in entrambi i casi.

In realtà questo principio (come quasi tutti i principi su cui si basa la scrittura) non è così universale. Esistono generi in cui è in una certa misura consentito al protagonista di restare uguale a se stesso non solo nel corso di una storia, ma attraverso un’intera serie di storie, come avviene in alcuni gialli, oppure casi in cui a cambiare è il mondo della storia oppure la visione che il lettore ha del tema trattato. Il cambiamento del protagonista è comunque uno dei principali ingredienti capaci di rendere la storia coinvolgente e capace di risonanza, e costituisce un valore aggiunto anche nei generi in cui risulta meno fondamentale.

Il protagonista, però, non è l’unico a cambiare. Cambiano anche altri personaggi, naturalmente, e spesso alcuni aspetti del mondo della narrazione; ma c’è qualcuno al di fuori della storia che segue un’evoluzione contemporanea a quella del protagonista e sotto molti aspetti simile: l’autore.


Libreria Lello a Porto, Portogallo

L’idea mi arriva dalla lettura del libro The Plot Whisperer (alla lettera “Il sussurratore di trame”) di Martha Alderson, che nei suoi libri e nei blog Plotwhisperer e Blockbusters Plots for Writers, secondo le sue stesse parole, “aiuta gli scrittori a trasformare le loro storie e a ricollegarsi alla loro creatività”.

In che modo si intrecciano gli archi di trasformazione di protagonista e autore? Le fasi sono più o meno queste.

- Si inquadra il mondo conosciuto, dove sono già presenti i primi segni di instabilità.

Il protagonista della storia vive la sua vita, proprio come l’autore, in relativo equilibrio fino a quando non arriva l’incidente scatenante.
Per il personaggio è la goccia che fa traboccare un vaso già colmo; per l’autore è l’idea di una nuova storia che si presenta con insistenza e talvolta rasenta l’ossessione. È il momento che spinge il protagonista a guardare oltre i confini del suo mondo conosciuto, o della sua comfort zone, e l’autore a cimentarsi in una nuova storia.

Entrambi sono tentati di non valicarlo, quel confine. L’impresa è difficile. Hanno le risorse giuste per affrontarla?

- Il confine viene oltrepassato. Si entra nel mondo sconosciuto.

Le esitazioni sono spazzate via, vince la scelta più ardita.

Il protagonista della storia non può più accettare lo status quo ed esce dal mondo conosciuto per affrontare l’ignoto. Fino a quando non avrà raggiunto il suo obiettivo (o fallito nel raggiungerlo), al suo vecchio mondo non potrà più fare ritorno, pena conseguenze gravissime.

L’autore si imbarca nel progetto della storia che da qualche tempo gli frulla per la testa. Prende appunti, lavora sui personaggi, ipotizza situazioni per la trama. Anche questo è valicare un confine, e precisamente il confine tra la vita dello scrittore teorico e quella dello scrittore che scrive. Per quanto suoni assurdo, è un confine molto netto. Per lui tornare sui suoi passi è possibile, certo; ma il prezzo da pagare è comunque alto in termini di autostima. Se non ho il coraggio di scrivere questa storia, riuscirò a scriverne altre? Forse sto perdendo grinta. Sono solo un dilettante, alla fine…

- Il mondo sconosciuto sfodera gli artigli.

Ostacoli, ostacoli a non finire. Nel mondo sconosciuto ci sono momenti di entusiasmo e di speranza, ma più passa il tempo e più sono evidenti le difficoltà dell’impresa. I dubbi si moltiplicano.

Per il protagonista ci sono antagonisti agguerriti, forze della natura avverse, situazioni che si oppongono al raggiungimento del suo obiettivo. Ogni volta che gli sembra di avere fatto un passo avanti, ecco che arriva qualcosa a dargli uno stop, fino a mettere in pericolo tutto ciò che considera importante nella sua vita. Il dubbio primario alza la cresta: ho davvero una possibilità, oppure la mia è una lotta persa in partenza?

L’autore intanto combatte la sua lotta parallela. Un personaggio rifiuta di essere sviluppato in maniera coerente. La trama si affossa a metà della storia, perde atmosfera, perde tensione, perde… tutto. Una scena sembra non avere né contesto né significato. Il momento di scrivere diventa pesante, le distrazioni si fanno sempre più allettanti e gli alibi insorgono. Ha senso sforzarsi di scrivere quando si ha così poco tempo libero? E poi, forse l’idea iniziale non era davvero speciale...

- La crisi.

