15 settembre 2017

La vita secondo Tenzin Gyatso



XIV Dalai Lama




 

 

Lascia andare le persone che condividono solo lamentele, problemi, storie disastrose, paura e giudizi sugli altri.

Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa' che non sia la tua mente.

 

 






Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama


Nato da una famiglia rurale il 6 luglio 1935 nel nord est del Tibet, Tenzin Gyatso (alla nascita Lhamo Dhondup) viene riconosciuto come la reincarnazione del precedente tredicesimo Lama Thubten Gyatso a soli due anni. La sua educazione monastica parte all’età di sei anni, e annovera lo studio di materie come arte e cultura tibetana, sanscrito, medicina, logica e filosofia buddista. A 23 anni viene insignito del Geshe Lharampa Degree - l'equivalente di un dottorato in filosofia del buddismo - al Jokhang Temple di Lhasa.

L'assunzione dei pieni poteri, dopo l’invasione cinese del Tibet, risale al 1950. L’esilio arriva nel 1959, in seguito al precipitare dei rapporti con il governo cinese, seguito da una brutale soppressione della sollevazione tibetana contro il paese di Mao.

Dal 1960 Tenzin Gyatso vive a Dharamsala, in India, sede delle istituzioni tibetane in esilio. Nel 2011 ha posto fine a una secolare tradizione che vedeva nella sua figura un leader spirituale ma anche un capo politico-temporale del Tibet, trasferendo i poteri temporali a un leader democraticamente eletto.

Il suo impegno ha visto uno sforzo, negli anni successivi all’esilio, verso un processo di riforma democratica per il Tibet, e la proposta di un piano di pace, presentato nel 1987 al Congresso a Washington e successivamente al Parlamento Europeo, che prevedeva un governo autonomo per le province del Paese e la guida di Pechino sugli esteri e la difesa.

Nel 1989 è stato assegnato al Dalai Lama il Premio Nobel per la pace, per il suo contributo alla liberazione del Tibet attraverso la lotta non violenta.






8 settembre 2017

Sulle tracce del mistero


Ponte Carlo - Praga





  Il mistero gioca un ruolo importante nelle storie che scriviamo... e nella vita.







Bentrovati!

Spero che la pausa estiva vi abbia ritemprati e ispirati per le vostre cose, non solo di scrittura. Per quanto mi riguarda è una strana estate, che ancora non capisco (ma ci sarà bisogno di capirla?). Ho fatto una gita di quattro giorni in Germania – molto ben riuscita, nonostante la brevità – e per ora sembra sia tutto. Dopo i lunghi viaggi estivi del recente passato, la cosa mi disorienta un po’; ma l’ultimo anno è stato ricco di stimoli, e non posso dire di essermi annoiata in questi mesi.

Ho lavorato tutta l’estate sulla revisione - parallela alla traduzione in lingua inglese - di Due vite possono bastare, il mio romanzo tornato libero dopo l'esperienza del premio letterario IoScrittore. Ma di questo vi racconterò meglio più avanti, quando avrò (spero) materiale interessante. Per ora, visto che ormai la gloriosa impresa volge al termine, vi dico solo che di recente mi sono trovata ad affrontare una domanda curiosa: in quale genere rientra il romanzo? Eh già, perché pare che tutti, agenti ed editori e librai, si pongano questa domanda ancora prima di assaggiarla, la storia, in modo da trovarle subito un eventuale scaffale.

È qui che spunta il “mistero”: la definizione più calzante che ho trovato per il romanzo, infatti, è quella di mystery. Ebbene sì, ho scritto un mystery senza saperlo. Non immaginatevi cadaveri e detective: senza spargimento di sangue, nella storia di Goran i misteri si incastrano l’uno nell’altro – lui stesso è un mistero, per gli altri e per se stesso. A questo allude il nuovo titolo, Cercando Goran (Searching for Goran nella versione inglese, salvo richieste editoriali). Del resto, come ha scritto il famoso autore di gialli Michael Connelly: “Nei migliori mystery il mistero è il personaggio”.

Autopromozione a parte, secondo il Dizionario Treccani online, mistero è “tutto ciò che non si può intendere, penetrare o spiegare chiaramente, e che appunto per questo attrae o esercita un certo fascino”. Definizione ampia ma parziale, a mio parere. D’accordo la curiosità, il fascino, l’attrazione, ma dove mettiamo le altre reazioni umane all'ignoto: inquietudine, diffidenza, timore, rifiuto? Nella vita reale, il mistero spesso ci attrae e ci spaventa allo stesso tempo, anche se, come lettori, possiamo permetterci di godere soltanto i lati positivi del termine, seduti comodi nella nostra poltrona.

Sono convinta che la mancanza di senso del mistero sia uno dei problemi che affliggono l’umanità, almeno nella società occidentale. Se tutto deve essere ridotto al suo aspetto materiale visibile, se alla percezione di un “oltre” viene frettolosamente apposta l’etichetta di strano, di arretrato o illusorio, la realtà finisce con il perdere di spessore. Il mistero (ma in questo caso dovrei scriverlo con la maiuscola) è la nostra grande possibilità di mantenere accese le domande, aperta la ricerca… anche quando il mistero sembra ostinarsi a rimanere tale. Per questo, a chi mi dice che detesta il genere fantastico perché preferisce parlare di realtà, rispondo spesso: “ma la realtà è fantasy!”. Per dirlo con le suggestive parole del teologo tedesco Karl Rahner:


L'uomo abita sulla riva del mare infinito del mistero.



