6 febbraio 2013

UN VOLTO AI LETTORI (prima parte)



Per chi scriviamo?
Superato il primo, grande spartiacque che divide chi scrive per se stesso da chi scrive per essere letto, questa domanda acquisisce un significato più preciso: chi leggerà quello che scriviamo?
Partecipando per tre anni consecutivi al Torneo Ioscrittore, indetto dal Gruppo Editoriale Mauri Spagnol (http://www.ioscrittore.it/ioscrittore/home.htm), ho avuto modo di leggere una settantina tra incipit e romanzi di autori principianti e non, e un difetto mi ha colpita in particolare per la sua frequenza: l'assenza di un pubblico preciso di riferimento.
Scrivere bene è già un'impresa complicata, direte voi; ci manca solo di dover tracciare l'identikit di chi potrebbe leggere le nostre opere. Eppure senza un identikit di massima corriamo il rischio non di vendere poco – guaio relativo, tanto chi pensa di poter vivere di scrittura? – ma di non arrivare affatto alla pubblicazione. Anche di fronte al migliore manoscritto, l'editore si porrà questa molto prosaica (e pressante!) domanda: chi comprerebbe questo romanzo? Qualunque incertezza nella risposta ci garantisce il siluramento istantaneo.
Primo esempio tratto dalla mia esperienza: fiaba/favola zuccherosa scritta in stile alta-letteratura, e magari pure antiquato.
Da adulti, attingere al mondo dell'infanzia può farci toccare vette incredibili di lirismo... ma questa non è la "vera" infanzia, quella delle ginocchia sbucciate, dei pianti per le matite rubate, di rabbie funeste per le angherie dei fratelli. È l'infanzia filtrata dalla nostra esperienza, distillata e idealizzata fino ad acquisire un'aura mistica molto lontana dalla realtà. Già dire "bambini" è semplicistico: i bambini sono molto diversi a quattro, sei, nove anni, oltre a differenziarsi in base al sesso. Il cerbiattino che fa tanta tenerezza alla bimba di tre anni può essere liquidato con una smorfia due anni dopo, e scatenare veri attacchi distruttivi nel fratello di otto anni. E non si parla solo di gusti, ma anche di evoluzione del cervello infantile. Frasi troppo complesse possono frustrare i bambini alle loro prime letture, come frasi troppo piane e semplici possono dare a bambini più grandi la fastidiosa sensazione di essere trattati come lattanti. Non c'è comunque bisogno che il linguaggio sia "povero". Leggere serve anche ad arricchire il proprio bagaglio culturale, e senza vocaboli e strutture nuove, che evoluzione è? Ma nessun bambino ci leggerà se deve controllare il dizionario a ogni pagina. Insomma, il terreno appare spinoso su tutti i fronti.
Niente favole, allora, né storie per ragazzi? Tutto il contrario. La letteratura per ragazzi sforna costantemente del buon materiale, spesso godibilissimo anche dagli adulti, e scrivere per i bambini di oggi – quelli veri – può essere un buon investimento, oltre che un piacere. Certe limitazioni tematiche in voga trent'anni fa sono cadute: di tutto si può parlare, se nel modo giusto. C'è chi ha scritto di omosessualità in un libro per bambini piccoli, e pare ci sia riuscito in modo delicato ed efficace. L'importante è non tuffarsi nella storia che ci frulla per la testa senza un minimo di riflessione preliminare. Per centrare l'obiettivo, tre consigli:
1 - Documentiamoci preventivamente su quale sia la fascia di età adatta alla storia che abbiamo in mente e sulle sue caratteristiche. Esistono manuali specifici sull'argomento, come "Scrivere libri per ragazzi" di Emanuela Salvi (Dino Audino Editore), oppure, per chi legge in inglese, "Writing Children's Books for Dummies", di Lisa Rojany Buccieri.
2 - Leggiamo qualcosa di ciò che è stato scritto per quella fascia di età, magari scegliendo tra i meglio recensiti su Anobii o Goodreads. C'è sempre da imparare.
3 - Se non abbiamo figli o nipoti dell'età giusta, osserviamo i bambini al parco, per la strada e in biblioteca, ascoltiamo i loro discorsi (possibilmente senza farci scambiare per pedofili!) Ci faremo un'idea di cosa popola le loro giornate e le loro menti.

(fine prima parte)


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