Il protagonista si sente vinto. Non riesce a fare progressi, tutto gioca contro di lui. Il difetto di carattere o di atteggiamento con cui convive da sempre, nato dal suo passato, gli impedisce di avere la meglio sugli avversari, che sono agguerriti e molto forti. Persino gli amici lo tradiscono e lo abbandonano.

L’autore è bloccato con la storia. Per quanto si arrovelli, non vede soluzioni. Adesso cosa dovrebbe fare, ripartire daccapo? Nemmeno morto. Se è per lui, il manoscritto può davvero finire nel cassetto.

È finita? Forse. E forse no.

- La riscossa.

Il protagonista scopre in se stesso una forza e una determinazione che non sapeva di avere. Non è più disposto a lasciarsi definire da quella macchia nella sua personalità che – ora se ne rende conto – è la causa prima dei suoi guai. È ora di usare tutte le sue risorse per vincere i suoi limiti e ottenere il premio cui ambisce, senza più soccombere a dubbi e paure.

L’autore esce dal blocco. Non c’è storia che non si possa trovare il modo di raccontare. Sì, è difficile, ma lo è sempre stato, e probabilmente non smetterà mai di esserlo. Semplicemente, questo è l’unico modo di scrivere: convivendo con i dubbi, i sensi di inadeguatezza, i momenti di scoramento, la rabbia. L'autore non sente di potercela fare, ma lo sa. E sa che dopo viene il bello.

- Il sapore della vittoria.

È fatta! Il protagonista è salvo (di solito), ha raggiunto il suo obiettivo sconfiggendo avversari terribili ed esce dall’impresa con nuove consapevolezze sulla vita e sul proprio valore. Non è la stessa persona che ha varcato riluttante il confine all’inizio della storia; e se anche la vittoria non ha proprio il sapore sperato, ugualmente valeva la pena di fare ciò che ha fatto per diventare migliore e dare il suo contributo alla comunità.

Anche l’autore ha affrontato e vinto i suoi mostri personali per arrivare al termine della prima stesura. Nel bene e nel male, la storia che prima non esisteva adesso esiste, non più solo nella sua mente ma scritta sulle pagine, pronta per essere corretta e migliorata e trasformata in qualcosa da condividere con altri esseri umani. L'autore è diventato più forte, più sicuro di sé, più bravo. Si è comportato da professionista, ha portato a termine l'impresa. Il prossimo lavoro inizierà a un livello superiore, perché i frutti dell'esperienza non vanno mai perduti.


Che dite, il paragone è abbastanza calzante? A me piace pensare di lottare insieme ai protagonisti delle mie storie; me li fa sentire più vicini. In fondo c’è sempre qualcosa di me in loro.

La lettura di The Plot Whisperer si è rivelata comunque interessante. Il libro approfondisce bene i meccanismi che portano dallo sviluppo dei personaggi alla trama, anche se in una forma un po’ troppo schematica per i miei gusti. Il diagramma dei punti di trama sembra il castello di un architetto pazzo! Ma alcuni spunti sono davvero validi, come l’idea che ogni possibile storia provenga da e confluisca ne La Grande Storia Universale, una sorta di grande fiume di tutte le storie del passato, presente e futuro, che esiste a prescindere dalle persone che accettano di dare loro voce.

È un’ottica affascinante, che sembra trovare conferma nelle esperienze di molti di noi. Vi è capitato di scrivere con la sensazione non di inventare la storia, ma di essere soltanto la mano che la trascrive? Immagino di sì. Quando è successo a me ci ho messo un po’ a riprendermi da quella che sembrava quasi un’esperienza di trance.

Vedo la Grande Storia Universale come un possibile aiuto: se come autrice non sono l’unica responsabile del mio lavoro, posso sostituire agli sforzi di mantenere il controllo assoluto della storia un atteggiamento di ascolto. Timori, remore e blocchi non hanno ragione di esistere. Che sia un buon modo per scrivere con leggerezza, senza zavorre tecnico-psicologiche?



LO HA DETTO… JEFF GREENFIELD
Rispetta il lettore. Il giro di frase più ingegnoso e il più elegante volo di retorica non valgono niente in confronto a un pensiero limpido chiaramente espresso.


