5 marzo 2014

LA SCRITTURA OLTRE I "TORMENTONI"


Una cosa mi è diventata chiara in questi otto anni di scrittura: dentro di me esiste una tendenza verso certi elementi ricorrenti, che definisco – un po’ con simpatia e un po’ con insofferenza – i miei “tormentoni”. Devo però ammettere che alla lunga l’insofferenza supera di gran lunga la simpatia. Perché i miei personaggi guardano sempre fuori dalla finestra? È fastidioso. Quante decine di pronomi relativi può contenere un periodo? Datemi un limite, please! E perché nelle mie prime stesure le battute di dialogo si concatenano l’una all’altra con quel simpatico effetto ping-pong?

“Ti sei comportata in maniera orribile!”

Orribile? Sei tu che mi hai messa in questa situazione assurda.”

“Ti sembra assurda solo perché…”

Orribile-orribile, assurda,-assurda, e così via. Insopportabile. D’accordo che tutto può essere sistemato durante la revisione, ma dubito che quel tutto sia proprio tutto. Una traccia di queste tendenze perverse resterà, magari nascosta, a minare ciò che scrivo fino all’arrivo della delicata mannaia di un editor. Non credo però di essere l’unica in questa situazione; forse ogni autore ha i suoi tormentoni personali contro cui combattere. Vi faccio qualche esempio.


Biblioteca Nazionale della Cina, Pechino




- Struttura delle frasi.

Soggetto-verbo-complementi. Frase principale seguita da relative incastrate l’una nell’altra. Gerundi a raffica. Periodi con subordinate involutissime, o al contrario frasi minime, da tre-quattro parole, una di seguito all’altra.

- Tipologia dei personaggi.

L’amica pazzerella e un po’ inaffidabile. L’uomo che cela un segreto. Il bambino saggio. Niente di male… se non andiamo a ripescarli per ogni storia che scriviamo.

- Gesti dei personaggi.

Come esprimono fisicamente le loro emozioni, per esempio il nervosismo? Non possono mangiarsi tutti le unghie, né passarsi sempre le dita tra i capelli o misurare la stanza a grandi passi.

- Inizio e fine dei capitoli.

Partiamo sempre con il protagonista che si sveglia e fa colazione? Tutti i capitoli si chiudono con una domanda, oppure con il rimuginare del personaggio su ciò che è accaduto?

- Ambientazioni.

Quasi tutte le nostre scene si svolgono all’interno o all’esterno? Abbiamo una predilezione per gli ambienti domestici o per quelli pubblici?

- Dialoghi.

Esageriamo con le attribuzioni, inserendo sempre “Tizio disse” e “Talaltro rispose” anche quando è perfettamente chiaro chi sta parlando? C’è qualche frase fatta o espressione gergale che usiamo anche a sproposito?

- Scelta dei termini.

Adoro il verbo “zigzagare”. Se non sto attenta lo infilo da tutte le parti. E magari fosse l’unico caso…

Che dire? Messi insieme, questi elementi costituiscono almeno in parte il nostro stile, perciò non è il caso di demonizzarli tout court. Tuttavia non c’è niente che non venga a noia al lettore se viene ripetuto per tutto un romanzo, o storia dopo storia. Una scrittura “ricca” è sempre meglio di una scrittura “povera” (e non parlo di stile più o meno fiorito).

La chiave di tutto è la sensibilità alla lingua. A mano a mano che scriviamo con costanza, la nostra sensibilità migliora; ma migliora anche con la lettura e con semplici esercizi che possiamo usare nella revisione, come tentare di riformulare in modi diversi le frasi dalla struttura monotona, oppure ricorrere al dizionario dei sinonimi e contrari (esiste anche online, a prova di pigrizia).

I personaggi ricorrenti sono spesso semplici cliché che possiamo cercare di ravvivare dotandoli di qualche caratteristica originale; se però storia dopo storia ci troviamo tra le mani sempre lo stesso cast, domandiamoci perché. Stiamo descrivendo qualcuno che conosciamo? C’è qualche conflitto irrisolto alla base delle nostre scelte?

