13 aprile 2018

Oggi va così


Pixabay





Cosa propone oggi lo chef? Lamentele e autopromozione. Meglio di così... 











È inutile, non riesco a scrivere un post che mi sembri accettabile. Questo è il quarto che inizio con vari gradi di convinzione, e sospetto che farà la fine degli altri. Credo di avere capito dove origina il problema: mi sto sforzando di andare oltre me stessa per offrirvi qualcosa di utile, ma al momento questo “oltre” non esiste, e anche il “me stessa” vaga tra le nebbie. C'è da meravigliarsi se i miei sforzi suonano poco credibili? Del resto questo blog è nato da due idee combinate: farmi conoscere ed essere d’aiuto a chi scrive. Combinate, sottolineo. Parlare semplicemente di me non è mai rientrato nei presupposti. Anche se c’è chi lo fa, in modo piacevole e originale.

Ma il tempo passa, e i presupposti sono fatti apposta per essere messi in discussione. C’è ancora qualcuno cui interessano gli articoli sugli aspetti tecnici della scrittura? Anni fa, molti erano convinti che scrivere fosse un lieto viaggio sulle ali dell’ispirazione, riservato ai talentuosi. Che anche lo studio potesse avere un ruolo nell’arte scrittoria era quasi un’idea sacrilega. Mi sembra che questo concetto un po’ distorto della scrittura si sia modificato nel corso del tempo… ma sarà davvero così? Mi rendo conto di essermi abituata a ricevere commenti – più o meno assidui – sempre dalle stesse persone, che inconsciamente ho interiorizzato come “i lettori del blog”. Queste persone si dà il caso che scrivano tutte da anni; difficilmente potrò aggiungere qualcosa di utile al loro bagaglio di conoscenze. Ci sono anche i lettori silenti, però. Sarebbe interessante ascoltare la loro opinione, ma siccome sono silenti, il punto interrogativo sembra destinato a rimanere tale. 

E io, ho ancora voglia di parlare di tecniche narrative & co.? Soprattutto, ha senso parlare di passione per la scrittura in periodi come questo, in cui volentieri la sostituirei con il gioco delle bocce? Eh sì, è così: al momento passo gran parte del tempo a oppormi a ciò che devo fare, dal pagare le tasse al pulire il pavimento, mugugnando tra me che “se solo non avessi tanto da fare”, a quest’ora avrei scritto, fatto, detto… cosa? Bugia bugia! Non sto combinando niente perché sono scarica come una batteria cinese lasciata per un anno nel cassetto. Così è. Al momento è la confusione a regnare sovrana, e nella confusione non si realizza niente. Non subito, almeno. Perché in realtà non sempre i periodi percepiti come negativi sono sterili, così come non sempre i periodi all’apparenza attivissimi fanno avanzare. Non potermi nemmeno fidare della percezione che ho delle cose è scomodo, ma anche stranamente confortante. C’è qualcuno in cabina di pilotaggio, e non sono io…

Forse dovrei soltanto permettermi di essere me stessa in modo più istintivo, e per un po’ abdicare ai miei costanti cambiamenti di rotta interiori, che ogni tanto la rotta me la fanno perdere del tutto. Voglio fare mia la serenità mostrata da Silvia Pillin nell’intervista a Maria Teresa Steri: “Per quanto riguarda i progetti futuri, al momento non ce ne sono.” Perché no? Mica siamo animali da lavoro. L’ipotesi di darmi alle bocce si fa strada…

Ora capite come mai non riesco a scrivere un post decente? Perché dopo due righe inizia la lagna! Ogni tentativo si è tradotto in ruminamenti vari sul passato, sulle tappe, su quanto di utile se ne può trarre… ma che palle! Eppure, anche se non vi voglio male, credo che pubblicherò ugualmente questo post. In fondo questo è il mio momento personale, e sarebbe vigliacco – oltre che impossibile, alla prova dei fatti – parlare d’altro. Vi resta sempre la libertà di cambiare pagina web…

MA 


In questo quadro poco esaltante, mentre arranco per uscire dalle mie paludi, cosa succede? Persone meravigliose mi fanno regali.

Patricia Moll, non paga di avere pubblicato sul suo blog Myrtilla’s House una recensione coi fiocchi di Cercando Goran, mi nomina come "blogger conosciuto da poco" per il Friendship Blogger Award.

Elena Ferro, la nostra Volpe che cammina sul ghiaccio, dedica al mio romanzo non solo un post, ma anche un'emozionante videorecensione.

Ultima, fresca fresca, arriva la bella recensione di Emma Neri sul blog Opinioni Librose.