Ma torniamo alla scrittura. Si potrebbe dire che non esistono storie prive di mistero, perché la narrazione in sé, nel suo dipanarsi pagina dopo pagina, è uno svelamento progressivo al lettore della storia, e in definitiva delle sue reazioni alla storia stessa – chi può sapere cosa susciterà la lettura di un libro? A seconda del genere e della specifica storia, poi, il mistero può essere presente in misura diversa e aggiungere fascino e profondità (oppure niente del tutto, come ci insegna la lettura di un brutto giallo). Va da sé che non esiste mistero, nella storia, se il lettore non riceve dall'autore degli indizi un ruolo svolto in Cercando Goran dalle sue visioni. Per il lettore, il mistero è l'attesa che precede un ignoto avvolto nella nebbia, come il Ponte Carlo a Praga, nella foto.

Nella storia, il mistero nasce spontaneamente dalla trama e dai personaggi; ma prestargli una certa attenzione consapevole non può guastare. In ogni storia ci sono parti lente, ed è giusto che sia così. Nel tentativo di non arrestare il battito della storia, a volte riusciamo a ravvivarle con un significato che ci soddisfa, a volte ci limitiamo a traghettarci alla meno peggio verso il prossimo punto interessante. E se invece socchiudessimo gli occhi e ripensassimo alla storia in modo meno piatto? Come autori abbiamo bisogno di conoscere bene personaggi ed eventi, ma non è detto che dobbiamo esporre tutto al lettore con la stessa chiarezza. Forse qualche angolo oscuro fa bene alla storia. Del resto il mistero è un tipo versatile: può coinvolgere i personaggi, la trama, l'ambientazione. In dosaggi diversi, può infiltrarsi facilmente ovunque.

Quando non è il genere a mettere direttamente sotto i riflettori un segreto da svelare, l’autore ha diversi strumenti a disposizione per suscitare nel lettore un senso di mistero. Se al centro c’è un personaggio, può tacere alcuni suoi aspetti, il suo pensiero, il suo passato; oppure può far parlare del personaggio da altri, facendo trasparire la loro inquietudine nei suoi confronti. Può anche attribuirgli azioni o frasi che acquisteranno significato soltanto in seguito, oppure fare intuire al lettore che le sue azioni sono pilotate da qualcuno dietro le quinte.

Gli elementi naturali e ambientali, come un crepuscolo, un cielo tempestoso o un silenzio improvviso (sto citando i più banali), possono essere molto efficaci nel creare un’atmosfera di mistero. Lo stesso vale per gli imprevisti che suscitano inquietudine: una lettera, la visita di uno sconosciuto, la sparizione di qualcosa. Uno stile asciutto, basato sul tacere quanto sul dire, può contribuire all’effetto. Il finale stesso della storia può conservare intatta una dose di mistero. A quel punto io di solito detesto l’autore, ma si sa, tutti i gusti sono gusti…

Delle mie riflessioni sul genere di appartenenza di Cercando Goran mi rimane soprattutto la convinzione che il mistero vissuto come tale dal lettore, dal personaggio o da entrambi sia per la storia un motore potente.

In attesa delle vostre impressioni, vi aggiorno sulla mia situazione personale di lettrice-autrice.


BOLLETTINO DEL LETTORE

Letture in corso:

Vita di Siddharta il Buddha, a cura di Thich Nhat Hanh
The Night Circus, di Erin Morgenstern
Einstein, His Life and Universe, di Walter Isaacson
The Dome, di Stephen King (con pochissime speranze, perché gli smembramenti contenuti nelle prime due facciate mi hanno già demotivata…)


BOLLETTINO DELLO SCRITTORE

Calma serena, non piatta. Si scrive anche quando non si scrive, e aspettative e sforzi mantengono fuori dall'esperienza di flusso (questo argomento meriterebbe un post dedicato).

Pallino per la nuova storia (ormai manca poco!): curare ogni capitolo come se fosse un racconto a sé stante.







31 agosto 2017

La scrittura vista da Lisa Cron






La storia parla di una lotta interiore, non esteriore. Riguarda ciò che il protagonista deve imparare e superare, con cui deve venire a patti interiormente per risolvere il problema posto dalla trama. Questo significa che il problema interiore precede gli eventi della storia, spesso di decenni. Se non sai esattamente cosa vuole il tuo protagonista, quale falsa convinzione lo ostacola, e soprattutto perché, come puoi costruire una trama che lo obblighi ad affrontare tutto questo? La risposta è semplice: non puoi.

 

 


 


 

Lisa Cron aiuta scrittori, organizzazioni no profit ed educatori a padroneggiare l’enorme potere della storia per spingere le persone all’azione, che sia voltare pagina o uscire in strada per iniziare a cambiare il mondo – o entrambe le cose. È autrice di Wired for Story: The Writer’s Guide to Using Brain Science to Hook Readers From the Very First Sentence e di Story Genius: How To Use Brain Science to Go Beyond Outlining and Write a Riveting Novel. Potete vederla in questo TED Talk