Quanto ai gesti che esprimono le emozioni dei personaggi, pensate che Angela Ackerman e Becca Puglisi hanno scritto un libro proprio su questo argomento, intitolato “The Emotion Thesaurus”, cioè “Dizionario delle emozioni”, in cui il nervosismo, per fare un esempio, comprende ben trentatré voci!

Alla fine giungo sempre alla stessa conclusione: il lavoro dello scrittore è quello di andare un passo oltre quello che gli riesce facile, creandosi così un nuovo confine da oltrepassare quanto prima. Senza questa voglia di migliorare, non si va molto avanti.

Prima di salutarvi mi permetto una mini-autopromozione. La recensione al mio romanzo Due vite possono bastare, comparsa qualche giorno fa sul blog Leggere per Sognare, è di quelle che l'autore lo fanno appunto sognare...

Ma torniamo a bomba e raccontatemi di voi. Avete dei tormentoni? Come li combattete?


10 commenti:

  1. Io ho l'impressione che più scrivo più mi creo tormentoni, per usare il tuo termine. E' come se andando avanti mi fossilizzassi sempre più su certi modi di dire, su aspetti particolari, ecc. Mi sono ritrovata in alcuni dei tuoi, tipo i personaggi che guardano fuori dalla finestra, i gesti ricorrenti quando parlano. Per non parlare degli inizi dei capitoli, sembra che tutti si sveglino la mattina! E poi ci sono le parole da cui devo guardarmi perché tendo a ripetermi...
    Sono ottime osservazioni le tue, è importante imparare a essere consapevoli di queste "abitudini" che alla lunga si trasformano in cliché...
    Grazie per questo post che aiuta sicuramente a riflettere sui nostri tormentoni :)

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    1. E' confortante sapere di essere in buona compagnia! E sì, spero anch'io che la consapevolezza aiuti.

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  2. bellissimo post! Sembra scritto apposta per me. Anche i miei personaggi guardano sempre fuori dalla finestra! :)

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    1. Ma allora questa cosa della finestra è un'epidemia! Dobbiamo trovare un rimedio... ;)

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  3. Ci sono parole che scelgo con cura, perché mi sembrano adattissime a quel particolare passo. Poi rileggo e le trovo 3/4 volte in una pagina e non capisco come ci siano finite!
    E i dialoghi... Parlando i personaggi sembrano fare tutti le stesse cose. Peggio, a volte usano le stesse espressioni. E poi... Sono una scrittrice daltonica. Tizio ha gli occhi di un colore... Peccato che 8 capitoli dopo li abbia di un altro. E i capelli? Si saranno fatti la tinta?
    Mi consola vedere che i tormentoni non sono solo miei...

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    1. Verissimo: occhi cangianti, capelli idem... anche l'età, qualche volta.

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  4. Grazia che dire?
    Le fisse maniacali, o tormentoni a tuo dire, nelle nostre scritture; sì, credo questo.
    Siccome intimamente le riconosciamo (le fisse) come peccati, quando le scoviamo ce ne sbarazziamo e non ne facciamo pubblica ammissione. Sono sempre in agguato e quando "do di pialla" al mio racconto cerco di eliminarle. Ma non è facile! :(
    Il mio tormentone?
    Facile! Se non mi son fatto capire qui, temo la conclusione?!?

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    1. Peccati veniali, considerato quanto impegno dedichiamo alla scrittura. :)

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  5. Io riesco a inserire "e così via" ovunque, non so perché, anche quando non serve.
    Uso "sinistro" come se piovesse: aveva un'aria sinistra, un sinistro scricchiolio,
    Passo da un tempo all'altro senza criterio.
    Alla fine però prendo l'accetta, e sistemo tutto!

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    1. Ma infatti è quello l'importante, fare sparire tutto prima che il lettore sospetti... però sentire i vostri "dietro le quinte" mi piace tanto che quasi quasi è un peccato. :)

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