7 ottobre 2013

“SHOW, DON’T TELL” ED EMOZIONE



Chiunque si sia interessato un minimo alle tecniche narrative conosce il mitico consiglio “show, don’t tell”. Mostra, non raccontare. Se vuoi far capire al lettore che il protagonista è teso, non scrivere che ha i nervi a fior di pelle, ma mostralo mentre si arrabbia per un’inezia e tamburella le dita sul tavolo. Il lettore non è stupido e sa interpretare correttamente questi segnali – lo fa ogni giorno della sua vita, del resto – e avrà la gradevole sensazione di percepire la scena “dal vivo”, senza filtri da parte dell’autore. Naturalmente si tratta di un’illusione, perché l’autore è presente, eccome; ma di fatto il sogno narrativo diventa più vivido quando l’autore lascia che sia la scena a parlare al lettore. Mostrare, quindi, significa far vivere al lettore le emozioni dei personaggi senza disperderne l’intensità.
Non possiamo contare solo sui dialoghi – che pure sono utilissimi a questo scopo – ma dobbiamo richiamarci alla realtà e ricorrere alla comunicazione non verbale, che è affidata a segnali fisici (azioni e linguaggio corporeo), sensazioni interne (risposte viscerali) e reazioni mentali (pensieri). Qui può nascere qualche problema. Il personaggio nervoso si mangia le unghie, tamburella le dita sul tavolo e…? Il personaggio preoccupato si passa le dita tra i capelli, guarda l’orologio e…?
Provare emozioni ogni giorno non ci rende automaticamente capaci di renderle sulla pagina. I segnali non verbali che ci servono per “mostrare” li viviamo in prima persona, e proprio per questo non sappiamo individuarli con chiarezza. Inoltre ognuno di noi ha la tendenza a ricorrere sempre alle stesse immagini per descrivere una specifica emozione: il personaggio triste che guarda fuori dalla finestra, quello angosciato che si tormenta le mani, quello furente che sferra un pugno contro il muro o qualunque altro oggetto gli sia a tiro. (Non voglio attribuire a voi queste colpe, sto semplicemente attingendo dal mio dizionario delle mie banalità personali!)
Con le emozioni è facile cadere nel cliché. Siamo concentrati su ciò che succede nella scena, sui dettagli dell’ambiente, sui dialoghi. L’emozione rischia di essere affermata con decisione e sorpassata nello spazio di una riga, oppure messa su un altare di drammaticità poco plausibile, che subito la fa scivolare nel melodramma. I segnali non verbali, invece, da un lato ci obbligano a soffermarci sull’emozione per qualche istante, dall’altro risultano abbastanza sottili da infiltrarsi nella sensibilità del lettore e restargli appiccicati più di tante frasi esagerate. Ma ci vengono in mente, questi segnali?
Per portarvi un esempio pratico ricorro a “The Emotion Thesaurus – A Writer’s Guide to Character Expression” (Dizionario delle emozioni – Guida all’espressione dei personaggi per lo scrittore, non ancora tradotto in italiano), di Angela Ackerman e Becca Puglisi, un testo davvero particolare nella sua concezione.
Adorazione – Segnali fisici: socchiudere le labbra, camminare velocemente verso l’oggetto dell’adorazione, toccare la sua bocca o il suo viso, protendere il busto verso di lui, emettere un sospiro di apprezzamento, chiudere gli occhi per gustare l’esperienza, parlare sottovoce, annuire mentre l’oggetto dell’adorazione parla; attenzione rapita, postura immobile, ammiccamento ridotto, occhi lucidi. Sensazioni interne: pulsazioni accelerate, respiro affannoso, bocca secca, nodo alla gola, sensazione di calore. Reazioni mentali: desiderio di avvicinarsi all’oggetto dell’adorazione, concentrare i pensieri sull’oggetto, osservare e ascoltare con attenzione, ignorare ogni distrazione, cecità ai difetti dell’oggetto. Sintomi di adorazione acuta o a lungo termine: ossessione, fantasie, convinzione che i propri sentimenti siano corrisposti, persecuzione, perdita di sonno/peso, adozione di tratti e vezzi dell’oggetto.
La lettura di un dizionario non è certo avvincente, perciò non ho riportato tutte le voci relative all’adorazione; comunque queste due scrittrici si sono prese la briga di analizzare al microscopio qualcosa come un settantina di emozioni, e i risultati sono tutt’altro che ovvi. Non voglio dire che questo dizionario sia indispensabile a qualunque scrittore (anche se credo meriti di essere tradotto), ma solo che vale sempre la pena di fare uno sforzo extra per dire la cosa giusta nel modo giusto, e arrivare così a una scrittura più curata e meno banale.


Una libreria qualunque, ma che calore!



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