16 aprile 2014

COME DISIMPARARE A SCRIVERE DAI GRANDI, ovvero: perché non sempre è una buona idea rileggere libri amati in passato


Dai grandi scrittori si impara. Sì, ma dipende.

Il titolo un po’ dickensiano del post di oggi nasce dalla mia lettura degli ultimi giorni, il primo volume del ciclo di Belgariad, romanzo fantasy scritto da David Eddings nel lontano 1982.

Se vi chiedete come mai sono capitata su questo romanzo, è presto detto: trent’anni fa questa saga mi piacque moltissimo. Ero un’appassionata del genere (lo sono ancora) e se ricordo bene mi lasciò un impressione favorevole quasi quanto Il Signore degli Anelli. Con la differenza che oggi Il Signore degli Anelli è diventato quasi un compagno di vita, mentre la Saga di Belgariad, a questa seconda lettura, mi pare l’opera di un aspirante scrittore senza speranze di pubblicazione.

Come può essere? Sono andata a leggermi qualche notizia sull’autore, tanto per capire se avevo semplicemente preso un abbaglio trent’anni fa, e invece no: Eddings è considerato un grande del fantastico. E cosa trovo nell’opera più famosa di questo grande? Ve lo racconto senza timore di guastarvi la festa di un’ipotetica lettura.



Libreria Shakespeare & Company, a Parigi


- Personaggi di cartone

Guarda caso, nel primo libro si raduna la compagnia che intraprende la quest, la ricerca dell’amuleto che ha il potere di distruggere eccetera eccetera. Fino a qui niente di male; il fantasy classico segue spesso questa traccia. Purtroppo sembra che l’autore abbia pescato i personaggi dalle ceste della verdura, basandosi più sull’esigenza di diversificarli che sulla loro plausibilità. Abbiamo così l’ironico Silk, il tronfio Mandorallen, lo sciocco Lelldorin (vi prego, non odiatemi ma i nomi sono questi), il gigantesco Barak eccetera. Ognuno di loro ha una – dico una – singola caratteristica che lo individua; persino il mago Belgarath e la maga Polgara, comprimari nel romanzo, hanno comportamenti del tutto prevedibili. Nessuno che mostri una personalità completa, nemmeno il futuro eroe nonché protagonista, il giovane Garion, che si comporta quasi sempre come un perfetto imbecille (infatti passa direttamente dall’obbedire mugugnando agli ordini di zia Polgara alla decisione di uccidere l’assassino dei genitori, il tutto improvvisando discorsi da saggio).

A parte la scarsa caratterizzazione, i personaggi mostrano incoerenze talvolta comiche, come quando Garion, innervosito da un discorso che ha udito, trovandosi una spada in mano aggredisce un poveretto che passa di lì a cavallo. Così, tanto per sfogarsi.

- Paesaggi insulsi

Non dilungarsi nelle descrizioni è spesso un pregio, ma in assenza di dettagli interessanti l’effetto è quello di un’ambientazione sommaria. Se ci aggiungiamo l’abuso di aggettivi generici mirati a strapparci un “oooh!” (orribile, tetro, cupo, spaventoso, meraviglioso e così via), il quadro peggiora ulteriormente. Non c’è nemmeno un sasso, una foglia, un picco che attiri la nostra attenzione. Ci troviamo a teatro e vediamo alternarsi una manciata di fondali, pure quelli di cartone come i personaggi.

- Il mostrato-e-raccontato

Qui sento di dovervi presentare una perla per chiarire ciò che intendo:

Il ragazzo coi capelli rossi lo guardò in cagnesco gonfiando i muscoli. «Posso farti a pezzettini se mi va» annunciò.
Garion capì che il rosso era piuttosto bellicoso.

Che dire? Garion è un genio. Io, invece, non capisco.

- L’autore invadente

So bene di non essere obiettiva nei confronti di quello che viene definito narratore onnisciente; non mi piace, mi fa sentire più lontani i personaggi. So anche che questo approccio non è più molto di moda; però esistono autori che continuano a usarlo, e bene. In fondo questo narratore, per quanto sappia tutto, non deve necessariamente balzellare dai pensieri di un personaggio a quelli di un altro, e anzi uscirne qua e là per raccontarci direttamente cosa dobbiamo capire.


Non mi dilungo sugli aggettivi usati a coppie o su certe battute di dialogo dei cattivi. Non lo faccio per non annoiarvi, ma anche perché in fondo so di avere torto, se non nella critica in sé, nella sua asprezza. Prima di tutto quelli che io oggi percepisco come cliché non lo erano ancora negli anni Ottanta; anzi, sono stati gli imitatori di autori come Eddings a farli divenire tali. La traduzione può giocare a sfavore, anche se dubito che possa creare un simile disastro. Infine, io sono cambiata – e mi sono irrimediabilmente datata con questo post! – e così i gusti generali del lettore, cosa di cui non posso certo incolpare questo ignaro autore. Perciò meglio accantonare il veleno e imparare dai difetti del romanzo, che sembra scritto apposta per illustrare la sezione “cosa evitare” di un manuale di scrittura.

Conclusione: non mollo. Continuo a leggere. Anche il secondo romanzo, che la Fanucci in questa edizione ha unito al primo. E mentre leggo, resistendo alla tentazione di chiudere il libro e talvolta soffocando una risata, mi pongo qualche domanda.