21 commenti:

  1. La metafora è assolutamente calzante, e ti dirò di più: leggere il tuo post mi ha infuso non poco coraggio, dopo una piccola crisi avvenuta ieri a proposito del punto di vista e del primo capitolo. Quando si è esordienti, le paure sono sempre tante e, a volte, paralizzanti. Ma riuscire a superarle porta un’evoluzione e una trasformazione. Scrivere un romanzo è a tutti gli effetti un percorso di crescita, perché costringe a guardare in faccia i propri limiti… ma non solo: leggere le proprie storie fra le righe aiuta a comprendere meglio se stessi, a notare i meccanismi inconsci che sono alla base di determinate scelte narrative. Proprio ieri mi sono accorta che i miei tre protagonisti principali hanno a tutti gli effetti un rapporto complicato e confliuttuale con il padre, sebbene per motivi diversi. Certo, quando uno di loro sarà padre a sua volta la sua figura apparirà diversa… però questo mio voler evidenziare l’assenza, la freddezza ed il distacco mi ha portata a pormi non poche domande sul modo in cui sono cresciuta.

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    1. Lo sai che la figura del padre fa un effetto simile anche a me? Nelle mie storie spesso è assente per scelta, o per carattere, o perché è morto in precedenza; e anche quando c'è fa parte dei problemi della storia, non delle possibili soluzioni. Prima o poi dovrò approfondire il significato di questo fatto, che non credo si spieghi (nel mio caso) semplicemente con la figura di mio padre.
      (Felice di averti incoraggiata! :))

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    2. Nel mio caso, forse un po' c'entra, dal momento che con mio padre non ho mai avuto un buon rapporto, soprattutto in questo periodo in cui ho preso una decisione un po' drastica (magari te ne parlerò in privato) però scrivere aiuta anche ad esorcizzare i propri demoni e a guardare meglio dentro sé stessi. Noi scrittori non ci limitiamo a raccontare storie: ne abbiamo anche una :)

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    3. Non solo ce l'abbiamo, ma si infiltra nelle nostre storie in modo sottile e inevitabile, un pezzetto qui, un pezzetto là... nel tempo ne viene fuori di roba, dal nostro armadio!

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    4. Il libro che cito spesso nei miei post, scrivere zen, evidenzia molto bene la possibilità di "guarirci" tramite la nostra scrittura. Anche per questo motivo, suggerisce di scrivere la prima stesura di ogni scena senza fermare la mano :)

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  2. Ottimo post!
    Solo un appunto. Anche nei gialli il protagonista cambia, sia secondo lo schema del Cammino dell'Eroe che in altro modo, è solo che, per continuare la serie, continua comunque a indagare (vuoi per professione, vuoi per attitudine mentale).
    È che a volta il cambiamento del protagonista non è messo in primo piano, rimane un po' in ombra rispetto all'indagine, oppure si sviluppa nell'arco delle storie e non in una sola vicenda, oppure ancora è più difficile da seguire perché le storie non sono narrate in modo sequenziale. Un caso tipico è Sherlock Holmes, ho letto da più parti che è un personaggio immobile, ma in realtà di solito si ha in mente lo Sherlock Holmes dei romanzi più famosi (Mastino e Segno dei quattro), ma se si prende il personaggio nella sua totalità cambia tantissimo dal suo primo apparire ventisettenne ne Uno studio in rosso all'anziano de L'ultimo saluto. Nel mezzo arriva a un passo dall'autodistruzione, si disintossica dalla droga, scopre altre ragioni di vita oltre al lavoro e arriva ad essere un apicultore (quasi) socievole con i vicini. Il tutto, però, accade sullo sfondo rispetto alle indagini.

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    1. In effetti mi sono espressa male: esistono sì dei gialli in cui il protagonista non cambia, ma non sono certo gialli di qualità. E' una generalizzazione senza senso, un po' come dire che i romance sono prevedibili basandosi sulle collane più trite. Ti ringrazio della precisazione... e correggo!

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    2. In realtà quella che hai scritto è una percezione comune perché, appunto, il cambiamento è spalmato sulla serie o non è in primo piano.
      Io stavo pensando alle mie letture. Un protagonista che proprio non cambia non mi viene in mente. Tu ne hai trovati?

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    3. L'unica esperienza gialla della mia vita sono stati i Segretissimo della mia infanzia al mare, perciò ammetto la mia ignoranza. Quanto ai protagonisti che restano del tutto immutati, non ne ricordo di specifici, ma in alcune storie di eroi senza macchia il protagonista si limita a combattere contro gli avversari fino a vincere; non c'è sempre un suo cambiamento rispetto alle origini, anche se magari ha sofferto e perso qualcuno che amava. A meno che non diamo per scontato che il cambiamento ci sia a causa degli eventi drammatici, ma molti lo considerano effettivo solo quando se ne ha dimostrazione tramite le azioni del personaggio, o almeno le sue parole e i suoi pensieri.