Senza dimenticare che il blog Art Over Covers, nella persona (gentilissima) di Sara “Shifter” Pellucchi, ha accettato di inserire tra le sue copertine quella di Cercando Goran.


Che dire? Grazie! Non si diventa mai impermeabili alle critiche, ma nemmeno ai complimenti, per fortuna; e quando tutto mi sembra insensato, regali di questo genere mi strappano un sorriso e mi lasciano la sensazione che il cambiamento possa essere dietro l’angolo.

Visto che ormai l’ipotesi di offrirvi qualcosa di interessante è evaporata, vi propongo invece un nuovo, brevissimo estratto da Cercando Goran, seguito dai consueti bollettini.



Torino



La voce di Roversi svanì di colpo dalla consapevolezza di Cassandra. I suoi occhi erano puntati sulla schiena dell’uomo che aveva appena visto transitare sul marciapiedi, le mani sprofondate nelle tasche, la sciarpa verde avvolta intorno al collo. Camminava assorto, all’apparenza senza badare alla confusione del mercatino, ma fu proprio lì che svoltò, inoltrandosi tra le bancarelle. Cassandra scese dall’auto e lo rincorse, ignorando il vociare alle sue spalle. Era Goran. L’andatura, i capelli eternamente scompigliati, la sciarpa… era lui, non c'erano dubbi.






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BOLLETTINO DELLO SCRITTORE: Encefalogramma piatto.

BOLLETTINO DEL LETTORE: Sto leggendo, oltre a spizzichi sparsi di questo e di quello, il secondo volume della saga di Outlander, Dragonfly in Amber (L'amuleto d'ambra). In qualche modo pare essere l'unica lettura capace di farmi restare sveglia fino a tardi la sera. Come faccia la Gabaldon a sfornare tomi da mille pagine mantenendo questo livello qualitativo, davvero non lo so. Letteratura commerciale, senza dubbio, ma che bella storia, e che brava autrice!


    

17 marzo 2018

La scrittura vista da JULIA CAMERON


Julia B. Cameron


Di recente ho cercato di indurmi all’arte, o quantomeno a scrivere. Ho trascorso un faticoso inverno scrivendo e riscrivendo un libro difficile. Il libro – che in definitiva non è riuscito male – mi ha lasciata inaridita e priva di energie. Dubitavo che ci sarebbe mai stato un nuovo libro dentro di me. Pensavo che forse, dopo 35 anni di scrittura, fosse ora di smettere. Non ero esattamente disperata – avrebbe richiesto troppe energie. Piuttosto ero arrivata al cinismo, il fratello pigro della disperazione. 


Il cinismo manca di qualsiasi convinzione. Semplicemente non gli piace come funziona il gioco, perciò sceglie di sabotarlo. Fondamentalmente è la risposta facile e di bassa qualità a una vita che temiamo di amare perché potrebbe, a tratti, essere dolorosa. La mia vita di scrittrice era stata dolorosa per un certo periodo, perciò cercavo il modo di scivolarne fuori per viverne un’altra; quale esattamente, non sapevo. Ma lasciate che vi racconti in che modo la scrittura è di nuovo sgattaiolata nella mia vita. 

La premessa è che scrivo ogni giorno. Ogni mattina scrivo tre pagine a mano, non importa se in quel periodo lavoro alla scrittura “vera” oppure no. […] Ultimamente queste tre pagine hanno iniziato a diventare quattro, poi cinque. Succedeva con fastidiosa regolarità, e il motivo era che non stavo scrivendo niente, a parte quelle pagine. Poi ho iniziato un’abbuffata di letture – un altro modo di attaccarmi alle parole. Mi sono tuffata su una mezza dozzina di libri, ritrovandomi a cercare su Internet qualche scusa per acquistarne altri. Prima ancora di accorgermene, avevo speso duecento dollari in libri. Ho atteso che arrivassero – “consegna un giorno”, qui a Manhattan – come un cane famelico. No, non stavo scrivendo e non avrei ripreso a farlo. Avrei invece ficcanasato un po’ per sapere cosa stessero combinando i miei amici scrittori, e scoprire se a loro piaceva ancora scrivere. Non più tardi di un mese prima, una di loro mi aveva detto di essersi stancata. Era ancora sobria, oppure le parole erano già tornate ad avere la meglio su di lei? Stava già barcollando verso la pagina, stordita, con il bisogno di dire qualcosa, qualunque cosa? Niente destabilizza uno scrittore quanto il non scrivere, e lei era stata abbastanza acida nel comunicarmi la sua decisione di essere “soltanto una persona”. 