Siamo diventati più esigenti in fatto di letture, noi uomini moderni, o abbiamo soltanto cambiato gusti? Oppure è un problema solo mio, perché il fatto di scrivere mi rende una maestrina insopportabile?

Cosa possiamo fare, noi nuovi scrittori, per evitare che qualcuno tra trent’anni ci sottoponga allo stesso trattamento di brusca e striglia?

Mentre attendo le vostre opinioni, vi segnalo un bel blog scoperto da poco, che parla di scrittura e non solo:  Lost in…, gestito da Sam, che saluto.




LO HA DETTO… Ursula K. Le Guin

Se vuoi che i tuoi scritti vengano presi sul serio, non sposarti e non avere figli, e soprattutto non morire. Ma se proprio devi morire, suicidati. Sarà apprezzato.




11 commenti:

  1. La Saga di Belgariad! Non mi sento affatto in colpa nell'ammettere che ho letto il primo volume, mi sono fatta una gran risata e non ho nemmeno sfogliato gli altri, pur avendoli acquistati.
    Quasi sicuramente, come dici anche tu, questa reazione è dovuta al fatto che l'ho letto molto tardi: direi non più di quattro, cinque anni fa. Per cui avevo già alle spalle la lettura di romanzi più moderni e migliori sotto (quasi) tutti i punti di vista. In particolare, sotto quello della caratterizzazione dei personaggi.
    L'avessi letto da ragazzina (e questo 'data' irrimediabilmente anche me! ^^), all'epoca in cui Terry Brooks era il mio mito, probabilmente mi sarebbe piaciuto.
    Ricordo poco del primo romanzo della saga, salvo l'antipatia per Polgara e la noia per via del mago, del ragazzino e del solito Oscuro Signore.
    Detto questo, complimenti per il post: fa bene imparare dalla bravura dei grandi e fa bene anche imparare dai loro errori.
    Un applausone per la citazione della Le Guin e un grazie di cuore per la segnalazione del mio blog :)

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    1. De nada, Sam. :) Anch'io sono stata una patita di Terry Brooks a suo tempo, ma a rileggermi tutta Shannara non ci provo neanche. Lezione imparata!

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  2. Di solito non leggo un libro due volte, anche se mi è piaciuto, proprio per non rovinare la prima impressione. Credo che il tempo che passa, noi che cresciamo, il mondo che cambia sono tutte variabili che rendono un libro più o meno piacevole. Vorrei fare l'esempio di "1984" di Orwell. Se per la mia generazione è stato una rivelazione futuristica, un "must" per tutte le scuole dell'obbligo, mi chiedo se manterrà il suo status tra le generazioni future.

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    1. Credo che tutto sommato mantenere i nostri "must" costi troppo. I ragazzi spesso si trovano forzati a leggere lavori datati e poco accattivanti, e a quale scopo? Esistono anche oggi buoni autori, non c'è bisogno di imbalsamare quelli vecchi. (Tenar, non uccidermi!)

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    2. sono d'accordo, mi ricordo ancora l'estate in cui ogni pomeriggio dovevo rinunciare ad un'ora di sole e mare per leggere i terribili Fratelli Karamazov... libro stupendo, non c'è che dire, ma improponibile a sedici anni!

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  3. Solo per la citazione della Le Guin meriti un super applauso!
    PS: ripensavo oggi che lei, ora considerata una grandissima, che ha esordito in tempi in cui l'editoria non era in crisi, ha pubblicato il primo racconto a 31 anni e ha faticato un po' per i romanzi: insomma, anche i gradi hanno fatto la gavetta, mica solo noi

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    1. Bisognerebbe ricordarselo quando ci si perde d'animo. Solo che servirebbe anche la ragionevole certezza di essere una Le Guin in gestazione... ;)

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  4. E' capitato anche a me di rileggere romanzi che mi sembravano stupendi e di esserne delusa la seconda volta, proprio perché li ho letti con occhio più critico. Secondo me si diventa più esigenti dopo aver letto parecchio e i gusti cambiano in modo anche radicale. Non penso che sia una questione di essere lettori moderni, anche perché ci sono capolavori del passato che resistono al tempo...
    E hai ragione, "sfasciando" i nostri personali miti si può imparare molto :)

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    1. Sì, credo sia meglio lasciare le belle esperienze al loro momento. Il tentativo di farle rivivere è sempre un po' forzato.

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  5. Per quanto riguarda il fantasy, ricordo che da ragazza lessi Tolkien e tutte le serie di Terry Brooks, tipo La spada di Shannara, il Magico Regno di Landover e anche la trilogia del Demone. Qualche anno fa lessi La leggenda di Erthsea, proprio di Ursula Le Guin :-) Non ho letto altro degno di nota. Però mi ricordo che, ancora più indietro nel tempo e parlando di romanzi d'avventure, da bambina ero una salgariana sfegatata. Ora, se dovessi rileggerli, credo che li troverei molto buffi e datati, eppure all'epoca mi avevano regalato emozioni impagabili che nessuna alta letteratura mi ha dato, poi. Credo dipenda non solo dal livello dell'autore, ma proprio anche dall'età in cui lo si legge. Una felice combinazione!

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    1. Immagino che sia proprio la pretesa di ritrovare quelle emozioni (preziosissime!) a guastare la seconda lettura. Meglio ampliare gli orizzonti di lettore partendo dal presente. Quasi sempre, quando esco dai miei generi preferiti, trovo qualcosa di interessante che mi apre nuove porte.

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