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  3. Non mi sono mai soffermata a pensare a questo parallelismo: chissà perché, me ne sono sempre tenuta fuori e mi sono concentrata sempre e solo sul Viaggio dei miei personaggi.
    Trovo che sia tutto vero. Fino alla Crisi, soprattutto, visto che sono... *siamo* bloccati lì.
    Non vedo l'ora di proseguire e di godermi la Riscossa e il Trionfo insieme ai miei ragazzi! :)

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    1. Ti dirò, anch'io non vedo l'ora... solo che con la nuova storia sono ancora alla fase di raccolta delle idee! ;)

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    2. Hai davanti tutto l'eccitante percorso XD
      Buon lavoro! ;)

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  4. "Un personaggio rifiuta di essere sviluppato in maniera coerente". Esatto! A volte oppone una resistenza odiosa che trovo inspiegabile! Molto interessante la tua analisi della "crisi" e della sua funzione: temo di essere spesso tentata di risolverla con soluzioni semplicistiche e poco credibili, di saltarla a piè pari. Da questo post ho imparato qualcosa.

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    1. I personaggi certe volte sono davvero ostinati. Io all'inizio mi innervosivo per questo fatto, poi ho scoperto che spesso il personaggio che si insubordina... ha ragione! Di solito l'incoerente sono io nell'inventarlo. Sempre ammesso che sia io a inventarlo... ma così chissà dove andiamo a finire! ;)

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  5. Molto bello questo parallelismo, non ci avevo mai pensato ma è vero, chi scrive vive anche lui le sue tappe parallelamente all'eroe della storia. Ogni romanzo è una sfida a sé e quando arrivi alla fine sei inevitabilmente un po' cambiato. Ci sono molto spunti di riflessione in questo post :)

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    1. Leggendo il libro della Alderson sul primo momento mi sono detta: bah, quanti viaggi mentali ci facciamo noi scrittori; poi, andando avanti e pensandoci su, mi sono resa conto che il paragone regge. Alla fine mi è sembrato di vedere la scrittura con un briciolo di chiarezza in più. Come dice Chiara nel suo post sulle qualità dello scrittore (http://appuntiamargine.blogspot.it/2014/06/le-qualita-psicologiche-e-spirituali-di.html), il fattore mentale non è da sottovalutare. A parte le vere "scoperte", quando ciò che dentro di noi già sappiamo esce allo scoperto per diventare cosciente, la sua utilità è centuplicata.

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  6. Mi è piaciuto questa sottolineatura nel gemellaggio tra protagonista e autore! Proprio di recente mi sono imbattuta in un articolo di Alessandro Piperno sul Corriere Lettura su un tema simile, che parlava della sinergia tra autore e personaggi. Sosteneva che il classico rapporto autore / genitore con personaggi / figli non è sempre tale, e molto spesso sembra che siano addirittura i personaggi a influenzare l'autore, come se fossero degli esseri viventi indipendenti e autonomi. Buon lavoro con il nuovo romanzo.

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    1. Grazie! Sto avvicinandomi alla fase in cui continuo ad approfondire i vari aspetti della storia per non fare il grande passo di iniziare a scriverla...

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  7. Parto dal finale. I narratori orientali, cioè i nostri "antenati", quando intrattenevano i carovanieri in cambio di questua... ma per caso studiavano complesse argomentazioni narrative? Scrivendo all'aperto come regola, ascolto affascinato le storie degli anziani che, pure senza aver capito un piffero di flussi narrativi e simili, ti dicono un'avventura. Una situazione iniziale, un evento che li spinge (la guerra, la miseria...), periodi foschi ed ecco la morale finale. Son qua e son felice di esserci. Questo fiume di storie esiste eccome. Noi tentiamo di scriverlo, ma in effetti lo trascriviamo soltanto. Bell'articolo, il parallelismo calza (anche se forse le nostre fasi sono più dinamiche e alterne... gli eroi se la cavano a più buon mercato).

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    1. Benvenuto! Certo l'istinto della narrazione esiste a prescindere da ogni ragionamento e regola; ma sono convinta che ogni antico contastorie avesse le sue tecniche, i suoi segreti del mestiere con cui affascinare gli ascoltatori, che fossero re o semplici passanti. Anche per loro essere speciali era importante, in termini di fama... e di sopravvivenza!
      (Sì, credo che i eroi abbiano una vita più facile di noi, nonostante le apparenze!)

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