La verità è che non si può davvero smettere di scrivere, come non si può smettere di recitare o di fare musica. Quando rinunci a un’arte che ami – anche se in quel momento la odi – ottieni soltanto uno di quei divorzi in cui sei troppo curioso della vita amorosa del tuo ex. Per questo, mentre mi trastullavo con l’idea di smettere di scrivere o dedicarmi solo alla musica, non potevo fare a meno di riconoscere che mostravo già i primi segni di guarigione. C’erano le pagine extra scritte ogni mattina. C’erano le pile di libri – stracolmi di parole, magnifiche parole – che crescevano accanto al mio letto come un delizioso mucchietto di lingerie mentale. C’erano le chiamate impiccione agli altri scrittori per sapere se riuscissero a liberarsi dalla loro afflizione. Serve dire che la mia sobria amica stava scrivendo di nuovo, “soltanto un po’”? 

Avrete indovinato che anch’io sto scrivendo soltanto un po’. È così, e le mie divagazioni hanno l’unico scopo di aiutarmi a riversare parole sulla pagina con maggiore facilità e gioia. Ho imparato che, se fisso un appuntamento con il mio artista, lui reagisce come qualunque partner imbronciato: dopo un po’ smette di tenermi il broncio e mi parla. 




Julia B. Cameron (Libertyville, U.S.A., 1948) è insegnante, scrittrice, artista, poetessa, drammaturga, romanziera, regista, compositrice e giornalista. Ha raggiunto fama mondiale con i suoi saggi sulla creatività. Il suo libro La via dell’artista (1992) ha venduto oltre quattro milioni di copie. 


ESTRATTO DA CERCANDO GORAN




«Posso vedere quel coltello… dal vivo?» domandò Goran, cercando di nascondere l’ansia che lo aveva preso.
Bouda esitò – non era previsto, si trattava di pezzi rari – ma alla fine si lasciò convincere ad aprire la vetrina.
Pochi istanti dopo Goran teneva il pugnale sul palmo della mano destra. Un fremito gli percorse la spina dorsale al contatto, come se l'oggetto fosse elettrificato.
Cedette alla tentazione di impugnarlo e brandirlo nell’aria, in preda a una sorta di incantesimo che faceva sfumare l’ambiente circostante e ovattava i suoni. Colse un lampo di allarme negli occhi di Bouda, che subito tese la mano per farsi restituire il coltello, senza perdere il sorriso.






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25 febbraio 2018

Schegge di scrittura 3 – Punto di vista, persona e tempo verbale



Un diverso punto di vista
Un diverso punto di vista...




Tra gli elementi su cui focalizziamo l’attenzione per scrivere le nostre storie, trama e personaggi sono quelli che occupano di più i nostri pensieri. Eppure, scrivi oggi, scrivi domani, ho capito che altri elementi sono meno evidenti, ma fondamentali per il risultato.












Senza qualità nella trama e nei personaggi, si sa, parleremmo di niente; ma vi assicuro che nei preparativi della Nuova Storia mi sono incagliata soprattutto sul resto: la struttura, all’inizio, e ora punto di vista, persona e tempo verbale; tutto quel “dietro le quinte” della storia, insomma, che se ne resta quasi invisibile a produrre i suoi effetti di vasta portata.

Cerco di ampliare il discorso in modo che possa essere utile a chi legge, senza sfoderare definizioni tecniche, ma ragionando come ragiono preparando le mie storie. La premessa sempre valida è che in letteratura vale sempre il principio del “dipende”: che una determinata scelta dell’autore funzioni o meno, dipende dalla sue capacità, dalla storia, dal modo in cui quel determinato elemento si combina con gli altri.

Pensata la storia, prima di affrontare la stesura dobbiamo compiere alcune scelte. Prima di tutto, chi racconterà la storia? Una voce fuori campo oppure un personaggio?

Se preferiamo un narratore esterno, il candidato più gettonato è il narratore onnisciente: conosce pensieri e sentimenti, presente e passato di tutti i personaggi, e può persino inserirsi nella narrazione per dire la sua, come spesso accadeva nella letteratura del passato. Un’alternativa può essere il narratore oggettivo, che si mantiene fuori dall’interiorità dei personaggi e osserva solo il visibile, come un’asettica cinepresa (riducendo il gusto della narrazione, ma questo è il mio parere personale). Il narratore esterno, però, mantiene una certa distanza dai personaggi, anche quando è onnisciente. Non è nei loro panni, non parla con la loro voce.

Se non scegliamo un narratore esterno per raccontare la storia, dovremo mostrarla dal punto di vista di un personaggio, o da più personaggi che si alterneranno nel raccontare dal loro punto di vista. A questo punto, chi scegliere?

