1 maggio 2013

UN FINALE PERFETTO


Questo cerchiamo per il nostro romanzo, a ragione: un finale azzeccato rende preziosa la storia e può compensare diverse carenze. Ma come lo si ottiene?
Come sempre, non esiste una risposta univoca. Il finale giusto è quello più adatto per la storia, sorprendente ma inevitabile, e per di più originale. Questo significa che ogni caso va valutato singolarmente dall’autore. Qualche riflessione, però, può essere utile.
1 – Il finale nasce dalla storia, cioè in ultima analisi dai personaggi, dai loro punti di forza e dalle loro debolezze; non è qualcosa che appiccichiamo alla storia perché “ci piace”, semplicemente. Anche nei finali a sorpresa – soprattutto nei finali a sorpresa! – il lettore non deve mai avere la sensazione di trovarsi di fronte a fatti sbucati dal nulla, perciò dobbiamo preoccuparci di seminare in precedenza indizi (molto discreti) di ciò che poi avverrà.
2 – Attenzione ai tempi. La storia dovrebbe idealmente vedere la tensione crescere a mano a mano che ci sia avvicina alla crisi, al punto di non ritorno e infine al climax, in cui il protagonista affronta il conflitto centrale (sottolineo: centrale. Cambiare il fulcro della storia a questo punto non funziona.) Non possiamo far montare la tensione all’improvviso. Non possiamo dilungarci troppo nella crisi, né affrettarla. Non possiamo liquidare il climax troppo velocemente. Serve un buon orecchio per i tempi, i ritmi e le proporzioni della narrazione. È sempre utile pensare alla storia come un elastico che viene progressivamente tirato: nella crisi si deve arrivare al punto di massima tensione; nel climax si rilascia l’estremità dell’elastico.
3 – Nel finale dobbiamo trovare non solo la risoluzione del conflitto centrale, ma anche molto altro: emozione, un richiamo al tema della nostra storia, il punto sulle vicende rimaste sospese. In momenti diversi del finale dobbiamo riuscire a regalare al lettore tutto questo per creare risonanza, l’importante effetto per cui la storia continua a frullargli in mente anche dopo che ha finito di leggere il romanzo.
4 – Dopo il climax cosa c’è? Forse la parola “fine”, più probabilmente la risoluzione, cioè quel brano che fa sfumare la tensione del climax e dà alla storia l’impronta finale. Un brano breve, incisivo, privo di divagazioni e predicozzi. Il messaggio lo abbiamo già trasmesso; se non ci siamo riusciti, non riusciremo a farlo ora. Queste poche frasi servono soltanto a lasciare in bocca al lettore un buon sapore, perciò curiamo ogni singola parola e sforziamoci di evitare la banalità.
5 – Possiamo scegliere tra diversi tipi di finale: quello positivo, in cui il protagonista ottiene ciò che desidera, quello negativo, in cui il protagonista fallisce nella sua impresa, e quello aperto, in cui lasciamo al lettore il compito di indovinare come va a finire la storia.
Il più gettonato è sicuramente il lieto fine, ed è facile capire perché: se abbiamo lavorato bene, il lettore ha vissuto intensamente le vicende del protagonista, si è identificato con lui o comunque lo ha stimato. Il trionfo finale del personaggio viene vissuto dal lettore quasi in prima persona.
Questo non significa che non possa essere azzeccato per la nostra storia un finale “nero”; ma anche nell’oscurità è gratificante che esista almeno un piccolo raggio di luce.
Il finale aperto, invece, troppo spesso viene considerato l’alternativa colta ai finali monocolore. Se da un lato può essere poco banale, dall’altro è spesso insoddisfacente: noi abbiamo raccontato la storia, ed è normale che il lettore voglia sapere da noi come va a finire. Può funzionare quando la storia è incentrata sulla psicologia del protagonista più che sulla trama e le ipotesi sul finale fanno discutere, ma richiede una grande abilità da parte dell’autore.
Come scegliere? C’è un solo modo: non fissarsi sul primo finale che viene in mente, ma elaborare tramite il brainstorming quattro, cinque possibilità o più prima di scegliere. Non sempre la prima idea è quella giusta.

Nessun commento:

Posta un commento