Il protagonista è sicuramente il primo candidato. È la sua storia, e la propone attraverso i suoi occhi, con un forte coinvolgimento che si trasmette al lettore. Tuttavia, come ricorda Orson Scott Card nel suo Character & Viewpoint, il protagonista potrebbe essere troppo coinvolto, al punto da non essere in grado di raccontare i fatti nel migliore dei modi. Card porta l’esempio di una donna che, in una scena, deve assistere all’investimento e alla morte del figlio. Come potrà raccontare questo episodio? Sarà in grado di trasmettere la scena al lettore nei suoi dettagli importanti? Probabilmente no, perché sarà fuori di sé; e se tenteremo di aggiustare i suoi pensieri e le sue parole perché abbiano una buona resa drammatica, creeremo una forzatura. In casi come questi, secondo Card, può essere opportuno cercare un altro narratore, vicino al protagonista ma meno coinvolto, come un parente stretto, la dirimpettaia, il maggiordomo.

Un altro caso particolare è quello in cui il personaggio cui vogliamo attribuire il punto di vista è inaffidabile, perché bugiardo abituale, malato, in età avanzata, oppure dipendente da alcol o droghe. In questo caso la narrazione, per essere realistica, dovrà assecondare gli squilibri del personaggio, mettendo a rischio la fiducia del lettore, che fino a prova contraria si fida dell’autore e di ciò che legge. Se deve diffidare del personaggio, sarà meglio che lo scopra presto nella lettura, o gli verrà voglia di strangolarci. Per esempio possiamo mostrarlo mentre altri personaggi gli rinfacciano l’abitudine di mentire, oppure possiamo rendere nota subito la sua malattia/dipendenza.

Qualunque personaggio abbiamo scelto come narratore, se è uno solo dovremo domandarci se potrà essere presente in tutte le scene fondamentali della storia. Qui diventa utile un certo grado di pianificazione: se non conosciamo la trama, almeno a grandi linee, non sarà facile capire se il protagonista potrà sempre presenziare alle scene importanti. Il rischio è dover riscrivere più avanti ampie parti del romanzo, oppure rinunciare ad alcune scene, il cui contenuto di informazioni dovrà essere recepito dal protagonista in altro modo, per esempio tramite il racconto di altri personaggi, con un effetto del tutto diverso.

L’alternativa più versatile al punto di vista singolo sono i punti di vista multipli: la storia viene vista dagli occhi di alcuni personaggi, che possono alternarsi di capitolo in capitolo, oppure avere ognuno una sezione riservata della storia (per esempio con una prima parte narrata da un personaggio e una seconda parte narrata da un altro personaggio). Balzellare a piacimento dall’uno all’altro punto di vista dei personaggi nel corso della stessa scena è cosa da non fare, e fa individuare l’autore come dilettante. Se proprio la cosa si rendesse necessaria, è importante segnalare al lettore il cambiamento con una doppia interlinea, in modo che sappia subito in quale “testa” si trova.

I narratori multipli sono i miei preferiti e fanno la parte del leone nei miei romanzi (Cercando Goran è solo la punta del mio piccolo iceberg). Danno al lettore la possibilità di conoscere da vicino i personaggi principali e di presentare le vicende della storia da diverse angolazioni; risolvono il problema dell’assenza del personaggio dalla scena e tengono anche lontana la noia, perché ogni personaggio colorerà la scena in base al suo specifico modo di esprimersi, ai suoi valori e ai suoi sentimenti. L’importante è scegliere bene a quali personaggi dare voce, e non farli diventare un esercito. Nel mio caso, raramente sono più di tre o quattro, ma possono anche essere due soltanto. Il bello dei narratori multipli è proprio l’intimità che si riesce a creare con quella manciata di personaggi. Se in mezzo ci mettiamo il barista, il corriere e pure un passante, sembrerà di essere al supermercato!

A questo punto ci serve capire quali siano la persona e il tempo verbale giusti per raccontare la storia – “giusti” in senso relativo, perché ogni autore ha i suoi gusti. Ogni scelta creerà un effetto diverso, e non di poco. Vale la pena di scrivere qualche breve brano di prova per capire come si combinerebbero persona (prima, terza) e tempo verbale (presente o passato remoto).

La prima persona cala prima l’autore, poi il lettore, nei panni del personaggio. Per entrambi può essere un viaggio meraviglioso, ma anche un po’ soffocante. Se non si ha voglia di “essere” quel personaggio e vivere dentro la sua testa per tutto il romanzo, non è la scelta migliore. D’altra parte la prima persona ha come vantaggio proprio quello di fare vivere al lettore la storia partendo dall’interiorità del personaggio, con il suo modo di essere unico. Qui serve un certo fascino. Una voce in prima persona piatta, che non fa emozionare il lettore e non gli mostra la realtà sotto una luce diversa, magari inserita in una storia basata più sull’azione che sull’introspezione, facilmente manca il suo scopo. Se infatti in terza persona l’autore rende presente anche la propria voce nella narrazione – sottilmente, ma lo fa – questa stessa voce sparisce del tutto quando si usa la prima persona. Il lettore vedrà e ascolterà il personaggio narrante, e solo lui. Non è detto apprezzi di più il personaggio per questo, ma sicuramente alla fine sentirà di comprenderlo meglio di quanto accadrebbe se l’autore avesse usato la terza persona.

La terza persona è una scelta meno forte, in senso sia positivo che negativo: riesce a far conoscere il personaggio abbastanza da vicino, senza rendere claustrofobico l’autore. La vicinanza al personaggio non sarà proprio la stessa della prima persona, e forse i picchi emotivi saranno meno intensi (dico “forse” perché un bravo scrittore riesce a compiere miracoli qualunque scelta faccia), ma in terza persona l’autore avrà modo di dimostrare la qualità della sua scrittura anche senza dare al personaggio narrante una voce originalissima.

Ultimo da considerare – non per importanza – c’è il tempo verbale, presente o passato. Il presente, che spesso viene usato con la prima persona, rende molto vivo e incalzante lo svolgersi degli eventi… forse anche troppo? Vado, faccio, mi volto, grido… è un po’ come prendere il lettore per il cravattino e tenerlo lì, sul pezzo, istante dopo istante. Quella del tempo passato è una scelta rodata e letta in mille libri, mai fuori moda; crea una separazione nel tempo che rende la storia più tranquilla, evitando l’effetto “sono qui proprio mentre succede”.

Punto di vista, persona e tempo verbale vanno valutati insieme. Per farsi un’idea dell’effetto basta scrivere un brano di poche righe che contenga un minimo di situazione, una piccola descrizione e qualche linea di dialogo, e provare a declinarlo in tutte le combinazioni: prima persona-presente, prima persona-passato, terza persona-presente, terza persona-passato. Questo solo per percepire che sapore avrebbe la storia nei quattro casi, e iniziare a scartare quello che non piace.

E così eccomi di nuovo alla Nuova Storia e ai miei dubbi. Due trame si intrecciano, una nel passato e una nel presente; i protagonisti sono tre, ma uno di loro è misterioso, perciò non posso raccontare dal suo punto di vista. Se escludo il narratore onnisciente, posso scegliere tra uno o due due punti di vista; ma userò la prima persona o la terza, il presente o il passato, oppure riuscirò a mescolarli, come spesso succede, nel mio approccio da maga davanti al calderone? Vorrei proprio saperlo. La soluzione è vicina…

E voi, avete forti preferenze in questo campo, oppure vi regolate in base alla storia? C’è qualche scelta che escludete a priori?

BOLLETTINO DEL LETTORE

Dopo il mio ultimo post ho letto 7 storie sugli Altri – una raccolta di racconti di Celeste Sidoti, autore che mi piace tanto, sia per stile che per sensibilità – e Notte di Serena Bianca De Matteis – una bellissima storia, che mi ha presa di peso e portata in un altrove che amo molto. Ora sto leggendo Walden di Thoreau, con tutta la meraviglia e le difficoltà del caso. Per fortuna mi capita di rado, in inglese, di dover rileggere due o tre volte il paragrafo per capire come sia strutturato e cosa significhi!

Oggi niente BOLLETTINO DELLO SCRITTORE, sapete giá tutto! Invece vi segnalo due bellissime recensioni a Cercando Goran, una da parte di Patricia Moll sul suo blog Myrtilla’s House, l’altra da parte di Daniela Domenici, sul suo blog Daniela e dintorni . Grazie!



Il Gänseliesel, nella piazza centrale di Göttingen




«La vedi la statua della ragazzina con le oche, davanti a quel palazzo?» Goran la indicò, all’altro lato della piazza del mercato. «Ci troviamo lì tra due ore. Non fare tardi con la scusa che non hai l’orologio, ce n’è uno bene in vista in cima a quella torretta. E non andare…»
«… nei vicoli bui, e non accetterò caramelle dagli sconosciuti.» Nico alzò gli occhi al cielo, masticando con ostentazione la gomma. «Che pena...»